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Cronaca

Totò Riina: 4 luoghi comuni da sfatare dopo la sua morte

Non è vero che fosse un "genio" del male né ancora il capo di Cosa Nostra depositario di grandi segreti. E non sta per scoppiare una nuova guerra di mafia

Pino Arlacchi, sociologo e deputato europeo, è uno dei massimi studiosi di mafia e criminalità organizzata

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Riina genio del male, al comando di Cosa nostra fino alla morte, depositario di grandi segreti, inventore del terrorismo mafioso. Cosa Nostra che si riorganizza sul modello soft catanese.
Molti, troppi luoghi comuni e approssimazioni, e tanto wishful thinking, nelle reazioni italiane alla morte di Riina. Tentiamo di analizzarne alcuni.

Riina era un genio del male

NO. Riina è stato uomo da quattro soldi, meschino e senza onore. Non c’è stata alcuna grandezza nella sua malvagità. E non esistono geni né angeli del male dentro Cosa Nostra e simili concrezioni. Il crimine più abietto – ci ha insegnato Dostoevskij in “Delitto e Castigo” - nasce dalla mediocrità, dall’invidia e dalla pochezza d’animo. I mafiosi come Riina sono piccoli uomini dentro grandi storie, legni storti alla deriva, che infliggono lutti e sventure a chiunque abbia la sfortuna di incontrarli. 

Non è mai esistita una mafia “cattiva”, sanguinaria e fedifraga alla Riina contrapposta ad una mafia soft, cavalleresca e rispettosa delle regole alla Stefano Bontade. Ci sono state differenze nella sua storia, ma tutte dentro lo stesso paradigma.
 Piccoli uomini dentro grandi storie. Perché? Perché strumenti di potenze malefiche superiori, capaci di violenze e frodi su scala ben più ampia, in grado di usare per il proprio tornaconto la macchina dello stato, il Parlamento, l’economia e le alleanze internazionali dell’ Italia.


Gli anni di Riina sono stati l’epoca d’oro della grande delinquenza nel nostro Paese. Corruzione ai massimi livelli, lobbismo criminale, finanza d’avventura ed apparati pubblici deviati sono stati gli inseparabili compagni di Cosa Nostra lungo tutti gli anni ’70 e ’80.
 Ma la festa è in gran parte finita quando la reazione che si è levata dal profondo della società italiana e dello stato di diritto ha raggiunto la veemenza sufficiente per misurarsi apertamente con il blocco di potere criminale.

Lo scontro è culminato all’inizio degli anni ’90. È costato la vita di Falcone, Borsellino e tanti altri, ma ha segnato anche la fine della mafia corleonese e di molti dei suoi tristi compagni.

 

Riina era ancora il capo di Cosa Nostra

NO. Come abbia fatto Riina a restare al vertice di Cosa nostra dopo il suo arresto non viene spiegato da nessuno. Riina in realtà è stato sepolto vivo dal 41bis, il provvedimento sul carcere duro emanato subito dopo Capaci e che ha posto fine al potere della mafia dentro le carceri, spezzando la continuità del comando dei boss dopo il loro arresto.

Con una visita al mese da parte dei familiari, restrizioni nei contatti con altri detenuti, severi limiti a lettere, messaggi e telefonate, l’ unico strumento a disposizione di Riina per inviare ordini ai suoi sottoposti sono stati i suoi avvocati ed i parlamentari che hanno tentato di fargli visita. Questi ultimi sono stati respinti da Riina stesso, e gli avvocati siciliani si sono guardati bene, durante i non frequenti colloqui con lui, dal farsi tramite di messaggi.  
Più tempo passa, più il 41bis si rivela uno strumento cruciale per distruggere potere e prestigio dei capimafia detenuti.

