Joe Biden
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Scandalo documenti: le domande a cui Biden dovrebbe rispondere

Sono molte le cose che non tornano sul ritrovamento dei documenti classificati nella casa e nell'ex ufficio di Biden. Una mancanza di trasparenza che rischia di mettere ulteriormente nei guai il presidente americano

È una significativa bufera politica quella scatenatasi su Joe Biden, dopo che è sato reso noto il ritrovamento di documenti classificati nella sua casa privata di Wilmington e in un suo ex ufficio a Washington. La questione ha portato alla nomina di un procuratore speciale da parte del Dipartimento di Giustizia, mentre la commissione Giustizia della Camera ha avviato un’inchiesta sulla vicenda. Per il presidente le cose si stanno mettendo molto male. E non è affatto escludibile che possa prima o poi ritrovarsi sotto impeachment. E così, mentre anche qualche importante esponente dem inizia a scaricarlo, Biden si trova davanti a una crisi politica gravissima. Una crisi che sta peggiorando anche a causa della mancanza di trasparenza dimostrata dalla Casa Bianca. Ci sono infatti alcune domande che esigerebbero risposte chiare e soprattutto rapide. Risposte che tuttavia stanno tardando ad arrivare.

Perché la notizia del ritrovamento dei documenti è stata tenuta segreta così a lungo?

Era il 9 gennaio scorso quando la Cbs ha rivelato che erano stati rinvenuti alcuni documenti classificati, appartenenti all’amministrazione Obama, in un ufficio di Washington, che Joe Biden aveva usato tra il 2017 e il 2019. In particolare, la data di quel ritrovamento, effettuato dai legali del presidente, risaliva al 2 novembre del 2022: esattamente sei giorni prima delle ultime elezioni di metà mandato. Ora, secondo la timeline ufficiale degli eventi, gli Archivi nazionali hanno acquisito il materiale in questione già il 3 novembre, per poi notificare il tutto al Dipartimento di Giustizia il giorno successivo. Per quale ragione la notizia non fu resa immediatamente pubblica? Eppure, nel gennaio del 2021, l’attuale amministrazione americana aveva promesso di ripristinare la trasparenza nelle sue comunicazioni con la stampa. Certo: la Casa Bianca si è finora difesa, sostenendo di aver taciuto a causa del fatto che fosse in corso una revisione degli incartamenti rinvenuti. Il sospetto tuttavia è che quel silenzio sia stato tenuto, per evitare contraccolpi politici negativi sul Partito democratico appena prima delle Midterm dell’8 novembre. Va da sé che, se così fosse, la credibilità dell’amministrazione Biden sarebbe destinata a subire un grave colpo.

Joe Biden era a conoscenza del ritrovamento?

Il 10 gennaio, il presidente americano si è detto “sorpreso” che fossero stati rinvenuti documenti classificati nel suo ex ufficio. Poco dopo, sono tuttavia stati resi noti ulteriori ritrovamenti nel garage della sua casa privata di Wilmington (in Delaware). La versione di Biden è credibile? Ricordiamo che, almeno ufficialmente, gli incartamenti sono stati trovati dai legali del presidente. Possibile che costoro non l’abbiano tempestivamente informato? E comunque, anche ammettendo che non l’abbiano fatto, abbiamo visto sopra che il materiale fu consegnato agli Archivi nazionali il 3 novembre e che, il giorno successivo, questi ultimi avvisarono a loro volta il Dipartimento di Giustizia. Ne consegue che il 4 novembre l’amministrazione Biden, a livello strutturale, era a conoscenza dei fatti. Non solo. Secondo il New York Times, la stessa Casa Bianca ha ammesso che il presidente fu tenuto aggiornato nel corso del procedimento. Il che getta ulteriore opacità sulla vicenda.

Perché questi ritrovamenti sono avvenuti così tardi?

Come detto, i documenti rinvenuti appartengono all’amministrazione Obama: amministrazione, in cui Biden ha servito come vicepresidente. In particolare, secondo la Cnn, si tratterebbe di incartamenti relativi a un arco di tempo che andrebbe dal 2013 al 2016. Perché quindi il primo ritrovamento risale soltanto al 2 novembre del 2022, visto che Biden ha lasciato l’amministrazione Obama nel gennaio del 2017? L’ex vicepresidente avrebbe dovuto riconsegnare allora tutti i documenti classificati. Tuttavia, ammettiamo pure che sia sfuggito qualcosa inavvertitamente. Logica avrebbe in tal caso voluto che lo staff di Biden attuasse ulteriori controlli, ricerche e verifiche nel momento in cui quest’ultimo era in procinto di candidarsi ufficialmente alla nomination presidenziale democratica del 2020: circostanza, questa, che avvenne nel tardo aprile del 2019. Ma ammettiamo che ci siano state dimenticanze o errori anche in quel caso. Logica avrebbe nuovamente voluto che, dopo aver vinto le elezioni presidenziali del novembre 2020, il suo staff effettuasse ulteriori controlli prima dell’insediamento alla Casa Bianca (avvenuto il 20 gennaio del 2021).

Che cosa contengono questi documenti?

Secondo quanto rivelato dalla Cnn, gli incartamenti della prima tranche (quella trovata nell’ufficio di Washington) conterrebbero note di intelligence relative a Ucraina, Iran e Regno Unito. La presenza di incartamenti sull’Ucraina rappresenta un potenziale campanello d’allarme per Biden, visto che suo figlio Hunter entrò nella controversa società ucraina Burisma nel 2014, proprio mentre il padre – all’epoca vicepresidente degli Stati Uniti – iniziava a sovrintendere alle relazioni tra Washington e Kiev. Non solo. Anche l’ufficio di Washington è finito sotto i riflettori. Esso appartiene infatti al Penn Biden Center for Diplomacy and Global Engagement: un think tank che fa capo all’Università della Pennsylvania. Un ateneo, quest’ultimo, che, tra il 2014 e il 2020, ha ricevuto - secondo il Daily Pennsylvanian - circa 77 milioni di dollari in finanziamenti dalla Cina. Quella stessa Cina con cui, nel recente passato, proprio Hunter ha intrattenuto opachi rapporti di affari. Certo: va sottolineato che non è al momento noto se negli incartamenti trovati vi siano informazioni relative al figlio dell’attuale presidente americano. Occorrerebbe però fare urgentemente chiarezza proprio per fugare ogni possibile sospetto di conflitto di interessi.

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