Cronaca

Vittore Pecchini, un preside sotto attacco

Il suicidio dell'uomo, contestato da studenti, genitori e colleghi, è uno spaccato del malessere della scuola italiana

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Ha ammainato le sue vele, stavolta per sempre. A scuola lo chiamavano il «filosofo marinaio». Lui però era un nostromo: quello che conduce le navi in porto e guida gli equipaggi. Aveva salpato i mari più ameni, prima dell’ultimo approdo: Venezia, la città del mare. L’acqua che s’infila sotto gli usci e le gondole pigiate nei canali. Lo scorso settembre era diventato il comandante dei tre blasonati licei riuniti nell’istituto Marco Polo.

Anche Vittore Pecchini, 57 anni, era un viaggatore. Un preside giramondo: Scozia, Spagna, Congo, Uganda, Cambogia. Sempre con il timone ben saldo tra le mani. Fino allo scorso 25 maggio. Quando, alle cinque e mezza del pomeriggio, chiama la compagna. Quella telefonata, le dice, è l’ultimo saluto. La donna lo trova agonizzante nel suo camper, parcheggiato al Lido, dove ogni tanto lui viene a suonare il clarinetto. Pecchini ha perso conoscenza. Accanto a lui c’è una confezione di nitrito di sodio. Ne bastano pochi grammi per avvelenarsi. Il camper è chiuso dall’interno. Arrivano i soccorsi. Poi, l’inutile corsa in ospedale. Marinaio, nostromo, comandante. Addio.

Il suo suicidio ha frastornato l’universo scolastico. Il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, esprime cordoglio: «Quando una persona si toglie la vita è sempre una sconfitta per tutti». Il sottosegretario del dicastero, Salvatore Giuliano, aggiunge: «L’episodio deve aprire una riflessione più profonda sulle condizioni lavorative di dirigenti, docenti e personale». L’Associazione nazionale presidi attacca: «La tragica scomparsa del collega impone di affrontare gravi criticità. La complessità organizzativa ha raggiunto dimensioni ingestibili e profondamente insane». Viene perfino lanciata una petizione pubblica, indirizzata al Miur e alla Procura di Venezia. L’hanno già firmata centinaia di capi d’istituto. Vogliono di far luce su eventuali e supposte responsabilità nella morte di Pecchini, che era «in una situazione di stress da lavoro correlato chiaramente insostenibile».

A Campo Santa Margherita, intanto, la pioggia scroscia. Turisti in calzoncini inzaccherano scarpe leggere nelle pozzanghere diventate laghetti. Con un scarno comunicato, alla fine, i sei sindacati hanno annullato la protesta, «in considerazione degli eventi sopraggiunti». Ovvero: la morte di Pecchini. Al telefono un professore del Marco Polo, capintesta della sfumata rivolta, è ancora spaesato: «Ma lei» ruggisce «pensa davvero che un uomo con una figlia di 12 anni si possa uccidere per uno sciopero?». Forse ha ragione. Un capitano non abbandona la nave per un ammutinamento. Però in quei tre licei il clima era fosco e tetro come solo alcune giornate in Laguna sanno essere. Discordie laceranti. Finite perfino tra i post di un agguerrito gruppo sui social: «Per sensibilizzare la cittadinanza sulle iniziative in corso».

Omar Mohamed, 19 anni, è uno dei rappresentanti d’istituto al Marco Polo. Con l’indice della mano disegna in aria i confini della piazza: «È qui che ci saremmo ritrovati» informa mesto. «Davanti a una tragedia del genere, però, non si possono trovare colpevoli. Adesso siamo distrutti, increduli, basiti». Racconta di quel nuovo preside, arrivato all’inizio dell’anno scolastico. Offriva tisane agli studenti e amava Norberto Bobbio. Sempre gentile. Ma anche inflessibile: «Tutto d’un pezzo. Durante un’assemblea abbiamo avuto una discussione molto accesa. Ma alla fine è venuto a complimentarsi: “Bravo Omar, bisogna sempre tenere il punto”». Il clima a scuola era pesante. «Pesantissimo. I genitori minacciavano di ritirare i figli. I docenti avevano paura di essere trasferiti. Il provveditorato non dava risposte. Ma è stata sempre una battaglia di idee, non tra persone».

