2011: Silvio Berlusconi sbagliò a non resistere e fu disarcionato
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2011: Silvio Berlusconi sbagliò a non resistere e fu disarcionato
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2011: Silvio Berlusconi sbagliò a non resistere e fu disarcionato

Ci fu la congiura antiberlusconiana? Il politologo non ne è convinto: spingere all’abbandono il leader del centrodestra fu possibile, dice, perché i conti pubblici erano davvero a rischio

Sì, anch’io in quell’estate maledetta del 2011 avevo avuto sentore che qualcosa si muovesse dietro le quinte. I segnali c’erano, la caduta di Silvio Berlusconi era nell’aria, ma dal mio piccolo osservatorio mi ero convinto che le manovre politiche in corso fossero soprattutto italiane, per non dire romane. E tuttavia, anche ammettendo che, come diversi osservatori oggi ritengono, il governo Berlusconi sia stato disarcionato da una sorta di complotto, se non da una meditata e ben coordinata azione di poteri più o meno forti disseminati in tutta Europa, per me resta tuttora senza risposta la domanda fondamentale: perché Berlusconi si è lasciato disarcionare? Naturalmente la mia domanda si basa su un presupposto, e cioè che, nonostante tutto, il disarcionamento poteva essere evitato. Provo a spiegare perché, partendo da due premesse.

- Premessa numero 1.

Nessun complotto internazionale è in grado di piegare uno stato se i suoi fondamentali sono a posto. Certo, se domani l’America decide di sganciare una bomba nucleare sulla Norvegia, la Norvegia non ci può fare nulla. Ma quando si parla di trame oscure contro un paese ci si riferisce a operazioni di altro tipo, per esempio interferenze della politica sul funzionamento dei mercati e sul circuito dell’informazione.
Ebbene, questo genere di operazioni hanno successo solo se il paese contro cui si rivolgono è vulnerabile. Se è sano, non hanno alcuna ragionevole possibilità di andare a segno. Nessuna manovra politicoeconomico-finanziaria potrebbe oggi piegare un paese come la Norvegia. In questo senso, a mio parere, la tesi del complotto è fuorviante, e lo resterebbe anche se si potesse dimostrare che Giorgio Napolitano, Mario Draghi, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy si fossero visti decine di volte in una località segreta con l’intenzione di liberare l’Italia da Berlusconi. È un problema logico: se all’una di notte vedi un uomo ubriaco fradicio che barcolla lungo un marciapiede, tu gli passi accanto e gli dai una spintarella, lui cade e si rompe la testa, la causa del tonfo non sei tu ma è la sua serata davanti a 12 boccali di birra.

- Premessa numero 2.

I nostri 12 boccali di birra sono i 12 anni di follia finanziaria dal 2000 al 2011, preceduti da altri 30 anni di "insostenibile leggerezza" (i nostri conti pubblici hanno cominciato ad andare in rosso già a metà degli anni 60). È lì, in quella storia bipartisan di incoscienza politica, che si è prodotta la vera causa degli eventi del 2011: la vulnerabilità finanziaria dell’Italia. Un punto che, colpevolmente, è stato sempre sottovalutato un po’ da tutti, con l’importante eccezione di un gruppo di economisti che, anche negli anni delle vacche grasse, hanno continuato a metterci in guardia (due esempi: il libro collettivo I conti a rischio. La vulnerabilità della finanza pubblica italiana, pubblicato dal Mulino nel 2006; la polemica di Tito Boeri contro la finanza allegra degli economisti di estrema sinistra sulla Stampa, nell’ottobre del 2006).

In poche parole: il disarcionamento di Berlusconi, come di qualsiasi altro governo precedente dal 2000 in poi, tanto era possibile in quanto i conti pubblici dell’Italia erano gravemente a rischio.

E qui arriviamo al punto chiave. Nonostante il pessimo stato dei conti pubblici, il disarcionamento era evitabile. Berlusconi e Giulio Tremonti, anziché litigare fra loro addossandosi reciprocamente la responsabilità della situazione, avrebbero potuto fare qualcosa. Intanto avrebbero potuto varare una Finanziaria in cui non si ricorreva alla solita furbata di pianificare il pareggio del bilancio dopo le elezioni politiche, e quindi sotto la responsabilità di un altro governo (presumibilmente di sinistra, si immaginava allora in base ai sondaggi). E poi, anche dopo aver commesso quell’errore, avrebbero potuto prendere la lettera della Bce al balzo, usandola per fare quel che essi stessi sapevano benissimo che si doveva fare: riforme incisive e dolorose. Potevano rivolgersi al Paese, a reti unificate, spiegare la drammaticità della situazione, e usare quell’occasione, unica e probabilmente irripetibile, per iniziare a fare, a fare subito e davvero, quel che né Mario Monti, né tantomeno il cautissimo Enrico Letta, hanno mai osato fare: una vera riforma del mercato del lavoro, una riduzione contemporanea di spesa pubblica e pressione fiscale sulle imprese.

È un vero peccato. Perché se questo Berlusconi e Tremonti avessero fatto, l’Italia avrebbe evitato la chemioterapia cui l’ha sottoposta Monti, una politica dissennata che non ha curato il male e ha drammaticamente debilitato l’apparato produttivo del Paese. Certo, il paziente Italia avrebbe subito un intervento chirurgico doloroso, ma ora sarebbe in convalescenza, e potrebbe guardare con più ottimismo al proprio futuro.

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