Cronaca

Vivere a Lampedusa, l'isola degli sbarchi

I buoni affari del fornaio, del tabaccaio, dei ristoranti e degli alberghi. Ma anche le paure di tutti quelli che temono la fuga dei turisti, quando arriverà l'estate

Immigrazione: giunti a Lampedusa 76 migranti soccorsi

Lucia Scajola

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C'è Giancarlo che fa la lotta (disarmata) al governo. Vanessa che ringrazia perché ha trovato di che mangiare. Michele si diverte perché la sera è come giocare a guardie e ladri ed Eugenio, in silenzio, se la gode perché con gli immigrati crescono gli affari della sua panetteria.

Sono poco più di 6 mila i lampedusani costretti a confrontarsi ogni giorno con la realtà degli sbarchi. Figli di emigranti, coatti, naufraghi e coloni, hanno nel dna l'abitudine ad aprire le porte allo straniero: prima che gli sbarchi dei clandestini diventassero continui, erano loro a dare da mangiare a chi ne chiedeva. Dopo 422 sbarchi e 31.249 clandestini arrivati solo nel 2008 (record) sono un po' meno aperti.

La conversione del loro centro di soccorso e prima accoglienza in centro per l'identificazione e l'espulsione li preoccupa. Soffrono quando si descrive la loro isola come "la Guantanamo d'Italia".

Capeggiati dal sindaco Bernardino De Rubeis, si sono convinti che la permanenza (adesso il massimo è sei mesi) di tunisini, egiziani, libici in attesa di rimpatrio comprometterà il turismo.
Pino, 82 anni, all'anagrafe Giuseppe Brignone, proprietario del Bar dell'amicizia, si presenta come il poeta dell'isola: "Domenico Modugno chiamava Lampedusa la piscina di Dio e questi qui la stanno facendo diventare un carcere a cielo aperto" lamenta indicando i militari che bevono caffè e mangiano cannoli.

Alle 11 di sabato mattina sono 30 i militari nel locale, oltre a un turista e due giornalisti. Nessun lampedusano. "Non è questa la gente che vogliamo. E anche voi potreste starvene tutti a casa" dice Gianfranco Rescica, 42 anni, ex sarto reinventatosi guida turistica, mentre indica la casa dei suoi antenati. "Discendo da una delle sette famiglie di coloni trasferiti nel 1843 dai Borboni a Lampedusa e difendo la storia di questo posto, nato per accogliere e non per imprigionare" sostiene, sfoggiando pantaloni militari e anfibi, giustificati con la tesi che "anche il popolo deve iniziare a combattere".

Fuori del coro Vanessa Masia, trentaquattrenne impiegata presso il centro contestato, vuole bene ai militari e anche ai clandestini. "Grazie a questa struttura ho vinto l'anoressia, ho trovato un lavoro e scoperto l'amore vero" confessa la ragazza madre, oggi legata a un carabiniere conosciuto proprio nel centro.

"Questo posto dà da mangiare a 75 di noi: per me sono 1.200 euro al mese, 2 mila con gli straordinari. Il nostro è uno dei lavori più ambiti da chi vive qui" prosegue la giovane donna, che gioca a pallone coi clandestini. Ma non è la sola a guadagnare con la struttura: al tabaccaio dell'isola vanno 40 mila euro al mese, al panettiere, Eugenio Luca, altri 7 mila.


"Se il turismo non ingrana, è per colpa di prezzi e strutture inadeguati" sentenzia ancora Vanessa. Ma sono in pochi a vederla così: "La popolazione è contraria perché ha capito che Lampedusa rischia di diventare un megacarcere circondato da centinaia di uomini armati" ribatte Mauro Buccarello, 30 anni, da una settimana assessore all'Immigrazione. "Un conto è dare soccorso a chi sa che se ne potrà andare, altro tenere in un territorio così piccolo centinaia di clandestini consapevoli di essere arrivati in un vicolo cieco. Si esasperano e diventano pericolosi" avverte.

Lui conosce a menadito dati e percentuali degli sbarchi almeno dal 1997, quando, finanziere in servizio sull'isola, se ne occupò in prima persona. La presenza di tanti uomini in divisa ha per lui un'altra controindicazione: "Si prendono l'attenzione delle poche donne libere" scherza, ma non troppo.

Alle 22.30 di sabato sera, davanti al Glenadin, unico pub dell'isola animato d'inverno, Marina Nicolini, 19 anni, in ghingheri per la serata, piange sulla spalla dell'amica Marianna: l'indomani mattina il suo carabiniere lascerà l'isola e lei, a questo punto invano, lo ha aspettato per andare al 13.5, la discoteca locale, da un mese invasa da ragazzoni con gli anfibi che fanno ombra ai ragazzini del posto. "Macché ombra, quelli non sanno neanche prendere i clandestini" polemizza Michele Graffeo, 18 anni, una Punto elaborata, al lavoro nel negozio di divani della madre. "Quando troviamo qualche tunisino evaso dal centro siamo noi ad avvicinarlo per portarlo ai militari".

A fare il pienone oltre ai ristoranti (domenica 22 sera al Nautic, su 60 avventori, i lampedusani erano quattro) sono gli alberghi: per forze dell'ordine e giornalisti molti, normalmente chiusi in inverno, sono aperti. "Non capisco tutto questo astio verso i poliziotti" attacca Caterina Mercurio, addetta alla reception dell'hotel Baia Turchese: "Noi abbiamo 115 ospiti fissi da un mese. Mangiano nei ristoranti, affittano auto e scooter e riempiono la palestra. Ci auguriamo che per l'estate tutto rientri nella normalità e lascino il posto ai turisti".

Nel frattempo Aimone Betti, l'unico vacanziere incontrato in questa stagione, racconta di essere scappato da uno degli alberghi più belli dell'isola: "Pagavo 87 euro a notte e si scocciavano se chiedevo il tè anziché il caffè. Ho affittato una casetta per 30 euro al giorno". Lui è l'unico che si lamenta dell'accoglienza più che del centro di accoglienza.

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