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(Ansa)
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Cronaca

Un anno dopo non è cambiato nulla (nella Pandemia e nella Giustizia)​

La Rubrica - Lessico Familiare

Come in un film hollywoodiano, dove la stessa scena viene rivissuta in loop dal protagonista più e più volte, ci ritroviamo qui, esattamente un anno dopo, a gestire gli effetti disastrosi di una pandemia senza precedenti.

L'anno scorso eravamo rigorosamente confinati in casa, a gestire quel poco che si riusciva a fare, in smart working, senza poter uscire e con l'unica consolazione dei drappi vergati dai bambini con arcobaleni e frasi di prospettico ottimismo ('andrà tutto bene') affissi ai balconi.

Oggi - a ridosso della seconda Pasqua dai tempi del Covid - siamo ancora confinati in casa, tra zone rosse e arancio-scuro, con identiche limitazioni alla circolazione e la stragrande maggioranza dei settori paralizzati, ma senza gli striscioni inneggianti "andrà tutto bene".

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Tra questi la Giustizia, la cui pachidermica macchina già storicamente connotata di cigolii e malfunzionamenti, ha affrontato i diversi lockdown con gli strumenti - pochi - a disposizione, fermandosi e ripartendo (o provando a farlo), con fatali ritardi all'intera filiera dei procedimenti in gestione.

Si è provato a salvare il salvabile trasformando le udienze in presenza con sessioni su piattaforme digitali a distanza, ovvero con trattazione scritta, ma il più delle volte tutto si è tradotto in differimenti e slittamenti che hanno amplificato la durata dei processi, quelli già pendenti e quelli nuovi, con prime comparizioni calendarizzate con tempi biblici.

Tutto ciò con pregiudizio di chi aveva (ed ha) da far valere i propri diritti, ad ogni livello.

In questo sfacelo, naturalmente, anche i giudici e gli operatori di giustizia hanno pagato il letale tributo al virus, ed è di attualità la protesta degli Ufficiali Giudiziari di Torino che, annoverando decessi e contagi, lamentano il fatto di essere stati trascurati in favore di altre categorie cui è stata data la prelazione nella somministrazione dei vaccini.

Ieri, in udienza, ho raccolto lo sfogo di un magistrato che si domandava con quale criterio siano state vaccinate professioni come i professori universitari, la maggioranza dei quali tiene corsi e seminari in DAD, e non anche i giudici che non possono in alcun modo ovviare ad alcune udienze in presenza, venendo in contatto con plurimi soggetti come parti, testimoni ed avvocati (questi ultimi, peraltro, favoriti in regioni come Toscana e Sicilia, stanti accordi con gli Ordini regionali, anche se sarebbe stato opportuno un raccordo nazionale).

Questo giudice ha ragione da vendere ma lo stesso ha riconosciuto – molto signorilmente - che se ciascuno di noi perorasse le ragioni per cui dovrebbe essere preferito ad altri, si creerebbe una lotta per la sopravvivenza a scapito dei più deboli: accade un po' come sul Titanic, allorché si selezionarono i soggetti da salvare con priorità, ma il piano fallì miseramente per le istanze di questo o quel soggetto che condannò alla morte chi aveva maggiore speranza di vita.

E' assurdo, infatti, che non abbiamo ancora completato la prima somministrazione agli ottantenni ed alle persone iper-fragili ma alcune regioni abbiano già immunizzato avvocati, veterinari, orchestrali, accademici.

Con lo stesso criterio ci sarebbe da chiedersi perché non dare prelazione ai cassieri dei supermercati, gli unici a non aver mai chiuso, ai camionisti che ci hanno continuato a recapitare le merci, anche direttamente a casa quando non potevamo spostarci, ai tabaccai, ai baristi sia pur limitati dall'asporto, agli stessi runner che hanno somministrato cibo pronto a chi ha cercato un'alternativa al tavolo del ristorante, insomma a tutti coloro che non hanno potuto semplicemente eclissarsi in casa e gestire in remoto il loro lavoro.

Il 25 marzo è la giornata dedicata al sommo Dante Alighieri che scrisse: "La stirpe non fa le singulari persone nobili, ma le singulari persone fanno nobile la stirpe.": quando tutto sarà finalmente finito sapremo riconoscere chi si è sacrificato per la collettività e chi unicamente per il proprio egoistico tornaconto.

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