Cronaca

Italia accattona

Si moltiplicano i mendicanti, veri e falsi, e a nulla servono le norme e le multe di molti sindaci. Il nostro viaggio nell'insicurezza

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Giorgio Sturlese Tosi

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Sarà perché la città si è svuotata o perché ci sono meno viaggiatori, ma senzatetto e mendicanti intorno alla Stazione centrale di Milano, in questo agosto, sembrano molti di più. Stanno distesi sui prati, alcuni sono seduti sugli scaloni del piazzale, altri gesticolano agli automobilisti nel parcheggio. Disperazione, alcol e afa creano la miscela che spesso li rende molesti, a volte violenti. È a loro che la città più trendy d’Italia e che si prepara alle Olimpiadi invernali 2026 ha dichiarato guerra. Ma il problema non è limitato al capoluogo lombardo e da Bolzano a Messina il fenomeno dei cosiddetti accattoni molesti rischia di diventare un’emergenza. Con i comuni che, da Nord a Sud, cercano di mettere un freno ai clochard del terzo millennio approfittando di nuovi strumenti legislativi.

Alcuni numeri spiegano il perché. Il più recente dato nazionale (censimento Istat del 2015) parla di 50.724 senzatetto. Un esercito. Secondo un’indagine della Caritas Ambrosiana, a Milano, nel 2018, si contavano 2.608 senza fissa dimora, di cui 587 abbandonati per strada e 2.021 ospitati di notte in strutture di accoglienza. In pratica si tratta di due clochard ogni mille residenti, concentrati soprattutto nelle zone del centro. Le cui strade, gallerie, porticati e marciapiedi, soprattutto la notte, si trasformano in una distesa di sacchi a pelo, cartoni, coperte e piccole tende. Rispetto al precedente studio Caritas del 2013, le persone censite in strada sono aumentate del 19 per cento: un terzo di loro ha meno di 35 anni e per il 73 per cento si tratta di stranieri. Per questo a Milano è stato applicato per la prima volta, nel dicembre scorso, il nuovo articolo del Codice penale, il 669 bis, introdotto dal penultimo decreto sicurezza che punisce chi «eserciti l’accattonaggio con modalità vessatorie o simulando deformità o malattie o attraverso il ricorso a mezzi fraudolenti per destare l’altrui pietà». Per chi infrange la legge è previsto l’arresto da tre a sei mesi e un’ammenda da 3 mila a 6 mila euro. E l’allontanamento.

Un episodio del recente passato è illuminante. Siamo ancora a Milano, in Galleria Vittorio Emanuele. C’è una mendicante vestita di stracci, una mano incerta sulla stampella e l’altra, tremante, tesa verso i passanti. Intorno a lei le luminarie delle vetrine addobbate per Natale… Un personaggio da Charles Dickens. Ma si tratta di simulazione, regolarmente messa in scena da una bosniaca di 51 anni che nel dicembre scorso, dopo appostamenti e pedinamenti, gli agenti della polizia locale hanno bloccato in flagranza di reato. Non era anziana come voleva apparire, né inferma. Anzi, appena fermata dai ghisa, si è messa dritta in piedi, ha buttato in terra la stampella - e la gobba posticcia - e si è accesa una sigaretta. Oggi quella simulatrice non si vede più in giro, allontanata appunto grazie alle nuove norme. Che stanno riscuotendo il plauso bipartisan delle giunte comunali di ogni colore.

Ma da chi è formato l’esercito dei nuovi mendicanti? Italiani che hanno perso il lavoro o che hanno divorziato e spesso sono senza casa, stranieri dei Paesi dell’Est, ex detenuti e nuovi immigrati africani, che ora rischiano di aumentare dopo la revisione dei criteri di accoglienza negli Sprar (il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) e nei Cas (i Centri di accoglienza straordinaria). Non c’è più spazio per il vecchio «barba», benvoluto dal quartiere e pedagogicamente mostrato dalle mamme ai bambini tenuti per mano.
Negli anni il fenomeno è divenuto via via più grave e la politica non l’ha saputo affrontare. Il primo a rendersene conto fu l’ex segretario della Cgil Sergio Cofferati, che da sindaco di Bologna, nel 2005 si attirò le critiche della sinistra salottiera emanando ordinanze contro lavavetri e squatter. Il suo «rigorismo civico» gli costò anche un pacco bomba. Di poco successiva l’esperienza di Firenze, dove il vicesindaco Graziano Cioni, ex senatore Ds, emanò un’ordinanza antilavavetri e dichiarò guerra agli accattoni, guadagnandosi contestazioni, il soprannome di «sceriffo» e la scorta di polizia. Per anni la questione è stata delegata ai sindaci, poveri di risorse e ancor più di strumenti legislativi efficaci. Finché, il 18 aprile 2017, con voto di fiducia, approvato il cosiddetto decreto Minniti, il governo di Paolo Gentiloni ha permesso ai primi cittadini di adottare provvedimenti «per superare situazioni di grave incuria o degrado o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana» e «per tutelare la tranquillità e il riposo dei residenti».

