Cronaca

Omicidio di Fortuna Loffredo: gli aspetti più inquietanti

Bambini cresciuti troppo in fretta e adulti che li tradiscono tra omertà e bugie e diventano aguzzini

Un orco, una madre che nasconde gli orrori di casa dietro al silenzio e che ora dal carcere tenta il suicidio e dei bambini costretti a crescere troppo in fretta, ma che dopo anni di violenze decidono di parlare, di denunciare una vita di abusi. Poi ci sono le nonne, i vicini di casa, alcuni degli abitanti dell’Isolato 3 del Parco Verde di Caviano, Napoli, che mettono a nudo con le loro voci una realtà mai facile da raccontare. Sono questi gli attori e le comparse che fanno parte della storia triste di Fortuna Loffredo, Chicca, la bambina coraggiosa scaraventata giù due anni fa dall'ottavo piano perché non voleva cedere all'ennesimo abuso.

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Bambini soli contro tutti
Dietro la lunga indagine che ha portato all’incriminazione di Raimondo Caputo per l'omicidio di Fortuna, e alla carcerazione della compagna Marianna Fabozzi per aver coperto anni di torture fisiche e psicologiche ci sono le voci di ragazzini violati, minacciati, usati che hanno dovuto imparare in fretta a essere i piccoli abitanti del Parco Verde.

E sono le voci delle figlie di 11 anni, 6 anni, 3 anni della coppia in carcere, piccole donne che hanno dato una svolta alle investigazioni sulla morte di Chicca. Come quella della più piccina che, nonostante le violenze subite, è stata capace di aprirsi facendo svanire così l'alibi del padre spiegando a modo suo che non era al parco con Caputo mentre Chicca moriva "volando" giù dall'ottavo piano.

Poi c'è un'altra drammatica testimonianza che aggiunge un nuovo tasselo a quel mosaico dell'orrore: quella dell'altra figlia dell'imputato, amica di Fortuna, che segue il padre e la bambina fino all'ultimo piano, vede l'amichetta a terra mentre Caputo prova a violentarla e riferisce che sua madre era con lei forse per proteggere la donna, una mamma che non ha sauto proteggerla e che adesso è in isolamento dopo aver tentato di togliersi la vita.

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Grandi che sanno e non parlano
Nella storia di Fortuna gli adulti non hanno pietà e non provano amore, la tenerezza si trasforma in possesso e la protezione in un carcere di abusi. Alcuni degli adulti che vivono all’isolato 3 del Parco Verde di Caivano, e che vengono fuori dalle carte dell’inchiesta, piena di intercettazioni e di verbali sulla morte di Chicca, hanno impedito ai loro bambini di parlare. Hanno imposto loro il silenzio o la menzogna. Sono a loro volta nonne, mamme, vicine di casa. Come la nonna Angela, che alle nipoti chiede di tacere sul fatto che Chicca fino a pochi minuti prima di essere uccisa era stata a casa di una sua amichetta, figlia della convivente di Caputo. Di mantenere, insomma, quel segreto.

E poi ci sono le voci della vicina, un'altra nonna che si chiama Rachele, e che potrebbe essere considerata una parente dato che suo figlio viveva con la mamma di Chicca. Ma in questa storia tragica Rachele è solo un'estranea che abita sullo stesso pianerottolo di casa di Raimondo Caputo che si offre a protezione del presunto orco e fa mettere a verbale che la mattina dell'omicidio lei, già da un’ora, stava seduta su una sedia in prossimità delle scale e che, quindi, non ha visto nessuno salire all’ottavo piano, o peggio precipitare, né dal terrazzo né dalle finestre. Parole smentite da un altro vicino che dice di non aver mai visto la signora seduta su una sedia sulle scale.

Voci e silenzi che nascondo la verità
Chi dice la verità? Chi mente? Due anni di indagini hanno fatto emergere tanti abusi e due sospettati. Ma quante persone sono state davvero coinvolte e quanti davvero sapevano e hanno taciuto ancora no si sa.

Questa è la storia di una bambina chiamata Chicca, di cui restano solo una foto pubblicata su tutti i giornali, una vita stroncata a sei anni, parole e voci che raccontano tanta sofferenza.


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