Pio Albergo Trivulzio: la lunga e difficile storia della "Baggina" (1771-2020)
L'inaugurazione della nuova sede del Pio Albergo Trivulzio sulla via "Baggina" il 22 maggio 1910 (Dea/Getty Images)
Pio Albergo Trivulzio: la lunga e difficile storia della "Baggina" (1771-2020)
Cronaca

Pio Albergo Trivulzio: la lunga e difficile storia della "Baggina" (1771-2020)

Gli inizi, l'utilità sociale, lo scandalo Tangentopoli, oggi la tragedia del Coronavirus

Tutto era cominciato con una firma: quella sul testamento del principe Antonio Tolomeo Gallio Trivulzio (1692-1767). Illuminista amico di Pietro Verri e Cesare Beccaria, figlio di Lucrezia Borromeo ed erede di una delle più importanti casate della nobiltà italiana, fu una delle figure di spicco della Milano dell'epoca teresiana, oltre che di casa alla Corte di Vienna.
L'attività filantropica a favore dei cittadini indigenti, coltivata e messa in pratica per anni, vide un'accelerazione dopo la morte a soli cinque anni di vita dell'unica figlia Lucrezia. Senza eredi diretti, il Principe Trivulzio concepì il grande progetto di una casa per l'assistenza degli anziani bisognosi. Si sarebbe trattato della prima istituzione laica di beneficenza e cura, attività fino ad allora esclusivamente gestita dagli enti religiosi.
Tra le carte presentate al notaio un anno prima di morire, Antonio Tolomeo Trivulzio gettava solide basi economiche per la realizzazione del suo progetto: 2 milioni di lire milanesi e una cospicua eredità immobiliare, che da allora costituirà il principale mezzo di sostentamento del pio istituto. L'istituzione vedrà la luce quattro anni dopo la scomparsa del suo benefattore, nel 1771. La prima sede fu la residenza milanese del principe, il Palazzo Trivulzio in via della Signora nel cuore di Milano. Il "Pio Albergo per i poveri impotenti" nasceva con il beneplacito di Maria Teresa d'Austria e si proponeva di procurare un tetto e un pasto agli anziani indigenti della città, quelli che dai milanesi saranno poi chiamati "I veggiòn" o i "vecchioni". La presenza di personale medico- sanitario garantiva le basi dell'assistenza ospedaliera agli ospiti della grande casa di riposo.


La sede di via della Signora rimase attiva fino al 1910, quando la dirigenza dell'istituto decise il trasferimento a causa delle condizioni igienico-sanitarie in via di deterioramento della storica sede e per il sovraffollamento degli anziani cresciuti di numero assieme alla popolazione milanese. Per la nuova sede del Pio Albergo fu individuata un'area fuori le mura di Porta Magenta, alla periferia Sud-ovest della città, lungo la strada che portava a Baggio (L'attuale via Antonio Tolomeo Trivulzio in onore del fondatore e benefattore). Proprio la collocazione lungo quella direttrice fu all'origine del soprannome che è diventato sinonimo dell'istituzione caritatevole milanese: la "Baggina".
Il nuovo edificio (tuttora in uso) era allora considerato il fiore all'occhiello dell'assistenza pubblica nonché il più grande ospizio del Paese: la sua pianta rettangolare copriva una superficie molto più estesa rispetto alla prima sede, con i suoi sessantamila metri quadrati progettati dagli ingegneri Carlo Formenti e Luigi Mazzocchi in stile neosettecentesco in omaggio al fondatore, mentre il cortile interno richiamava la prima sede con le arcate neogotiche che lo circondavano.
Il trasferimento dei "vecchioni" dalla sede di via della Signora fu un avvenimento per la città di Milano. I ricoverati, in numero di circa 900, furono spostati assieme agli effetti personali nel maggio del 1910. Gli uomini furono trasferiti con i tram messi a disposizione dall'Azienda comunale mentre per le anziane ricoverate l'Automobile Club di Milano organizzò una vera e propria parata con i mezzi messi a disposizione dai facoltosi proprietari, che si diresse verso la strada Baggina tra i saluti dei cittadini.
L'inaugurazione ufficiale della nuova sede si tenne il 22 maggio 1910 alla presenza del Duca di Genova in rappresentanza di Casa Savoia. Accompagnato dalle autorità civili e religiose, il duca visitò i dodici dormitori e i nuovi refettori (maschile e femminile) lunghi ben 60 metri. La banda dei piccoli orfani legata da sempre al Pio Albergo, i "Martinitt" e le orfanelle delle "Stelline" allietarono gli illustri ospiti, mentre la Croce Verde si esibiva nel montaggio di un ospedale da campo.


