Sessant'anni fa l'impresa del batiscafo "Trieste"
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Sessant'anni fa l'impresa del batiscafo "Trieste"
Cronaca

Sessant'anni fa l'impresa del batiscafo "Trieste"

Costruito in Italia e progettato da Auguste Piccard, il 23 gennaio 1960 scese a quasi 11mila metri nella Fossa delle Marianne. Il suo record è ancora imbattuto

Una tonnellata per ogni centimetro quadrato di superficie è ciò che 60 anni fa fu in grado di sopportare il batiscafo "Trieste" a quasi 11 km. di profondità nelle acque della Fossa delle Marianne, dove nessun uomo fino ad allora si era mai spinto. Ci riuscirono i due membri dell'equipaggio Jacques Piccard e Don Walsh il 23 gennaio 1960.

Jacques Piccard era figlio dell'illustre Auguste, pioniere del volo stratosferico in pallone nei primi anni '30 ed esploratore dei fondali marini nella prima metà del XX secolo. Sua fu l'invenzione di un batiscafo rivoluzionario, non più costituito da una singola struttura sferica ma con una costruzione più complessa che ricordava molto un mini-sommergibile.

Il "Trieste" fu battezzato con il nome dello capoluogo giuliano perché fu realizzato in buona parte nei Cantieri Riuniti dell'Adriatico negli anni del Territorio Libero di Trieste (Tlt) occupato dagli Alleati dal 1945.

Sulla base dei disegni di Piccard fu assemblato uno scafo di 15 metri di lunghezza del peso di 150 tonnellate. La zona di comando e osservazione era il fiore all'occhiello di tutto il progetto. Si trattava di una sfera in acciaio (del peso di ben 3 tonnellate) con le superfici spesse dai 9 ai 12 centimetri. Fu realizzata dalle Acciaierie di Terni e infine assemblata allo scafo a Castellammare di Stabia presso i cantieri Navalmeccanica. Mosso da due piccoli propulsori elettrici da 2 Hp ciascuno e alimentati con batterie da 60 Kwh, il "Trieste" presentava all'interno dello scafo una serie di camere stagne contenenti 85 metri cubi di benzina come galleggiante. Fu scelto l'idrocarburo al posto dell'acqua per le caratteristiche di fluidità e di incomprimibilità alle altissime pressioni degli abissi. Il batiscafo funzionava grossomodo come un "aerostato acquatico": grazie alla zavorra in pellet di ferro e a due camere riempite d'acqua il batiscafo si inabissava ad una velocità media di 85 centimetri/secondo. La risalita avveniva invece dopo il rilascio della zavorra grazie ad un attuatore elettromagnetico.

Il batiscafo "Trieste" fu pronto nel 1953 e poco dopo lasciò i cantieri alla volta dell'isola di Capri, dove furono programmate le prime prove d'immersione. Battente doppia bandiera italiana e svizzera, ruppe il primo limite di discesa oltre i 1.000 metri pilotato da Jacques Piccard il 27 agosto 1953. Esattamente un mese più tardi il "Trieste" superò il record mondiale di immersione realizzato quell'anno in Francia da Jacques Cousteau (2.100 metri). Al largo dell'isola di Ponza il batiscafo scese nelle profondità del mar Tirreno fino ai 3.150 metri senza alcun problema tecnico. Da questi successi, poi ripetuti per 4 anni, nacque l'interesse americano per l'acquisizione del prodigioso natante. Oltre agli oceanografi, che si presentarono a Napoli alla metà del 1957, era interessata anche la Marina degli Stati Uniti soprattutto per quanto riguardava la sperimentazione nel campo dei radar antisommergibile (erano gli anni della guerra fredda) e della misurazione della radioattività nelle fosse oceaniche. Il passaggio alla Us Navy avvenne formalmente l'8 gennaio 1958 e subito dopo il "Trieste" lasciò l'Italia alla volta del porto di San Diego in California.

Il gioiello di Piccard era stato inserito nel programma oceanografico "Nekton", consistente in una serie di ricerche esplorative nelle profondità del Pacifico, nel punto di massima depressione della crosta terrestre nota come la Fossa delle Marianne, a circa 100 miglia da Guam, territorio statunitense in Micronesia.

Prima dell'impresa, il batiscafo nato nei cantieri navali triestini fu modificato per poter reggere l'impatto della pressione di oltre 10 atmosfere. Oltre all'aumento della capacità delle camere contenenti la benzina, la più importante modifica riguardò la sfera di comando e osservazione. La vecchia struttura assemblata a Terni fu rimpiazzata da una nuova sfera costruita a Essen (allora Germania Ovest) dal colosso dell'acciaio Krupp. Lo spessore massimo passò dai 12 ai 15 centimetri, mentre il peso complessivo della zavorra in ferro salì a 18 tonnellate. Anche la lunghezza dello scafo fu aumentata fino a raggiungere i 18 metri dai 15 originari e il volume totale della benzina contenuta nelle camere salì a 130 metri cubi. I comandi del "Trieste" furono affidati al Tenente della Marina Usa Donald "Don" Walsh, in coppia con Jacques Piccard. Il batiscafo nato in Italia lasciò il porto di San Diego il 5 ottobre 1959 caricato sul cargo "Santa Mariana" per iniziare le sessioni di immersione con il nuovo scafo e la nuova sfera. Ben presto Walsh e Piccard superarono tutti i precedenti record d'immersione arrivando fino a 5,530 metri. Qualche giorno più tardi la sessantaquattresima immersione dal varo spinse il batiscafo fino a -7,300 metri. Si pensò in quell'occasione di poter toccare il fondo dell'Oceano ma il rilascio precoce di zavorra fece innescare un moto di risalita inarrestabile.

