Crocetta e il ricatto dei dipendenti
Il governatore della Sicilia Rosario Crocetta.ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Crocetta e il ricatto dei dipendenti
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Crocetta e il ricatto dei dipendenti

Dopo l'impugnativa della finanziaria regionale, Crocetta minaccia 26000 licenziamenti. Ed è rivolta sociale. La socialdemocrazia alla ricotta

Adesso l’impugnativa del commissario dello Stato è un ricatto. E Rosario Crocetta, governatore rimandato, annuncia 26 mila licenziamenti, si mette alla
 testa della marcia, denuncia addirittura “un assassinio”. In Sicilia il più pericoloso è lui.

Utilizzando infatti come grimaldello una fiumana di dipendenti regionali, che attenzione solo una finanziaria raffazzonata e imperfetta ha lasciato senza accrediti e stipendi, Crocetta infiamma, accende, aizza allo scontro, alla rivolta plebea e sociale contro lo Stato, contro il governo di Enrico Letta, contro un funzionario ineccepibile come Carmelo Aronica, commissario appunto per conto dello Stato.

Stracciata, espunta per ben 33 volte su 47, tanti sono gli articoli impugnati dal commissario dello Stato, la finanziaria regionale di Crocetta è solo uno sgorbio istituzionale, limite manifesto di ingovernabilità. Senza resipiscenza, ma con la protervia furba e gaglioffa del ribelle che non rispetta nessuna legge se non la sua, Crocetta ha prima intimidito il commissario indicandolo alla gogna della piazza come responsabile di una possibile ecatombe e ordalia sociale, successivamente ha utilizzato gli oltre ventisei mila (il numero spiace dirlo, ma è imbarazzante) come minaccia ai
 danni dello stato, taglieggiamento della salute pubblica, paventando la solita
 marcia su Palermo, la solita insurrezione, il ’48, jacquerie. 

Eppure le cifre che Panorama ha riportato, sono sussidi che cozzano con la sostenibilità del bilancio regionale con la sua tenuta economica, ma sono anche refusi sia nella forma che nello stile. Oltre a essere una finanziaria da socialdemocrazia alla ricotta, la legge di stabilità scritta malissimo, peggiorata in aula con bonus
 a boiardi regionali, e finanziamenti stanziati senza galateo e criterio, è un miserrimo testo che i funzionari del commissario avevano a tempo debito
 smontato senza trovare interlocutori attenti in giunta. Il mezzo miliardo che Aronica ha bloccato è insomma un necessario richiamo a quelle regole che
 Crocetta maltratta e continua a maltrattare facendosi forte della sua immunità antimafia.

Crocetta ha scelto il piagnonismo. Così la Sicilia è a “rischio favelas” ha gridato scambiando l’assistenzialismo per risanamento. Crocetta ha perfino innalzato una trincea utilizzando, come sacchi di sabbia, i fondi destinati a istituti per ciechi e che il commissario ha bloccato non certo per crudeltà, ma per il metro
 che il governatore ha scelto, discrezionale, personale. Per farsi concedere l’approvazione che il commissario ha negato, il governatore descrive la Sicilia
 come la Germania Anno Zero ed è una sinfonia da bombardamento: “Nel giro di qualche settimana chiuderanno i teatri pubblici a Palermo, Catania, Messina e
 gli enti Parco; chiuderanno anche la stamperia Braille, le scuole per ciechi e sordi, i ricoveri per minori, i centri per disabili”. Qui siamo all’aneddotica di regime, alla pubblicistica che infanga l’avversario, al panico nella città , alle sirene.

Ricattando la Sicilia e l’Italia, Crocetta tiene in pugno un manipolo di uomini disposti a tutto, quel manipolo che nei sogni meridionali sono da riqualificare, esaurire, contenere. Non Regione, ma banlieu, la Sicilia che Crocetta contrappone è solo il vecchio vivere meridionale, l’arretratezza
 come destino.

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