I "veggiòn" animarono gli ambienti, i cortili, gli spacci interni e la mensa soltanto per i primi cinque anni di vita della nuova sede. Lo scoppio della Grande Guerra li costrinse ad un nuovo trasferimento temporaneo alla Casa San Girolamo Emiliani, mentre l'area della Baggina veniva requisita dall'autorità militare e trasformata in ospedale chirurgico.
Soltanto alla fine delle ostilità e dopo la morìa dovuta alla pandemia della "spagnola" gli anziani ospiti nelle loro divise di feltro marrone furono riportati nelle stanze del Pio Albergo Trivulzio.
Un'altra guerra scoppiata fuori dai cancelli dell'istituto rischiò di cancellare per sempre la storia della Baggina, quando durante uno dei devastanti bombardamenti dell'agosto del 1943 una bomba centrò in pieno la Baggina provocando soltanto un incendio mentre gli ospiti erano accalcati nel rifugio dell'ospedale. Le suore in servizio fecero voto alla Madonna di Lourdes alla quale dedicarono una grotta dove tuttora sono conservati i frammenti dell'ordigno. Sotto le bombe scomparirà per sempre anche il palazzo Trivulzio di via della Signora, gravemente danneggiato e poi abbattuto definitivamente nel 1947.
La vita del Pio Albergo riprese negli anni difficili del dopoguerra immutata nella sostanza, vale a dire che l'ospizio rimaneva più in ricovero per anziani o persone sole e indigenti senza avere una netta vocazione specialistica in campo geriatrico. Lo sviluppo dell'area avvenne soltanto a partire dalla fine degli anni '50 quando grazie al continuo sostegno economico di grandi benefattori tra i quali spiccava la Cassa di Risparmio (poi Cariplo) fu possibile la costruzione di nuovi padiglioni, primo tra tutti quello dei "cronici" del 1961 a cui faranno seguito i reparti "Zonda","Castiglioni"e"Grossoni" entro i primi anni settanta. Nel 1968 anche la vecchia struttura fu rinnovata con l'eliminazione delle grandi camerate ormai anacronistiche a vantaggio di camere separate e poliambulatori, per un investimento complessivo di 1,8 miliardi di lire dell'epoca.


Alla fine degli anni sessanta la struttura era cresciuta sensibilmente. Il Pio Albergo Trivulzio poteva contare su 1.650 posti letto, un cinema-teatro, una nuova mensa e nel 1972 anche di un reparto di riabilitazione. All'epoca la Baggina ospitava oltre un terzo degli anziani bisognosi di assistenza di Milano, ma fu proprio in questo decennio di espansione che iniziarono per lo storico istituto i guai giudiziari e gli articoli in cronaca.
Proprio la natura giuridica differente dal resto delle strutture assistenziali e ospedaliere fece si che la qualità dell'assistenza medico-infermieristica non fosse all'altezza del rapido sviluppo delle specializzazioni mediche, geriatria compresa. La natura di ente benefico (o Ipab) esulava il Pio Albergo dalla gestione dei concorsi per il personale sanitario come stabilito per tutte le altre realtà ospedaliere nazionali, non essendo stato incluso nelle liste regionali e neppure più tardi fu incluso nelle strutture facenti parte delle Unità Sanitarie Locali (Usl). Questa situazione fece si che il Pio Albergo Trivulzio, diretto da un consiglio di amministrazione a nomina mista tra Comune e Regione, si trovasse in una situazione di cronica carenza di personale medico e da una preponderanza di dipendenti dal basso profilo professionale, soprattutto tra gli infermieri.
Questa situazione, unita alla crescita delle degenze (e soprattutto lungodegenze), risultò in una gravissima carenza assistenziale e igienica (sporcizia e parassiti invadevano gli ambienti e spesso i ricoverati erano abbandonati in condizioni umilianti). Con la media di un infermiere ogni 60-70 assistiti, sui quotidiani la Baggina iniziò ad essere dipinta come "l'anticamera del cimitero". A partire dal 1976 la nomea del Pio Albergo Trivulzio fu infangata da gravi episodi di violenza sugli anziani ospiti da parte di alcuni dipendenti. In seguito alle denunce della stampa e dei parenti delle vittime di abusi ed umiliazioni, le indagini della Procura porteranno a 17 avvisi di garanzia, due arresti e le dimissioni dei vertici dell'istituto allora guidato dal socialista Giovanni Nolasco. All'inizio degli anni ottanta la situazione della Baggina peggiorò ulteriormente. Furono riscontrati tra gli anziani anche casi di scabbia e furono denunciati furti di denaro dagli armadietti dove gli anziani ricoverati tenevano la pensione. Ancora nel limbo del riconoscimento pieno come struttura di ricovero e cura il Pio Albergo mancava, oltre che di personale qualificato, anche di presidi e strutture indispensabili in un polo geriatrico di moderna concezione, come un laboratorio analisi interno e apparecchiature diagnostiche specifiche. In quel periodo fu disposto il trasferimento dei pazienti solventi presso la nuova "Casa albergo", mentre con la media di tre funerali al giorno il pio istituto fu conteso dalle aziende di pompe funebri.
Nel 1985 lo scandalo amplificato dalla stampa raggiunse Roma, che sollecitò la Regione Lombardia ed il Comune di Milano ad una risoluzione rapida del "caso Baggina".