Il grande giorno finalmente arrivò il pomeriggio del 23 gennaio 1960, quando alle 16 e 20 circa Walsh chiuse i boccaporti del "Trieste" per la sessantacinquesima avventura del batiscafo. La discesa nella profondità dell'abisso durò 4 ore e 48 minuti per scendere ad una profondità tale che ipoteticamente avrebbe permesso al Monte Everest di essere totalmente immerso nell'acqua avanzando dalla sommità ancora quasi 2 km. La discesa fu quasi interamente compiuta nel buio assoluto, visto che alla profondità di 500 metri spariscono anche gli ultimi raggi ultravioletti. L'unica fonte di luce furono i potenti fari al quarzo posizionati lungo la chiglia del "Trieste". Furono questi ad illuminare per primi l'inesplorato quando inquadrarono la nube di sabbia sottilissima che il batiscafo aveva sollevato toccando il fondo. Quello che Piccard e gli scienziati cercavano, fu illuminato dalle luci del "Trieste" non appena la nube di sabbia si fu diradata. Platesse e gamberi degli abissi nuotavano sul fondale: l'operazione era perfettamente riuscita. Il "Trieste" era riuscito a trovare l'oggetto della ricerca, quel "nekton" costituito da organismi viventi a moto autonomo a differenza del "plancton" semplicemente trascinato dalle correnti.

Walsh e Piccard rimasero sul fondo della Fossa delle Marianne per circa 20 minuti prima di iniziare le operazioni di risalita. Quando si adagiò sul fondale, gli strumenti del batiscafo segnavano - 11.521 metri (nel tempo ricalcolati e corretti a - 10.917). La pressione esercitata sulla struttura era impressionante: 1 tonnellata ogni centimetro quadrato.

Le operazioni di risalita durarono 3 ore e 17 minuti. A metà percorso il "Trieste" perse le comunicazioni con la superficie in una zona di forti correnti, per poi recuperarle nell'ultima fase della riemersione.

Il 4 febbraio 1960 Don Walsh e Jacques Picard furono ricevuti alla Casa Bianca dal presidente Dwight Eisenhower per il conferimento delle onorificenze. Allo svizzero andò la "Distinguished Service Public Award", mentre al tenente della Marina l'ambitissima "Legion Of Merit". Il Batiscafo Trieste tornò al porto di San Diego, dove fu sottoposto a revisione e ulteriori modifiche.

La seconda importante missione del "Trieste" fu una missione di recupero. Il 10 aprile 1963 il sommergibile atomico americano "Uss Thresher" (Ssn-593) scompariva nelle acque dell'Atlantico a circa 220 miglia dalla costa di Boston, con a bordo 129 uomini dell'equipaggio. Il batiscafo dei record fu imbarcato ed iniziò una serie di immersioni per scandagliare una vasta area di circa 5 miglia quadrate, in una situazione di forte rischio per i due membri dell'equipaggio in quanto le acque mosse dell'oceano più volte imposero la riemersione poiché il "Trieste" imbarcava acqua dai boccaporti e si muoveva ad una velocità troppo ridotta per le esigenze della missione. Per tali motivi le ricerche furono momentaneamente sospese ed il batiscafo fu sottoposto a modifiche come l'aumento della potenza dei piccoli propulsori. Il nuovo batiscafo, ribattezzato "Trieste II" riprese le ricerche nell'estate del 1964, un anno dopo la tragedia. Dopo circa tre mesi di immersioni, il 1 ottobre il relitto del "Thresher" deformato dalla pressione dell'acqua fu individuato e fotografato dal batiscafo di Piccard. Le immagini aiutarono gli inquirenti a ricostruire le cause della catastrofe, che saranno poi individuate in un difetto di costruzione di alcune tubazioni che erano state imbullonate anziché saldate e non ressero all'aumento della pressione causando un black-out elettrico che spense il propulsore nucleare rendendo il sommergibile ingovernabile.

Dopo le operazioni di recupero, il glorioso "Trieste II" fu per due anni fermo in porto prima di essere radiato dalla Us Navy nel 1966. Dal 1980 si trova esposto al Museo della Marina Militare americana di Washington Dc. Il suo record di immersione del 23 gennaio 1960 è tuttora imbattuto.

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Auguste Piccard e il figlio Jacques in Italia durante le prime prove di immersione del batiscafo "Trieste". Anno 1953

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