Luino
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Luino
Cronaca

Pur rispettando le regole, uscire in tempi di Covid è un inferno

La Luino di Piero Chiara sembra una città in lockdown. Stavolta però spontaneo e dettato dalla paura.

La passeggiata di Luino è deserta alle otto di sera. Peccato, è illuminata e pulita, la serata non è neppure troppo fredda e il vento che tira dalla Svizzera si è calmato subito dopo il tramonto. Ma non c'è anima in giro dal porto fino al caffè Clerici, posto tanto caro allo scrittore Piero Chiara, dove sotto il piccolo porticato scorgo due persone sedute sotto uno di quei curiosi funghi termici che riscaldano il tavolino.

Chissà come avrebbe descritto questa scena il Chiara, con l'eleganza e l'ironia con la quale sapeva riempire le sue storie. Certamente rileggerò Il piatto piange, mi pare adatto alla situazione. La chiamano la sponda povera del lago Maggiore, ma a voler essere critici ha soltanto una colpa: non essere ancora riuscita a esprimere la vocazione turistica avendo il coraggio di lasciarsi alla spalle il passato industriale. Più facile contare sul lavoro frontaliero, che però non aiuta la trasformazione delle fabbriche dismesse in riviera fiorita.

Così Luino stasera sembra una città in lockdown, stavolta però spontaneo e dettato dalla paura. Abbiamo prenotato un tavolo nella nostra pizzeria preferita, a qualche chilometro da qui. È l'abitudine, perché se non si prenota il posto, da Massimo è sempre difficile trovarlo, eppure stavolta capiamo subito che qualcosa è diverso: il parcheggio è semivuoto, e c'è troppo silenzio che proviene dal locale.

La vista della sala alle 20.45 di un giorno che separa due feste è desolante. Allarga le braccia Massimo, a parte noi, che tra parenti e amici siamo sei in tutto, ci sono soltanto altri due tavoli ai quali siedono due coppie che sono già avanti con le ordinazioni. Con un tono di malcelata sopportazione, il cameriere controlla i pass chiedendo scusa per il disturbo, tra sé e sé indeciso se a indispettirlo sia più l'obbligo di questa azione o il pensiero di tediarci.

«C'è il terrore» dice Massimo. «È vero che qui il Covid ha picchiato duro tempo fa, ma ora c'è forse troppa paura diffusa e la stagione invernale, almeno per la parte natalizia, è compromessa. Se non prenotavate voi e questi altri signori probabilmente stasera avrei chiuso».

Vien da chiedergli se sia sempre così ultimamente, e la risposta è ironica: «C'è chi telefona e chiede se abbiamo l'altra saletta, quella per i no vax e no Green pass, oppure chi subito mette avanti le mani e ammette che nel loro gruppo soltanto due non hanno il certificato, come se le regole potessero essere interpretate».

Tra noi a tavola c'è chi ha un negozio, e un po' per rincuorare Massimo, forse per solidarietà, ammette che la settimana prima del Natale c'è stata la paura di dover chiudere l'esercizio, una gelateria che vende anche dolci e prodotti artigianali, perché comunque la settimana prima del 25 dicembre normalmente giustifica le spese dell'apertura, dall'energia elettrica alle materie prime, fino al personale.

L'effetto di provvedimenti improvvisati al limite dello sclerotico, l'annullamento di feste pubbliche, il divieto di fare due allegri botti, tutto concorre a rattristare un momento nel quale non è mai stato così evidente che la politica non sa più che pesci pigliare e favorisce le divisioni e la caccia per trovare i colpevoli a tutti i costi, al posto che offrire soluzioni di buon senso.

Così anche se siamo in regola, anche se stiamo tutti bene di salute, siamo pervasi dalla sensazione di essere i folli che festeggiano sotto le bombe, di essere comunque in pericolo per aver sfidato la bellezza di questa serata sul lago Maggiore. Meno male che la pizza è buona. Alle 23 usciamo, tutti gli esercizi della zona sono chiusi. Rifacciamo la passeggiata in direzione opposta, ancora illuminata e perfetta. Ancora deserta.

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