Vengono così individuate le zone dove applicare il cosiddetto Daspo urbano, l’allontanamento di chi «limita l’accessibilità e la fruizione ad alcune aree della città», come stazioni, metropolitane e giardini pubblici. L’Anci, l’associazione dei sindaci festeggia. Passato poco più di un anno, a dicembre 2018, il governo Conte vara le modifiche volute dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, ampliando le zone da proteggere a ospedali, mercati, scuole e aree turistiche. Ecco che adesso si contano a migliaia le ordinanze di allontanamento disposte in centinaia di comuni, alcune delle quali, in caso di ripetute violazioni, finiscono sui tavoli dei questori che possono emettere dei veri e propri Daspo, mandando via dalla città chi ne viene colpito per un periodo lungo fino a un anno.

Quasi un record è quello di Sassuolo, 40 mila residenti e già oltre cento allontanamenti, in massima parte a carico di immigrati nordafricani. Il neo sindaco Claudio Pistoni, eletto con la Lega, ne va fiero: «I questuanti non sono di Sassuolo, ma di una città vicina, dove sono ospiti in un centro di accoglienza. Lì già ricevono vitto, alloggio e qualche euro». E funziona l’allontanamento? «Chi abbiamo allontanato, non l’abbiamo più rivisto».
A Modena il sindaco Gian Carlo Muzzarelli ha già messo in pratica oltre 200 Daspo «soprattutto contro posteggiatori abusivi e accattoni molesti». A Varese, dove il vicesindaco Daniele Zanzi con un passato di destra è in giunta con il Pd, il problema viene affrontato a 360 gradi. «In una città ricca e pulita come la nostra» dichiara Zanzi «anche un mendicante in galleria accanto alle vetrine dei negozi di lusso può rappresentare un allarme per i cittadini. Ogni caso segnalato dalla nostra polizia locale però viene preso in carico anche dall’assessorato alle politiche sociali».

Non sempre però i provvedimenti risultano efficaci e su questo c’è discussione. A Verona, un 62enne dell’Est senza fissa dimora ha collezionato 768 multe per accattonaggio per un totale di 37 mila euro, che non pagherà mai. Il sindaco Federico Sboarina, ammette: «Siamo di fronte a un caso limite, che la dice lunga sulle difficoltà dei sindaci a fronteggiare il problema dell’accattonaggio». Nel frattempo in città sono stati disposti centinaia di Daspo. Il mondo del volontariato è critico sulle nuove norme. Il direttore della Caritas di Milano, Luciano Gualzetti, ribatte: «È giusto, anzi doveroso, punire chi riduce in schiavitù persone indifese costringendole a mendicare. Tuttavia aver reintrodotto il reato di accattonaggio, seppur limitandolo alle condotte moleste, è un passo indietro. L’elemosina resta un diritto delle persone povere». Mario Furlan, fondatore dei City Angels, conosce bene il fenomeno. I suoi volontari operano in 21 città dove aiutano 3 mila persone al giorno. «L’allontanamento d’autorità» spiega «può servire nei casi in cui il soggetto aspira a un reinserimento nella società, ma per i casi cronici non vale come deterrente. Sono convinto che si debba sanzionare chi diventa molesto, ma non si può punire la povertà».

Il dottor Carlo Settembrini, quando a fine giornata si spoglia del camice, veste l’uniforme del Cisom, il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta. E passa la notte alla stazione milanese di Rogoredo, dove i tossicodipendenti chiedono spiccioli per comprarsi la dose. «Ci sono persone costrette a vivere per strada e non riescono a uscirne. L’allontanamento rischia di spostare il problema più che risolverlo».

I sindaci comunque vanno avanti. A Milano, che ha già disposto 290 allontanamenti, un espediente lessicale ha appena permesso la modifica del regolamento di polizia urbana che estende praticamente a tutta la città le aree dove si può emettere il Daspo per chiunque «impedisce di vivere appieno uno spazio di tutti». Dai Navigli a Corso Como, da San Siro a Rogoredo, più tutto il centro storico, Milano è diventata un’enorme zona rossa. L’ala più a sinistra della maggioranza a Palazzo Marino aveva annunciato il voto contrario. Dai banchi della stessa maggioranza sono piovute sulla giunta di Beppe Sala accuse di leghismo, respinte al mittente dalla vicesindaca con delega alla sicurezza, Anna Scavuzzo: «Stiamo applicando una legge dello Stato che nasce col ministro Minniti ed è stata modificata dal ministro Salvini».

L’impasse, tutto ideologico, ruotava proprio intorno alla figura degli accattoni che, se pur molesti, evidentemente per qualcuno rappresentano ancora un tabù. E così il Pd ha rimosso con scaltrezza quella categoria dal nuovo regolamento di polizia, portando a casa la delibera e salvando la maggioranza. Ben sapendo, però, che i vigili potranno continuare ad applicare comunque la legge nazionale. E che la guerra agli accattoni molesti, sofismi a parte, andrà avanti. 
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