Cronaca

Dal Lago: "Saviano è il nostro Padre Pio"

Intervista al noto sociologo, primo studioso a confrontarsi su "Gomorra" e sul ruolo dello scrittore

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Carmelo Caruso

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Roberto Saviano si può contestare? «Si può solo adorare». “Gomorra” ha dissacrato la camorra o è diventato un testo sacro? «È un atto di fede». Non è il successo ad aver canonizzato Saviano? «Ma è La Repubblica che lo ha elevato a Padre Pio della nostra morale. Saviano è oggi il nostro eroe di carta». “Eroi di carta” è il titolo del suo libro… «E mi sono pentito soltanto di non averlo scritto in inglese. Non avevo compreso che Saviano fosse un’icona e non uno scrittore».

Alessandro Dal Lago è un ex professore di sociologia dei processi culturali dell’università di Genova: «Oggi sono in pensione». È di sinistra: «Convintamente». Al Manifesto, dove continua a scrivere, soprattutto di immigrazione, la direttrice Norma Rangeri non ha apprezzato il suo testo. A Micromega, dove scriveva, il direttore libertario, Paolo Flores d’Arcais, non ha lasciato libertà ai suoi lettori: «Non l’ho letto ma non leggetelo!».

Per Marco Travaglio, Dal Lago, è il professionista degli anti-Saviano: «Ma ultimamente anche Travaglio si è ricreduto su Saviano». Per Adriano Sofri, è solo un invidioso: «Ma oggi Sofri scrive solo sul Foglio, quel giornale che più ha apprezzato e dibattuto il mio libro». Con il suo Eroi di Carta. Il caso Gomorra e altre epopee, pubblicato nel 2010 dalla Manifestolibri, Dal Lago è l’unico studioso che finora si è misurato sulla dismisura di un prodotto editoriale e sulla dilatazione, non solo culturale, di uno scrittore. Il pamphlet di Dal Lago non è infatti una sgangherata invettiva contro “Gomorra” e il suo autore, ma una dissertazione coraggiosa per provocazione ma robusta nella bibliografia. Nel suo libro, Dal Lago, non si è dunque fermato sulle accuse di plagio che hanno fortificato Saviano, ma sulla pericolosità degli elogi che lo hanno indebolito.

In Italia gli eroi sono di carta o si edificano sulla carta (stampata)?

Possono nascere sulla carta. Quando ho iniziato a ragionare su Saviano, piovevano le proposte di Nobel: da Umberto Eco a Dario Fo. In un articolo di Repubblica si diceva che ci fosse “bisogno di martiri”. Saviano, a dieci anni dalla pubblicazione del libro, lo è diventato. Lui stesso si è successivamente definito un’operazione mediatica e la sua lotta alla criminalità una moda.

Essere di moda è un accidente?

È una risposta insufficiente a un problema. Io credo che i fenomeni criminali non si reprimano con la moda, ma con il duro lavoro investigativo, intelligence radicata, analisi dei dati.

Si danneggia uno scrittore stroncando o adulandone l’opera?

Trasformandolo in un faro morale. Saviano è stato l’eroe assemblato dal più importante quotidiano nazionale in funzione antiberlusconiana. C’è stato un momento in cui perfino la sinistra lo voleva alla guida del Pd. Oggi assomiglia alla statua del commendatore che gridava al Don Giovanni: “Pentiti, cangia vita/ è l’ultimo momento”. La sua superiorità morale lo autorizza a intervenire su tutto: da Eluana Englaro al sindaco di Quarto che, a suo parere, andava espulso. E tutto questo nonostante sia evidente la sua ignoranza su alcuni fatti.

“Gomorra” ha redento l’Italia?

Nessuno scrittore ha mai creduto di scrivere un romanzo per redimere un paese. Ernest Hemingway, che ha praticato l’eroismo in guerra, non pretendeva di sconfiggere il male. Neppure gli intellettuali francesi, che si sono inventati l’impegno, arrivavano a tanto. Il fenomeno Saviano è qualcosa di unico nella storia del Novecento. Forse bisogna risalire all’Ottocento e a George Byron per ritrovare qualcosa di simile. La figura di Saviano è in parte un residuo dell’intellettuale togliattiano che il partito controllava e manipolava.

Mario Puzo raccontava di aver scritto un classico come “The fortunate Pilgrim” per fare la fame e “Il Padrino” per fare soldi.

A sinistra, ancora oggi, non si può dire che un prodotto editoriale venga scritto o girato per fare denaro. Sono tutti titani contro il Male.

Saviano ha mostrato il Male come ricorda, e ha scritto, il pm Ilda Boccassini?

Ripetere che “Gomorra” abbia mostrato il male è una pulsione di carta. Significa aver perduto il senso di sé. Un esempio è la frase pronunciata da Saviano:”Il mio compito è confortare gli afflitti e sconfiggere i confortati”. Sembra Savonarola. La verità è che “Gomorra” è il nostro blockbuster morale, è un equivoco culturale solo italiano. Un libro che serve a supplire la nostra inadeguatezza.

Abbiamo risolto la camorra leggendo “Gomorra”?

Quel libro ci libera dal senso di colpa. È come i gialli: li leggiamo ma non sappiamo risolverli nella vita reale. Siamo tutti Saviano perché non sappiamo essere normali.

“Gomorra” è un genere epico?

È un’insalata di camorristi che ormai Saviano vede dappertutto. La sua lotta tra il bene e il male, più che la tensione de Il Padrino, ricorda il genere fantasy. C’è qualcosa di tolkeniano, da Il Signori degli Anelli, in questa contrapposizione tra bene e male che Saviano continua ad agitare.

Per difendere la serie tv “Gomorra”, accusata di fascinazione nei confronti dei camorristi, Saviano ha fatto ricorso a Goethe e Dostoevskij. Saviano è il nostro eroe romantico?

C’è un narcisismo narrativo nei suoi testi. È lo stesso che è esploso nel secondo libro e che purtroppo coinvolge non solo Saviano. A Padova, durante un’omelia, un prete si è spinto a sostenere che sant’Antonio era un antesignano di Saviano. Il mensile “Max”, con una boutade volgare, ha addirittura pubblicato una foto choc con Saviano disteso su un lettino da obitorio, tipo il Cristo morto del Mantegna. Voleva essere la risposta provocatoria a tutti coloro che lo attaccavano. Come si vede, si è perso il senso della misura.

Esaminare i testi e il ruolo di Saviano significa essere complici della camorra?

Quando ho scritto “Eroi di Carta”, in Italia non si poteva discutere di Saviano. Mi hanno accusato di aver azionato la macchina del fango. Non è un caso che le critiche più feroci a Saviano siano arrivate soltanto dai giornali esteri. Il critico di El Pais, in occasione del secondo libro “ZeroZeroZero”, ha scritto che Saviano non si è infiltrato nel narcotraffico ma nei reportage.

Saviano si ama e si diffama?

Polemizzare non è diffamare. È invece vero che Saviano si sente diffamato e ogni volta risponde per via giudiziaria alle critiche. Nessuno limita la parola di Saviano, anzi. È l’uomo che ha più libertà di parola in Italia.

Saviano va liberato da chi lo protegge ma lo soffoca?

Vive nella gabbia della sua fama. Per paradosso è la critica che lo fa respirare e la lode a imbavagliarlo.


 

 

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