Il 10 febbraio 1986, nel cuore degli anni della "Milano da bere", veniva nominato ai vertici del Pio Albergo Trivulzio l'ingegner Mario Chiesa. Socialista della corrente di De Martino, vicino al sindaco Carlo Tognoli e a Paolo Pillitteri, era stato direttore tecnico dell'Ospedale Luigi Sacco. La spinta riformistica del nuovo consiglio di amministrazione fu sensibile sin dai primi mesi di lavoro: alla Baggina venivano introdotte le figure professionali dei caposala e promosse nuove assunzioni di specialisti. Contestualmente, la direzione Chiesa azzerava la commissione interna che aveva ostacolato le indagini sulle violenze e chiuso più volte un occhio su assenteismo e falsi certificati medici procurati in diverse occasioni ai dipendenti. Nel 1987 il nuovo direttore annunciava l'istituzione di un consultorio geriatrico aperto agli esterni e la costruzione di nuovi padiglioni. L'anno successivo la Regione Lombardia riconosceva al Trivulzio lo status di "Presidio multizonale geriatrico", che inseriva de facto l'istituto a pieno titolo (dopo più di due secoli di vita) nel sistema sanitario regionale convenzionato con la previdenza sociale, traguardo che significava un introito fisso grazie al sistema dei rimborsi. Grazie al nuovo finanziamento, furono possibili altre assunzioni di specialisti e di infermieri professionali. Tuttavia, le spese legate alla gestione e agli investimenti strutturali portarono il consiglio d'amministrazione alla vendita di parte dell'ingente patrimonio immobiliare, spesso costituito da appartamenti e negozi nel centro storico. L'ultimo atto dell'amministrazione Chiesa fu l'inaugurazione di un nuovo padiglione di riabilitazione cardiologica poco prima che sulla storia dell'istituto si abbattesse la bufera. Il 18 febbraio 1992 Mario Chiesa veniva arrestato nel suo ufficio su richiesta del Magistrato Antonio di Pietro. L'amministratore era stato infatti denunciato da Luca Magni, titolare di una azienda di pulizie industriali che aveva portato i Carabinieri all'appuntamento fissato con Chiesa per il versamento di una tangente di sette milioni di lire in contanti. Dagli uffici del Pio Albergo Trivulzio nacque così Tangentopoli, il più grande terremoto politico dal dopoguerra.
In seguito all'arresto del manager socialista, la dirigenza del Pio Albergo Trivulzio fu commissariata per un brevissimo periodo sino alla nomina del giovane pediatra Claudio Cogliati che raccolse la difficile eredità dell'istituto nel ciclone dell'operazione "mani pulite" nominato non senza malumori dalla giunta guidata da Marco Formentini. Rimarrà in carica sino al 2000, sostutuito dal professor Giuseppe di Benedetto.

