lola daviet
(Ansa)
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Quando è una donna a commettere reati a sfondo sessuale

La terribile vicenda di Lola Daviet a Parigi porta a analizzare un fenomeno dai risvolti psicologici molto particolari

Venerdì 14 ottobre, alle ore 23.30, all’interno di una valigia abbandonata nel cortile interno di un edificio nel nord-est di Parigi, rinvengono il corpo Lola Daviet. La salma ha piedi e polsi legati, del nastro adesivo sulla bocca e diversi tagli alla gola. Sul corpo mutilato sono stati trovati i numeri “1” e “0”, impressi sul petto con un “dispositivo” non meglio precisato. La madre ne aveva denunciato la scomparsa solo poche ore prima. Le riprese di una telecamera a circuito chiuso avrebbero mostrato l’offender, ossia la persona che ha commesso l’atto delittuoso, insieme alla vittima mentre entrano in un palazzo accanto al condominio dove la dodicenne viveva con i suoi genitori, nel 19esimo arrondissement della città. Si vede chiaramente Lola, con indosso un abito bianco, e in mano quello che parrebbe essere uno zainetto, parzialmente oscurata dalla porta mentre segue l’offender vestita con un maglione grigio, leggings bianchi e scarpe da ginnastica. L’esito dell’autopsia condotta sabato 15 avrebbe indicato la morte per asfissia a seguito di un attacco fisico e avrebbe attribuito le ferite da arma bianca all’utilizzo di un coltello. Un residente avrebbe riferito di aver visto la persona sospetta trascinare la valigia circa due ore prima della scomparsa di Lola: «L'abbiamo vista entrare nell'edificio e stava trascinando la valigia con sé». La polizia avrebbe indicato ai media francesi di aver rilevato i segni del rapimento nel seminterrato dell'edificio e di aver avviato un'indagine per omicidio per cui sarebbe stata arrestata Dahbia B, una senzatetto di 24 anni, ora in custodia con l’accusa di omicidio, stupro e tortura a danno un bambino di età inferiore ai 15 anni

L’idea che una donna possa compiere violenza sessuale a carico dei minori è un elemento che viene tendenzialmente negato al pensiero comune. Alla donna sono infatti legati generalmente i concetti di cura e di “istinto di maternità”. L’associazione della donna come un essere appartenente al “sesso debole”, oltre che le differenze anatomiche genitali, sono elementi che fanno sì che, anche in caso di evidenze o elementi sospetti, lo stereotipo risulti più forte della perspicuità.

I “sexual offender” sono quella specifica categoria di autori di reato che commettono crimini di tipo sessuale. Se nel linguaggio giuridico si parla di sex offender, ossia di persone che commettono violenza sessuale su minori, o stupro, dal punto di vista psicologico questa visione differisce per vari aspetti. Una persona infatti potrebbe commettere un reato di violenza sessuale, ma non possedere quelle caratteristiche psicologiche che contraddistinguono questa categoria di persone. Parliamo quindi di “sexual offender” quando è presente un disequilibrio che rende impossibile alla persona agire comportamenti adattivi. Per distinguere si farà riferimento a quelle che vengono definite parafilie, ossia delle componenti ossessive e rigide che inficiano la qualità della vita del soggetto per un lungo periodo di tempo e che prevedono l’uso della coercizione e della violenza su soggetti non consenzienti. Il fenomeno che vede coinvolte le “sexual female offender”, ossia le donne “sexual offender”, è in realtà molto più diffuso di quanto si possa immaginare e, i dati di “Childline”, un’associazione di sostegno all’infanzia, evidenziano a tal proposito come, negli ultimi anni, il numero di bambini che denunciano abusi nei loro confronti da parte di donne, sia cresciuto del 132%, raggiungendo un 25% di donne abusanti sul totale delle denunce a loro giunte. Pur essendo un argomento ancora poco studiato, risulterebbe che, tutte le “female sexual offender”, avrebbero nel loro passato esperienze traumatiche infantili, elemento che non si discosterebbe dalle invece molte evidenze scientifiche relative ai “male sexual offender”, ossia gli uomini “sex offender”.

