Cronaca

Lo strano caso dei braccianti

Gli extracomunitari che lavorano nell'agricoltura sono in forte aumento; ma non mancano assunzioni fasulle e truffe gestite dalla criminalità

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Fabio Amendolara

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ai così tanti immigrati nei campi». Il tema lo ha lanciato l’associazione di categoria dell’agricoltura Coldiretti. E lo ha certificato il ministero del Lavoro, con i propri dati, contenuti nel consueto rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro italiano. Si calcola che nell’ultimo anno i braccianti agricoli dipendenti extracomunitari siano stati 195.434, pari al 18,2 per cento del totale.

Ci sono regioni, come la Liguria in cui le percentuali superano il 40. Ma anche in Lazio e Umbria il numero di lavoratori immigrati nei campi supera un terzo del totale. E, ovviamente, al trend positivo dei contratti corrisponde il trend del welfare: la disoccupazione agricola, che viene corrisposta per un numero di giornate pari a quelle lavorate. Esempio: se il contratto certifica che si è lavorato per cento giorni, il bracciante ha diritto a cento giorni di disoccupazione. Ma c’è un limite massimo: 365 giornate. Per un anno di contratto c’è un anno di assistenza statale.

All’impennata delle assunzioni corrisponde, però, anche un altro dato: sono aumentati i furbetti. Con un contratto da bracciante si riesce a ottenere il permesso di soggiorno e, per questo motivo, in molti sono anche disposti a pagare. Tanto, poi, con l’indennità di disoccupazione si recupera qualche migliaio di euro. Per gli stranieri, quindi, è un investimento. E in svariati casi nei campi non ci mettono neanche piede, come dimostrano le inchieste giudiziarie che, qua e là per l’Italia, la Guardia di finanza da tempo mette a segno con risultati impressionanti.

Nella mappa dei lavoratori extracomunitari disegnata dalla Direzione generale per le politiche d’integrazione il Nord Est assorbe la fetta maggiore di contratti: il 27,4 per cento. Il Sud si attesta sul 24,6 per cento e nel Centro c’è un 21,1 per cento di lavoratori immigrati.

La retribuzione media annua nel 2018 dei lavoratori extracomunitari è di 7.110 euro. Ciò significa che, in base alle regole del welfare, dal momento del licenziamento l’immigrato che, sulla carta, risulta aver incassato 7.110 euro nell’anno precedente, riceverà il 40 per cento di quell’importo, ossia, calcolatrice alla mano, 2.844 euro. All’incirca, nella maggior parte dei casi, il costo pagato ai criminali dell’assistenza che aiutano gli immigrati a ricevere il permesso di soggiorno.

Se si va di poco indietro nel tempo e si osservano i dati del triennio 2016-2018, si registra un aumento del numero degli operai agricoli dipendenti extracomunitari pari al 13,8 per cento, mentre il corrispondente dato sul totale è aumentato appena dell’3,8. Quindi crescono in modo esponenziale solo i contratti per gli extracomunitari. E, così, ultimo dato disponibile, per l’anno 2017 gli stranieri beneficiari di disoccupazione agricola sono stati 85.835, pari al 15,8 per cento del totale. La percentuale di crescita degli assegni di disoccupazione, coincidenza inquietante, corrisponde quasi alla percentuale di aumento dei contratti. Agli investigatori della finanza sono bastate poche verifiche per scoprire che a Brindisi, per esempio, molte attestazioni d’impiego di lavoratori dipendenti in realtà erano false. I militari, alla fine, hanno accertato circa 150 casi e sono scattate le denunce.

Ragusa, invece, è l’epicentro siciliano. A luglio dalla Finanza di Pozzallo è partita un’operazione di polizia giudiziaria per un’ingente truffa all’Inps e per favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Nell’«Operazione Mercurio», a Ispica,  si è scoperto che il titolare di una ditta nel settore della vendita all’ingrosso di ortofrutta aveva messo a punto un meccanismo grazie a cui venivano ingaggiava fittiziamente centinaia di braccianti. C’erano così i presupposti per far ottenere agli assunti la disoccupazione, assegni familiari e altre indennità previste dal welfare. I contratti erano inoltre un titolo per vedersi riconosciuto o rinnovare il permesso di soggiorno, o per poter accedere ai ricongiungimenti familiari.

Ovvio che l’operazione aveva un prezzo che gli stranieri erano costretti a pagare. L’imprenditore non risultava né proprietario né locatario di fondi agricoli: aveva creato una ditta che, per la Camera di commercio, era attiva «nel settore della raccolta del frutto pendente» (si tratta di aziende che non hanno terreni, ma forniscono il servizio di raccolta a chi invece li possiede). Con questo escamotage si era assicurato tutti i vantaggi contributivi riservati ai produttori agricoli.

In azienda gli investigatori hanno scoperto che i contratti erano fasulli e nella contabilità del lavoro nei campi figuravano fatture di operazioni inesistenti per 400 mila euro. Addirittura c’erano stranieri che risultavano assunti e al lavoro nei campi mentre, hanno accertato i finanzieri, si trovavano all’estero. In alcuni casi avevano già ottenuto l’indennità di disoccupazione e stavano contemporaneamente lavorando in nero in altri Paesi: tornavano in Italia solo il tempo necessario a incassare l’assegno dell’ente previdenziale. Per le Fiamme gialle è stato  sorprendente trovare un extracomunitario agli arresti domiciliari mentre risultava a raccogliere ortaggi nelle campagne. Gli indagati sono 113.

Qualche giorno dopo è partita un’altra operazione, stavolta a Ragusa. Analizzando i dati, i finanzieri si erano accorti di un’evidente sproporzione tra le giornate di lavoro che gli imprenditori segnalavano ogni mese all’Inps e quelle risultanti dalle statistiche regionali. È quindi emerso che, grazie a un consulente del lavoro compiacente, a fronte di 2 mila giornate richieste per le operazioni alle colture, era stata dichiarata all’istituto previdenziale l’assunzione di circa 400 operai a tempo determinato. E il totale delle giornate di lavoro denunciate, per tutto sommato pochi ettari di terra, è risultato strabiliante: 16.852 giornate.

A Locri, in Calabria, ad aprile, l’Ufficio di vigilanza ispettiva dell’Inps e i finanzieri del Gruppo Locri hanno scoperto ben 31 aziende agricole che falsificavano contratti a braccianti stranieri e non. Almeno un migliaio di casi. Il danno all’erario è stato stimato in 5 milioni di euro.

E ancora: lo scorso marzo sono stati i carabineri di Salerno a scoprire un’altra cricca che sfruttava i braccianti e truffava l’Inps nella piana del Sele, zona di raccolta di ortaggi e pomodori. I carabinieri hanno definito lo sfruttamento dei lavoratori agricoli stranieri solo «l’ultimo anello si una catena di reati di grave allarme sociale». Il gruppo praticava una «sistematica violazione del Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, nonché condotte di riduzione in schiavitù, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro».

In quest’occasione è stata decisiva la documentazione per il rilascio di permessi di soggiorno stagionali per motivi di lavoro, nell’ambito del Decreto flussi dalla Presidenza del consiglio. Ogni migrante, in cambio dell’assunzione, era disposto a versare all’organizzazione somme variabili fra i 5 mila e i 12 mila euro. Una piccola parte tornava loro con l’assegno dell’Inps. Per gli ideatori della truffa, invece, un affare da 6 milioni di euro. 

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