Il principe Antonio Tolomeo Gallio Trivulzio, benefattore del pio istituto omonimo (OnB)


L'aumento delle specializzazioni e le assunzioni di personale qualificato oltre all'apertura di nuovi reparti convenzionati avevano generato nuovi oneri nel bilancio del Pio Albergo Trivulzio. Proprio per questo la gestione Chiesa aveva messo mano al patrimonio immobiliare attraverso operazioni di vendita e assegnazione di affitti senza regolare bando pubblico. Fu lo stesso Cogliati a denunciare la grave situazione di irregolarità ereditata, dando il via a meno di tre anni dall'inizio di Tangentopoli alla seconda grande tempesta giudiziaria che la Baggina dovette affrontare. Il 29 maggio 1995 sul tavolo del Procuratore Gerardo D'Ambrosio c'era l'elenco degli affittuari degli appartamenti e degli esercizi di proprietà del Trivulzio, ottenuti a prezzi di assoluto favore e senza licitazione. Così nasceva la "affittopoli della Baggina",scandalo che vide coinvolti politici, imprenditori e personaggi dello spettacolo che per anni avevano goduto per pochi soldi di appartamenti nel cuore della città con grave danno per il bilancio dell'istituto geriatrico ormai in rosso per svariati miliardi di lire.
La pesante situazione patrimoniale e la persistenza di storture nella gestione degli affitti, che pareva incorreggibile anche dopo la bomba di Tangentopoli, fecero sprofondare il Trivulzio nuovamente in una fase di declino dal punto di vista della qualità assistenziale. Furono necessari tagli al personale e alle strutture (tra cui le associate Martinitt e Stelline). Il Pio Albergo si affacciò nuovamente alle cronache all'inizio del nuovo millennio, quando furono registrati nuovi episodi di degrado e casi di scabbia tra le corsie. Nel 2002 intervenne l'allora ministro della Sanità Girolamo Sirchia, dopo la segnalazione di un caso di maltrattamento nei confronti di un ospite ultranovantenne. Le interrogazioni sulla Baggina, in rosso per oltre cinque milioni di euro, furono promosse dall'assessore Tiziana Maiolo e dall'allora capogruppo della Lega Nord Matteo Salvini. Il Comune di Milano, allora guidato da Gabriele Albertini, decise il taglio dei contributi alla Baggina a causa del livello assistenziale non ritenuto all'altezza. In quel periodo difficile, il caldo eccezionale che si afflisse l'Italia nell'estate 2003 falciò molte vite tra gli anziani ospiti dell'istituto milanese.