Riina era depositario di grandi segreti

NO. Il più grande segreto di Cosa nostra era l’identità dei suoi protettori. Identità svelata dalle indagini e dai processi contro Andreotti, i cugini Salvo ed i loro amici nella Corte di Cassazione, nei servizi di sicurezza, nei ministeri, nei tribunali e nelle Procure. La connection che partiva dal governo centrale e scendeva giù fino alle cosche siciliane, era ben nota fin dalla metà degli anni ’80 a Falcone-Borsellino e al pool di Chinnici e Caponnetto.  

Sono stato parte di questa presa di coscienza, e posso dire che eravamo perfettamente consapevoli della partita che stavamo giocando. Ed i nostri avversari  sapevano che noi sapevamo: l’attentato dell’Addaura, nel 1989, fugò ogni dubbio sulla posta che era in gioco.

Ma per “segreti” si potrebbero intendere, invece, componenti tuttora nascoste del circolo di potere che è uscito sconfitto dalla scontro con le forze della legalità di cui stiamo parlando.  

Se è così, in che direzione, allora, si dovrebbe guardare? Cosa ci poteva essere al di sopra dei poteri centrali del tempo? Il governo degli Stati Uniti e la sua polizia imperiale, la CIA?

Ma dobbiamo escludere gli americani. La guerra fredda era appena terminata. Di fronte a questo inedito conflitto italiano, gli Stati Uniti stavano solo a guardare. E se proprio dovevano prender partito, lo prendevano più a favore che contro l’antimafia, come ebbe a lamentarsi lo stesso Andreotti quando dichiarò di essere stato scaricato dagli USA.

Se per “segreti” , infine, si vogliono intendere verità giudiziarie definitive, nonché nomi, responsabilità e circostanze dettagliate di ogni strage, assassinio e fatto eversivo accaduto in Italia tra gli anni ’80 e la metà degli anni ’90, è vero allora che la strada da percorrere è ancora lunga.

Tutti i delitti politici hanno percorsi tortuosi e zone che restano oscure, da Giulio Cesare a J.F. Kennedy, ma nella nostra piccola Repubblica siamo perlomeno riusciti a tratteggiare le grandi linee, e le principali responsabilità politiche dirette, dell’ eversione di Stato più recente.  Non dimentichiamo il prezzo, altissimo, che abbiamo pagato per questa operazione di verità e di giustizia. La conoscenza di ogni tessera del mosaico politico-mafioso è costata la vita di un servitore dello Stato. Altro che trattativa.

Sta per scoppiare una nuova guerra di mafia

NO. È solo wishful thinking dell’antimafia integralista e dei cronisti giudiziari over 50. Non ci saranno né guerra di successione né una nuova guerra di mafia. Cosa Nostra a guida corleonese – cioè Cosa Nostra tout court - è finita. Come potenza economica e come forza politica e militare. La sua spina dorsale è stata spezzata dal maxiprocesso del 1985-86, il capolavoro di Giovanni Falcone. Il lavoro è stato portato a termine dalle indagini successive, dalle leggi sui pentiti, sul 41bis e sul riciclaggio.

Nel frattempo la società italiana e la Sicilia le hanno voltato le spalle. Il senso comune è oggi contro e non filo-mafia. Al punto che il maggior pericolo oggi è la falsa antimafia.

Ciò che è rimasto è il simulacro della Cosa Nostra di un tempo. La mafia siciliana è oggi ridotta a trattare da pari a pari con i politici locali, a fare  affari senza poter usare la violenza, cioè lo strumento principe della sua supremazia nei mercati.

Cosa Nostra siciliana da decenni è tagliata fuori dai maggiori traffici illeciti. E in quelli legali, un’impresa mafiosa che non può usare la forza per conquistare i  mercati diventa un soggetto come un altro. È costretta a subire la concorrenza dei network della corruzione politica, dell’associazionismo clandestino, nonché delle imprese forti vere e proprie che la sconfiggono senza troppo sforzo nelle gare di appalto e nell’ accesso alla pubblica amministrazione.

Invece di fantasticare una mafia resuscitata da una catarsi interna, pensiamo piuttosto a darle il colpo finale.

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