Va bene: cerchiamo allora di dimenticare il tragico epilogo. Nessun rapporto tra causa ed effetto. Però quello che è successo al Marco Polo negli ultimi mesi è l’emblema: la scuola che diventa un campo minato. Con Pecchini le divergenze cominciano subito: contratti collettivi, gestione dei collaboratori, aule che mancano. Ma gli attriti deflagrano in primavera. Quando emerge che il provveditore vuole accorpare alcune classi poco numerose. Così come già fatto negli altri istituti veneziani.

Per i genitori è un inglorioso affronto alla storia del Marco Polo. Il liceo dove hanno studiato l’ex sindaco Massimo Cacciari e il compianto ministro Gianni De Michelis trattato alla stregua di un «nautico» qualsiasi? Giammai. I pargoli del classico hanno bisogno di spazi e dedizione. No ai pollai. Sul Corriere del Veneto, il docente Emilio Raimondi deflagra: «Dev’essere oggetto di discussione pubblica. È condizione di aggravamento della salute di Venezia. La città ci tiene». Il deputato del Pd, Nicola Pellicani, scrive all’ufficio scolastico provinciale: «Non possiamo consentire il declassamento». Il preside però replica: «Decide il provveditore. Se ci sono le risorse per lasciare classi da 16, meglio. Altrimenti si faranno da 24 alunni. Non sono diversi dagli altri».

Invece no: il 30 aprile il consiglio comunale di Venezia approva all’unanimità una mozione «contro l’accorpamento delle classi». Per tutelare «un’istituzione storica cittadina e al contempo una palpitante fucina d’intelletti». Pecchini a quell’incontro non partecipa. «Un errore scambiato per vigliaccheria, anche se forse i disagi erano altri» racconta Renata Mannise, che insegna lettere al Marco Polo. «Il preside, di fronte alle critiche, mostrava distacco e superiorità, magari per mascherare. Ma quest’atteggiamento ha esacerbato gli animi. Modi e toni del dissenso, però, a tanti sono sembrati esagerati».

Frattura insanabile. L’assemblea sindacale della scuola decide quindi di scioperare contro la dirigenza. «Un evento eccezionale» spiega Giusy Signoretto, segretario della Flc Cgil veneziana. «In dieci anni di sindacato non m’era mai capitato. Ma i docenti hanno insistito. C’era una forte incomprensione, con accuse dure: perfino sui giornali o su Facebook. E il dirigente non arretrava. Anche se, negli ultimi tempi, qualcosa aveva concesso. Abbiamo pure provato a revocare l’iniziativa. Ma professori e dipendenti volevano andare avanti». Signoretto sospira: «Non credo si sia ucciso per questo, ma qualcuno dovrebbe domandarsi: come si può lavorare in queste condizioni? Otto scuole da gestire, problemi atavici, una grana dopo l’altra…».

Sciopero, dunque. Il combattivo volantino che invita alla protesta è adesso un’amara reliquia. Si scaglia contro «una gestione personalistica», «la mancanza di trasparenza», «i conflitti e le spaccature». E giù con le recriminazioni. Fino alla chiamata a raccolta. «Ci ritroviamo alle 9 in Campo Santa Margherita, il 28 maggio 2019». Ma quella manifestazione non ci sarà mai. Tre giorni prima il «filosofo marinaio» decide che è giunto il momento di salpare. La mattina assiste alla regata tra istituti, a cui partecipa un suo equipaggio. Poi la deriva. Senza rotta. Fino a perdersi nel mare della vita.  

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