Nel 2004 Regione e Comune nominarono ai vertici del Pio Albergo Emilio Trabucchi, in quota al PdL. La situazione patrimoniale sui lasciti e sugli affitti soffriva alla metà degli anni duemila continuava a soffrire per le medesime storture di dieci anni prima, con i contratti assegnati senza trasparenza e al di fuori delle regole del mercato, spesso di durata molto maggiore rispetto ai canoni di locazione tradizionali e quindi più difficili da disdire. Per rispondere alla situazione di stallo, il consiglio di amministrazione decise di mettere in vendita parte del patrimonio immobiliare e di aumentare sensibilmente i canoni di locazione, di cui beneficiarono anche Cinzia Sasso (moglie di Giuliano Pisapia) oltre a Giuseppe Marotta (dg. Juventus) e Ariedo Braida (dg. AC Milan) .
Alla condizione non proprio rosea della Baggina si aggiunse nel 2008 il coinvolgimento nello scandalo del "caro estinto", il racket delle pompe funebri che portò l'inchiesta anche alla morgue del Trivulzio.
Sui bilanci dell'istituto iniziò a pesare anche la riduzione delle donazioni, innescata dalla crisi globale del 2008, nonostante il taglio progressivo di parte dei posti di degenza (circa 1.000 in quegli anni) e allo sviluppo di nuovi centri di specializzazione come il polo dentistico.
Poi, nel 2011 un nuovo scandalo. Si apriva un nuovo capitolo "affittopoli" che questa volta, oltre alle locazioni, riguardò anche alcune alienazioni di appartamenti e immobili di pregio concesse a prezzi di favore. I vertici del Trivulzio rassegnavano le dimissioni e la Baggina veniva di nuovo commissariata dal governatore Roberto Formigoni, che sceglieva l'ingegnere Emilio Triaca con l'incarico trimestrale di riorganizzare la gestione patrimoniale dell'istituto. I primi provvedimenti, causa il forte indebitamento, riguardarono sensibili tagli al personale. Dopo alcuni mesi di commissariamento, la presidenza del Pio Albergo passò nelle mani di Laura Iris Ferro, psichiatra e farmacologa. Fu avviato un nuovo piano di dismissione del patrimonio immobiliare, in particolare degli edifici di pregio nel centro di Milano e un adeguamento al mercato degli affitti. L'operazione tuttavia andò incontro ad una serie di ostacoli di natura politica (scontri in Giunta sulle decisioni del cda del Trivulzio) ed economica, dovuti alla difficile congiuntura che lasciò buona parte degli immobili di lusso invenduti. Anche la progettata fusione con il secondo polo geriatrico milanese, il Redaelli-Golgi, naufragò. Nel 2014 di nuovo le pagine dei giornali si occuparono della Baggina quando esplose il caso del nuovo polo di via Pindaro (zona viale Monza) la cui mensa nuova di zecca non entrò mai in funzione, causando lo scontro interno tra la dirigenza dell'ente e il Comune di Milano (con l'allora assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino) con i vertici dela Baggina che accusavano la giunta di aver tenuto troppo bassi i rimborsi. Contemporaneamente gli effetti dei tagli si produssero in aspre proteste da parte del personale medico, che accusava la gestione di aver riportato il livello dell'assistenza al periodo buio dei primi anni ottanta. I posti letto nel 2014 si erano ridotti a soli 754, un numero inferiore al totale dei "vecchioni" nel 1910. La situazione davvero grave spinse i vertici di Pirellone e Palazzo Marino a decidere per la terza volta il commissariamento del Trivulzio. Il commissario scelto in tandem da Maroni e Pisapia era Claudio Sileo, medico bergamasco già dirigente Asl a Milano. Tra i primi provvedimenti il Trivulzio annunciò un forte aumento degli affitti commerciali in centro (fino a tre volte superiore alla stipula delle locazioni). Questo accadeva mentre alla Baggina la media di personale sanitario era ripiombata agli anni dell' "anticamera del cimitero" con un medico ogni ottanta degenti. Al termine del breve mandato ai vertici del dissestato istituto (che accusava 10 milioni di perdita strutturale costante) veniva nominato un ex manager Unicredit, Maurizio Carrara, con un lungo trascorso nel non profit. Per uscire dall'impasse (e possibilmente anche dalle pagine della cronaca) la nuova dirigenza pensò alla nascita di una fondazione con l'ingresso di privati, considerato anche il periodo molto sfavorevole per le donazioni. Nel 2016 riprendevano anche le alienazioni degli immobili di prestigio e per la prima volta nella storia della Baggina i bandi pubblici per gli affitti di 1.348 appartamenti. La vendita di un prestigioso palazzo in via della Spiga portava nelle casse 37 milioni di euro. Il progetto, elaborato dall'ex commissario Sileo confermato ai vertici del Trivulzio come direttore generale, portava al dimezzamento del debito nel 2018. Al progetto di digitalizzazione a favore di operatori e degenti, faceva seguito alla fine dell'anno la sostituzione di Sileo con un altro manager bergamasco, Giuseppe Calicchio. L'ultimo colpo immobiliare, la vendita di un immobile dei Martinitt a Lambrate, fruttava 5 milioni di euro a pochi mesi dal nuovo bando emesso dall'istituto per l'assunzione di cento figure professionali.
Tuttavia la tempesta si abbatterà nuovamente sopra al sogno del principe Trivulzio. La pandemia del virus Covid-19 nel marzo del 2020 riporta la Baggina sulle prime pagine dei quotidiani a seguito dell'alto numero di decessi tra gli anziani ricoverati in seguito al trasferimento al Pio Albergo Trivulzio di pazienti affetti da Coronavirus, causando l'ispezione della Guardia di Finanza negli uffici della storica "casa di veggiòn".

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