Cronaca

“Con la Camorra io ci ho parlato”. Emanuele, il poeta di Scampia

All'ombra delle Vele non c’è solo criminalità. La storia di chi, alla strada e al guadagno facile, ha preferito la letteratura

Nadia Francalacci

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“..quando hai un padrone infedele, tu trovi la fede nel contagio”. Lo ripete spesso Emanuele Cerullo, quando si trova a parlare di Scampia e della sua adolescenza trascorsa alle Vele, “precisamente al quarto piano della Vela Celeste”.

Ha un viso solare, due occhi scuri profondissimi e un sorriso contagioso. A sentirlo parlare mentre cita Gramsci o Pasolini oppure recita Dante e Petrarca, ti dimentichi che sei seduto su uno scranno nel cuore di quel quartiere etichettato come “ghetto” di Napoli ed entrato nell’immaginario collettivo come il “luogo fisico del negativo”.

La sua preparazione letteraria ti rapisce, lo ascolteresti per ore. È sorprendente calcolando i suoi 23 anni. Eppure, Emanuele, è cresciuto tra i vicoli di Scampia; ha studiato nelle scuole di Scampia e ha giocato a pallone, con piccoli boss e futuri gregari, nei ballatoi ‘sgarrupati’ delle Vele utilizzando gli ascensori rotti come porte del campo di calcetto.

Ma Emanuele, fin dall’età di 9 anni aveva anche una passione: la poesia.

Mentre giocava e si confrontava, a scuola o sui ballatoi, con i futuri camorristi, scriveva poesie proprio sulla “sua” Scampia.
Una passione, quella per la poesia, che lentamente negli anni si è trasformata in un percorso letterario ma anche di vita, che lo ha portato ad essere il simbolo del riscatto culturale di Scampia.

Lui, oggi, con i suoi pensieri messi in versi, rappresenta l’altra faccia di quel quartiere, di cui tutti parlano ma che in pochi veramente conoscono.

Emanuele, che Scampia c’è nelle tue poesie?
C’è un quartiere che non è fatto solo di Camorra, di scippi e droga. Scampia non è poi diversa da qualsiasi periferia di Napoli o di un’altra città metropolitana italiana o straniera. Un quartiere di Londra non è meno pericoloso di Scampia. I ragazzi che nascono e crescono qui vanno a scuola, studiano, rispettano le regole, giocano e sognano, proprio come qualsiasi altro bambino o adolescente. Scampia, non può e non deve essere sinonimo di Camorra, perché non è la verità. Ci sono troppi luoghi comuni che stanno facendo sprofondare sempre di più questo quartiere nell’indifferenza. E chi come me vive a Scampia, deve reagire all’indifferenza.

 

Come è nata la tua passione per la poesia?
Prima è nato l’amore viscerale per la lettura, grazie a mio fratello nove anni più grande di me. Lui faceva il barista e mi portava a casa, al rientro dal lavoro, decine e decine di libri. Mi comprava di tutto e io leggevo di tutto. Mia madre, non voleva che trascorressi in strada molto tempo, quindi mi ritrovavo in casa con questa pila di libri. Giorno dopo giorno mi sono appassionato. Quello che leggevo mi affascinava. Poi, ho iniziato a scrivere poesie senza immaginare che sarebbe diventata una passione. Ho cominciato a scrivere per inventare il tempo, per non perderlo.

Adesso, frequenti la Facoltà di Lettere Moderne all’Università Federico II di Napoli. Che cosa sogni per il tuo futuro?
Mi piacerebbe insegnare lettere.

Dove?
In un liceo. Di Scampia.

Dunque non hai intenzione di lasciare questo quartiere…
No, assolutamente. Voglio rimanere qui. Voglio insegnare ai ragazzi ad avere delle speranze, a coltivare i loro sogni. “Con la Camorra io ci ho parlato”, è anche il titolo di una mia poesia, ma io ci ho parlato veramente come capita a tutti i ragazzi che crescono a Scampia. Ma io ho scelto, anche grazie alla mia famiglia e alla scuola, di non farmi contagiare dalla strada ma dalla poesia. E ho trovato il coraggio di essere libero.

Emanuele Cerullo, ha appena pubblicato un libro intitolato “Il ventre di Scampia”, una raccolta di poesie che racconta anche l’altra Scampia, quella che si deve conoscere e capire prima di ‘etichettarla’  come il luogo della Camorra, un luogo senza speranze.

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