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A Seoul il makgeolli non è più la bevanda dei nonni: come la Corea sta trasformando l’alcool tradizionale in fenomeno pop

A Seoul il makgeolli non è più la bevanda dei nonni: come la Corea sta trasformando l’alcool tradizionale in fenomeno pop

Dal design minimal ai cocktail bar di Seoul, il makgeolli sta vivendo una nuova giovinezza. In Corea la bevanda tradizionale diventa simbolo di lifestyle, heritage e nuova Korean Wave tra Gen Z, branding e soft power gastronomico

Per capire davvero cosa sta succedendo oggi in Corea del Sud non bisogna necessariamente entrare in un concerto K-pop, in un flagship store beauty di Seongsu o sul set di un drama Netflix. A volte basta osservare una ciotola di makgeolli. Bianca, opaca, leggermente frizzante, con quella fermentazione morbida e irregolare che per decenni ha raccontato soprattutto la Corea rurale, agricola, lontana dall’estetica iper moderna che il Paese ha esportato nel mondo negli ultimi vent’anni.

Eppure oggi proprio quella bevanda antichissima è diventata uno dei simboli più interessanti della trasformazione culturale coreana contemporanea.

A Seoul il makgeolli sta vivendo qualcosa che va molto oltre la semplice riscoperta gastronomica. È entrato nei cocktail bar frequentati dalla Gen Z, nei ristoranti di nuova cucina coreana, nelle degustazioni premium, nei concept store, nei locali dove il design minimalista incontra le fermentazioni tradizionali. E soprattutto è entrato dentro un racconto molto più ampio: quello di una Corea che sta imparando a trasformare la propria identità culturale in linguaggio globale senza rinunciare alle proprie radici.

Dal drink dei contadini ai rooftop di Seoul

Per anni il makgeolli è stato considerato quasi una bevanda “di un’altra Corea”. La Corea delle campagne, dei lavoratori agricoli, dei ristoranti tradizionali frequentati soprattutto da persone anziane. Una bevanda popolare, economica, servita spesso in semplici ciotole metalliche e percepita come distante dall’immagine sofisticata e internazionale costruita da Seoul durante l’esplosione globale della Korean Wave.

Poi qualcosa è cambiato.

Negli ultimi anni la Corea ha iniziato a vivere una gigantesca riscoperta del proprio heritage culturale. Ma non nel modo nostalgico con cui spesso l’Occidente guarda al passato. Seoul non sta conservando la tradizione sotto vetro: la sta trasformando in esperienza contemporanea.

Il makgeolli è diventato improvvisamente cool. Non in maniera artificiale, ma attraverso un processo molto coreano di reinterpretazione estetica e narrativa. Le bottiglie hanno cambiato design. Le brewery indipendenti hanno iniziato a sperimentare fermentazioni premium, ingredienti regionali e collaborazioni artistiche. I locali hanno costruito pairing sofisticati. I bartender hanno iniziato a usarlo nei cocktail contemporanei. E il pubblico giovane ha smesso di considerarlo “la bevanda dei genitori”.

Oggi capita sempre più spesso di vedere ventenni discutere di makgeolli con la stessa naturalezza con cui a Milano si parla di vino naturale o di craft beer. Cambiano le etichette, cambia il linguaggio, ma il meccanismo culturale è sorprendentemente simile: il ritorno all’autenticità diventa anche risposta alla standardizzazione globale.

Il laboratorio di Seoul: cosa racconta la fiera del makgeolli

Questa trasformazione non resta teorica. La si vede molto chiaramente anche dentro eventi come la Korea Makgeolli Expo di Seoul, dove il makgeolli viene presentato non più come semplice prodotto tradizionale, ma come universo culturale fatto di degustazioni, packaging contemporaneo, produttori regionali, pairing gastronomici, cocktail, artigianato, turismo e racconto del territorio. È qui che la bevanda smette di essere solo memoria contadina e diventa piattaforma: un luogo in cui la Corea mette in scena la propria capacità di rendere attuale ciò che è antico, senza doverlo banalizzare o travestire da moda passeggera.

