Addio a Romano Cantore, straordinario maestro di giornalismo

È stato uno dei grandi inviati di "Panorama" e una firma del giornalismo di inchiesta. Ma anche un uomo simpatico e vitale

Maurizio Tortorella

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Già lo vedo dietro le mie spalle, che scuote la testa mentre sto picchiettando sulla tastiera. E proprio perché sto scrivendo di lui. Sento il suo vocione, le sue imprecazioni che facevano tremare il cielo. Romano Cantore è stato uno dei grandi inviati speciali di Panorama. E un vero, grande maestro di giornalismo d’inchiesta. In giugno aveva compiuto 84 anni.

Stamattina è morto, dopo una lunga malattia che ha affrontato con il solito coraggio. Chi lo ha conosciuto e ha lavorato con lui non può che piangere per la perdita: d’intelligenza, fantasia, vitalità. La vitalità... Romano ne possedeva in quantità superiore, quasi disumana, era la classica forza della natura. Incontenibile. Era anche straordinariamente simpatico. E nessuno sapeva raccontare come lui, nessuno. I suoi aneddoti ancora li sento nelle orecchie. Risate a non finire.

Io, che a Panorama sono arrivato nel 1991, lo ricordo mitologicamente già avvolto dalla sua fama. Era alto, un colosso: un gran bell’uomo. Riempiva la redazione, da solo. Di origini pugliesi, a Milano aveva cominciato a scrivere per le cronache del Giorno. A Panorama aveva seguito le «piste» più pericolose, tra terrorismo nero e rosso. Nel 1974, con Carlo Rossella (che poi di Panorama sarebbe divenuto direttore) aveva vinto il Premiolino. La motivazione: «Per l'acutezza, la meticolosità, la profondità delle loro inchieste sulle trame nere che, rompendo la crosta della verità ufficiale, hanno rivelato i complotti del fascismo». Nel 1979 ha vinto il premio Saint Vincent. Si era poi appassionato ai misteri della morte di Guido Calvi, il banchiere dell’Ambrosiano, e a quelli di Ustica. Nel 1988 aveva intuito con qualche anno d’anticipo l’esistenza di Tangentopoli, e aveva scritto di corruzione e corrotti quando ancora i magistrati non fotocopiavano le carte per distribuirle a giornalisti compiacenti. Poi la Gladio rossa. Altre stragi. La stagione dei rapimenti in Sardegna. Ci metteva sempre il cuore.

Con il cuore ha insegnato come si fa giornalismo d’inchiesta a decine di cronisti di Panorama. Era andato in pensione anni fa, da caporedattore. Aveva anche scritto un gran bel libro, Subito ieri (Marco Tropea). Mi ero commosso sulle pagine nelle quali Romano aveva descritto la difficile indagine e il triste recupero di quel che restava del corpo di suo padre, ammazzato nell’immediato dopoguerra in una di quelle orribili faide bestiali, dettate dall’odio. Si era descritto seduto in auto, mentre tornava a casa, con una cassettina di legno sulle ginocchia. Di quella storia avevo sentito raccontare da altri. Per pudore non gli avevo mai chiesto nulla. Buffo che tra noi ci fosse pudore.

Da mesi Cantore non poteva più scrivere, né tenere in mano un giornale, parlava a fatica. Stava troppo male. Non ha voluto un funerale. Aveva sempre detto che candele, fiori e cerimonie gli mettevano l’orticaria. Ora Romano è da qualche parte. E finalmente racconta. Racconta. Racconta.

 

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