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Biden non porta il sereno nei rapporti Usa-Russia

Ci sono troppe questioni aperte, il caso Navalny, il gasdotto Nord Stream2, la situazione mediorientale. La tensione resta alta

L'arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca pone degli interrogativi sui futuri rapporti tra gli Stati Uniti e la Russia. Nel corso della campagna elettorale per le ultime presidenziali americane, l'allora candidato democratico si era espresso duramente nei confronti di Vladimir Putin, mentre la leadership del Partito democratico (a partire dalla Speaker della Camera, Nancy Pelosi) aveva definito Mosca come un pericolo in materia di interferenze elettorali. Anche in conseguenza di queste premesse, la nuova amministrazione americana non sembrerebbe troppo intenzionata a perseguire quel tentativo di distensione che aveva invece tentato (seppur senza troppo successo) Donald Trump.

Certo: è pur vero che Washington e Mosca paiano aver trovato un punto di convergenza in riferimento al trattato sulle armi nucleari New Start. Biden sembra infatti propenso a un rinnovo della durata di cinque anni: uno scenario che è stato (per quanto timidamente) ben accolto dai russi. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha non a caso dichiarato: "Possiamo solo accogliere con favore la volontà politica di estendere il trattato". Ciononostante ha poi precisato che "tutto dipenderà dai dettagli della proposta". Insomma, anche dove sembrerebbe esserci una convergenza, Stati Uniti e Russia restano guardinghi. Eppure, come ha fatto recentemente notare The National Interest, il New Start non va scambiato per un tentativo di distensione. Al contrario, con questo patto, Washington punterebbe a imbrigliare Mosca, ponendo le basi per un maggiore coinvolgimento dei partner in funzione antirussa. Anche i tempi del reset obamiano paiono lontani.

Alla luce di ciò, i vari fronti di scontro tra i due Paesi tendono a farsi ancor più problematici. In primo luogo, la nuova amministrazione americana considera la Russia un regime autoritario. Ed è proprio in questo senso che ha già lasciato intendere di voler puntare molto sulla questione dei diritti umani. Basti pensare che, appena pochi giorni fa, Biden abbia invocato l'immediata scarcerazione di Alexei Navalny. Tutto questo, mentre le ingenti proteste tenutesi nelle scorse ore in Russia a favore dell'attivista peggioreranno ulteriormente il quadro. In secondo luogo, attenzione: perché, già dai tempi dell'amministrazione Trump, il dossier Navalny viene letto a Washington anche (se non soprattutto) attraverso le lenti del pragmatismo. Il che vuol dire che gli Stati Uniti continueranno a far leva su di esso, per cercare di ostacolare la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2.

Un elemento, quest'ultimo, che apre le porte alla questione tedesca. Nonostante molti analisti sostengano che – con Biden alla Casa Bianca – si assisterà ad un automatico miglioramento delle relazioni transatlantiche, la situazione rischia di rivelarsi un po' più complicata. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha già chiarito di voler perseguire una politica estera di maggiore autonomia dalla sfera americana, per avvicinarsi progressivamente a Russia e Cina. Non solo Berlino non è intenzionata ad abbandonare il Nord Stream 2, ma la cancelliera ha di recente siglato un accordo con Putin sui vaccini. Tutto questo, senza dimenticare l'intesa sugli investimenti con la Cina, che l'Unione europea ha accettato su input proprio della Merkel. È chiaro che, dalle parti di Washington, l'Ostpolitik merkeliana non sia granché apprezzata. E, in tal senso, si è già parzialmente espresso il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan. Ecco che dunque il probabile atteggiamento assertivo della nuova Casa Bianca verso il Cremlino avrà come obiettivo anche quello di mantenere il più possibile Berlino nell'orbita statunitense.

Un altro fronte di confronto con i russi sarà poi prevedibilmente quello mediorientale. Negli scorsi giorni, alcuni media siriani hanno riferito di un convoglio americano che si sarebbe trasferito dall'Iraq al Nordest della Siria. Non è ancora esattamente chiaro se si tratti di operazioni di routine. Resta il fatto che il movimento si sia verificato appena dopo l'insediamento di Biden alla Casa Bianca. Un Biden che, con ogni probabilità, auspica un maggiore coinvolgimento politico-militare degli Stati Uniti in Siria, in funzione principalmente antirussa (il che rappresenterebbe una plateale sconfessione della politica estera di Trump). Tra l'altro, non va neppure dimenticato che il neo presidente punti a spaccare l'asse, venutasi a creare negli ultimi cinque anni, tra Mosca e Ankara. Un elemento che lo porterà prevedibilmente a spalleggiare la Turchia (che fa parte della Nato).

Va da sé che, per la Russia, simili scenari non possano che risultare preoccupanti. Nonostante la convergenza con la Cina degli ultimi anni, Putin teme l'abbraccio soffocante con Pechino e vedeva in Trump l'occasione per oscillare tra Washington e la Repubblica popolare. Adesso, per il presidente russo la situazione si complica. Se Biden terrà una postura aggressiva verso la Cina, Mosca si stringerà a Pechino, restandone però in balìa. Laddove il neo presidente americano dovesse invece esprimere un atteggiamento più conciliante con il Dragone, Mosca resterebbe pericolosamente isolata. Con un Biden che, molto probabilmente, rilancerebbe l'influenza politica americana in Ucraina.

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