Passeggiando tra gli stand si percepisce chiaramente come il makgeolli stia vivendo una trasformazione molto simile a quella attraversata dal vino naturale in Europa: piccole brewery indipendenti che raccontano il territorio, attenzione quasi ossessiva agli ingredienti, fermentazioni artigianali, bottiglie costruite come oggetti estetici, un linguaggio visivo sofisticato e soprattutto un pubblico giovane disposto a consumare tradizione purché venga raccontata con codici contemporanei.

Il punto non è soltanto quante bottiglie vengano assaggiate o quanti stand attirino creator e influencer lifestyle. Il punto è che il makgeolli, dentro una fiera di questo tipo, diventa leggibile come fenomeno culturale: una tradizione che si organizza, si racconta, si posiziona e prova a parlare anche fuori dai confini coreani. Esattamente come è già accaduto con il cinema, con la musica, con il beauty e con la cucina, anche l’alcool tradizionale entra così nel vocabolario più ampio del soft power coreano.

La Corea che riscopre sé stessa

La trasformazione del makgeolli racconta in realtà qualcosa di molto più profondo sulla Corea contemporanea.

Negli ultimi anni Seoul ha vissuto un ritorno potentissimo verso tutto ciò che è tradizione reinterpretata: hanok restaurati trasformati in café, artigianato riportato dentro il design contemporaneo, fermentazioni storiche riscoperte da chef e giovani imprenditori, ceramiche tradizionali diventate oggetti lifestyle, quartieri storici trasformati in hub creativi.

Zone come Ikseon-dong, Seochon o persino alcune aree di Seongsu mostrano chiaramente questa nuova direzione culturale. La Corea non vuole più scegliere tra modernità e passato. Vuole trasformare il passato in un’estensione della propria contemporaneità.

Ed è esattamente qui che il makgeolli diventa interessante anche dal punto di vista culturale e politico. Perché non è soltanto una bevanda: è un pezzo di identità nazionale che viene riposizionato dentro il mercato globale.

Il nuovo soft power coreano

Per anni il soft power coreano si è appoggiato soprattutto su musica, drama e beauty. Oggi però la Korean Wave sta entrando in una fase diversa, più ampia e probabilmente più matura. Non esporta più soltanto contenuti pop, ma uno stile culturale completo.

La cucina coreana internazionale, il boom del turismo gastronomico, la crescita dell’interesse per le fermentazioni tradizionali, l’estetica heritage, il design legato alla rural culture, il successo mondiale della letteratura coreana: tutto sembra far parte dello stesso ecosistema.

Ed è interessante osservare come la Corea stia cercando di costruire connessioni sempre più profonde anche attraverso la cultura scritta e non soltanto quella visiva o musicale. In Italia questo processo passa anche attraverso iniziative come il portale “Libri Coreani in Italia”, creato dal Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano per raccogliere e promuovere le principali pubblicazioni di autori coreani in Italia e di autori italiani sulla Corea. Una piattaforma che ha già superato le 200mila visualizzazioni e che racconta bene come la Korean Wave stia progressivamente entrando in una dimensione più strutturata e culturale.

Perché la Corea di oggi non sta semplicemente esportando intrattenimento. Sta costruendo familiarità culturale.

Una nuova immagine della Corea

Osservare il successo contemporaneo del makgeolli significa quindi osservare una Corea molto diversa dagli stereotipi occidentali più comuni. Non soltanto tecnologia, K-pop, luci di Gangnam o skincare. Ma anche fermentazione, ritualità, rural heritage, memoria gastronomica e territorio.

Ed è forse proprio questa la fase più interessante della Korean Wave contemporanea: quella in cui il Paese smette di sembrare soltanto una potenza pop iper veloce e inizia invece a raccontarsi come civiltà culturale complessa, stratificata, capace di trasformare persino una bevanda antichissima in un linguaggio contemporaneo.

Oggi il makgeolli non è più soltanto alcool tradizionale. È design, branding, lifestyle, esperienza, turismo e identità. Ed è probabilmente una delle immagini più precise della Corea che sta arrivando adesso.

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