Chi sono i due investigatori che hanno risolto il giallo di Yara
ANSA/PAOLO MAGNI
Chi sono i due investigatori che hanno risolto il giallo di Yara
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Chi sono i due investigatori che hanno risolto il giallo di Yara

Un poliziotto e un carabiniere: Giampaolo Bonafini e Giovanni Mocerino. Senza di loro, e il loro fiuto, il caso forse non avrebbe mai trovato una soluzione - Foto

Un poliziotto e un carabiniere sono responsabili della svolta nelle indagini sulla morte di Yara Gambirasio che hanno portato all’arresto del 44enne bergamasco Massimo Bossetti. La caparbietà del pubblico ministero Letizia Ruggeri, impermeabile alle critiche piovutele addosso persino dai genitori di Yara, ha tenuto la barra dell’inchiesta riuscendo nell’arduo compito di far dialogare, e collaborare, Polizia e Carabinieri. La scienza e la raccolta di 18 mila profili genetici hanno fatto la loro parte, ma senza l’intuizione e il fiuto di due investigatori, tutto sarebbe stato vano.

Giampaolo Bonafini, nel marzo del 2011, è il giovane dirigente della Squadra Mobile della questura di Bergamo. Biondo, occhi cerulei, è un giocatore di scacchi, uno che la notte la passa a rielaborare gli schemi investigativi da sottoporre ai suoi uomini l’indomani. Non gli era mai capitato un caso così complesso e, pur sentendo la pressione di tutta Italia addosso, non si è mai distratto dall’obiettivo. Yara venne trovata nel campo di Chignolo d’Isola il 26 febbraio 2011. A cinquecento metri di distanza c’è una discoteca, Sabbie Mobili evolution, frequentata da giovanissimi. Bonafini non si accontenta dei soliti verbali di “sommarie informazioni testimoniali” dei ragazzi che il 26 novembre 2010, la sera del delitto di Yara, erano in quella discoteca. Decide di fare le cose in grande. E risale ai nomi di tutti i frequentatori della discoteca, che non possono entrare senza una tessera nominativa rilasciata dal locale. Sono centinaia di nomi. A tutti verrà prelevato il Dna. Serve a confrontarlo con quello che l’assassino ha lasciato sugli slip e sui leggins di Yara. Ed ecco la prima svolta.

Tra i ragazzi che sono soliti ballare vicino a quel campo abbandonato c’è Damiano Guerinoni, un giovane di Brembate di Sopra, figlio della ex donna di servizio della famiglia Gambirasio. Il suo Dna ha molti punti di contatto con quello del killer. Ma il ragazzo ha un alibi di ferro: il giorno del delitto era all’estero, in Sudamerica. Ma la traccia è quella giusta e dallo screening a cui viene sottoposta tutta la sua famiglia si arriva a determinare con certezza che il ceppo familiare su cui indagare è quello giusto. Gli inquirenti arrivano ad individuare in Giuseppe Guerinoni, autista di pullman morto nel 1999, il padre dell’assassino. Peccato che i suoi figli abbiano un profilo genetico che non corrisponde a quello di Ignoto 1.

Quindi Guerinoni deve avere un figlio illegittimo. Ma chi può conoscere il suo nome? Soltanto la madre che, evidentemente, non ha alcun interesse a rivelare il segreto che ha custodito per ben 44 anni. La ricerca si fa disperata. E infruttuosa. Ma c’è un maresciallo dei carabinieri che non molla. Affascinante nonostante i capelli e la barba bianca, originario della Campania ma trapiantato da decenni al nord, miscela l’esuberanza meridionale e la cocciutaggine tipica delle valli bergamasche, dove vive immerso nel verde e passa le ore libere lavorando al giardino, già perfetto ma, per lui, sempre da migliorare. Giovanni Mocerino quelle valli le conosce bene, è stato anche comandante della stazione di Clusone. Lui sa che la divisa, l’accento meridionale, l’atteggiamento un po’ sbrigativo da sbirro, in quei posti, non servono.

Sa bene che un caffè al bar frutta più notizie di cento interrogatori. E infatti, dopo mesi che i suoi colleghi convocano migliaia di valligiani in caserma inutilmente, Mocerino decide di seguire un’altra strategia. Esce un poco prima dall’ufficio della procura, a Bergamo, e se ne va a spasso per Clusone, Rovetta, Parre, in tutti quei luoghi che lo hanno visto giovane brigadiere appena mandato al Nord. Riallaccia vecchie amicizie, contatta chiunque, magari con scuse inventate lì per lì. Chiede, con circospezione, agli anziani. Qualcuno ricorda con chi ha avuto una relazione Giuseppe Guerinoni? Difficile abbattere il muro di diffidenza dei bergamaschi di montagna. Ma Mocerino ci riesce. Si sparge la voce che lui cerca informazioni e garantisce riservatezza. Nessun verbale, nessun interrogatorio. A tutti va dicendo: “Se mi dici qualcosa, poi me la vedo io coi capi, mi invento che mi è arrivata una segnalazione anonima”. Il suo passato lo aiuta. In paese ricordano che era un giovane carabiniere gioviale ma integerrimo, corretto. E così, la settimana scorsa, un vecchio autista di pullman, collega di Guerinoni, si avvicina a casa sua. Mocerino sta tentando di sradicare una pianta dal prato all’inglese della sua villetta. L’anziano sonda la situazione. Finge di passare per caso: “andavo alla pinetina”, dice.

Mocerino, che possiede un cellulare in grado a malapena di inviare sms ma che con uno sguardo riesce a fare la radiografia a chi gli sta davanti, capisce al volo. Poggia la vanga, si accosta al cancello. Non lo apre. Non forza la situazione. Aspetta. Chiacchiera di niente. Che sia l’altro a farsi avanti. E così accade. Un nome. Quello che gli inquirenti cercavano da anni. Una donna. La madre di Ignoto Uno. Poche ore per la verifica. Poi il test del dna al figlio, compiuto simulando un posto di controllo e un alcol test. La conferma e il fermo di Massimo Giuseppe Bossetti. Il ministro dell’Interno e i vertici delle forze di Polizia spargono ringraziamenti e meriti a pioggia. E l’indagine sulla morte di Yara è certamente un unicum che rimarrà nella storia della criminologia. Ma senza quei due investigatori, forse, l’assassino l’avrebbe fatta franca.

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