Quello che differenzierebbe i due sessi sarebbe il bisogno che si andrebbe a soddisfare con l’azione delittuosa. Nel caso delle donne sarebbe prevalente la necessità di gestire il potere e il controllo, ossia la ricerca di una dominanza dopo essere state vittimizzate. Le “female sexual offender” risponderebbero così al loro bisogno di vendetta per l’abuso che esse stesse hanno subito. Sarebbero spinte dalle loro fantasie a vendicare gli umilianti traumi infantili da loro vissute. I “moral disingagement”, ossia i meccanismi di disimpegno morale che consentono all’individuo di disinnescare temporaneamente la propria coscienza personale mettendo in atto comportamenti inumani o lesivi, senza sentirsi in colpa, utilizzati, sarebbero quelli della deumanizzazione e della colpevolizzazione della vittima. La forza dell’autocensura per le pratiche dannose dipenderebbe dal modo in cui i perpetratori considererebbero le persone che maltrattano. Il fatto di percepire un’altra persona come un altro essere umano senziente dotato di bisogni di base uguali ai propri, è ciò che fornirebbe l’indice di empatia e di compassione, producendo preoccupazione per la sua sorte attraverso il senso di umanità comune. L’autocensura per una condotta crudele può essere disimpegnata o attutita negando agli altri le loro qualità umane, una volta deumanizzate, le persone non verrebbero più viste come individui dotati di sentimenti, speranze e preoccupazioni. La deumanizzazione, nello specifico caso delle “female sexual offender”, verrebbe compiuta durante la fantasia o l’atto perverso. L’attribuzione della colpa alla persona maltrattata sarebbe un altro dei meccanismi autoassolutori in azione nel locus della vittima. La colpevolizzazione della vittima consentirebbe infatti di attenuare il senso di colpa mediante il ribaltamento della situazione, meccanismo per mezzo del quale la responsabilità dell’offesa viene imputata al destinatario di essa. I meccanismi che interverrebbero a livello di informazioni pertinenti la vittima, contribuirebbero alla definizione della responsabilità del soggetto nella situazione. L’atto verrebbe quindi visto, da chi l’ha compiuto, come una logica conseguenza d’azione, giustificando in tal modo la condotta reprensibile. Sarebbe presente una percezione distorta del desiderio di affetto del minore che farebbe sì che la decodifica disfunzionale vada a rappresentare elementi di affiliazione come interesse sessuale. Così ogni esperienza di vicinanza, di contatto fisico, ogni richiesta di rassicurazione, verrebbero lette come desiderio di vicinanza sessuale. La percezione distorta ed erotizzata dei bambini avrebbe radici nelle esperienze di abuso vissute dalle offender nella propria infanzia. In questa maniera l’abusatrice troverebbe soddisfatti i propri bisogni emozionali di supporto, affetto e vicinanza. Nell’attribuzione della colpa, le vittime verrebbero giudicate responsabili di attirare su di sé il maltrattamento e, questo stratagemma assolutorio, farebbe delle vittime, nella concezione dell’offender, i veri colpevoli. Un altro elemento pregnante è relativo al fatto che il minore verrebbe percepito come una proprietà dall’offender. L’emozione di base sarebbe quella della rabbia, orientata dall’abusante sia verso sé stessa, a causa del riconoscimento della propria fragilità, che verso la propria vittima che, con la sua richiesta di autonomia, metterebbe a rischio il suo equilibrio e il suo fittizio benessere, facendo scattare i comportamenti lesivi ad opera dell’offender stesso.

Nel caso in questione saremmo di fronte a una modalità definita come “Forced Assault”, ovvero “Assalto Forzato”, una modalità abusiva caratterizzata dalla costrizione fisica ad opera di un “Psychotic Abuser”, una donna abusante con problematiche psichiatriche che, a causa di ciò, metterebbe in atto comportamenti sessuali con i minori (questa tipologia riguarderebbe solo il 7.5% della popolazione); un soggetto che non sarebbe quindi in grado di controllare gli impulsi libidici al momento dell’abuso sessuale. L’offender in questione rientrerebbe nella categoria dell’abusante sadico-aggressiva, che manifesterebbe piacere nel provocare dolore agli altri. Gli obiettivi del sadico sarebbero l’annientamento, fisico e psichico, la deumanizzazione della vittima e la sofferenza. Il soggetto sadico godrebbe nel forzare la propria vittima alla sottomissione, in quanto, tale atto, gli fornirebbe un senso di appagamento. Il sadismo rappresenterebbe una necessità di affermazione dell’Io, si sarebbe di fronte difatti a una sovversione del trauma di un soggetto che ha subito abusi vivendoli con un senso di impotenza disorganizzante, ove quindi l’agire e il perpetrare la stessa tipologia di violenza gli consentirebbero di agire un controllo e uscire dall’abuso come vincitore. Alla base del comportamento distruttivo vi sarebbe sempre un background (un passato) di aggressività, frustrazione e impotenza, un sentimento di svalutazione di sé e degli altri. Nel caso specifico, l’abusante omosex (che sceglie una vittima del proprio sesso) trasferirebbe le sue attenzioni su una bambina perché si identificherebbe con essa, rivedendo sé stessa e riversandole addosso tutto l’amore di cui dispone e tutta la colpa che prova.

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Cristina Brasi