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Caos Turchia: le responsabilità dell'Europa

Ha sbarrato l’accesso del Paese nella Ue, respingendolo verso l’Islam e l’Asia mentre le false primavere scoperchiavano gli estremismi

C’è stato un momento in cui la Turchia sarebbe potuta entrare in Europa per rafforzarla, e integrandosi nell’Unione, volgersi decisamente verso il campo occidentale. Quel momento ha preceduto di qualche anno la presa del potere per via democratica di Recep Tayyip Erdogan. Successo frutto anche della delusione dei turchi per le porte tenute sbarrate in Europa da paesi come la Francia, che non ne azzeccano una in politica estera.

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La proposta di rottura di Erdogan ha generato consenso e conquistato il Parlamento, rivoluzionando il moderno Stato turco fondato nel 1923 dal laico Kemal Ataturk. Non solo la Costituzione, ma esercito e magistratura incaricati di custodirla avevano per decenni arginato le derive islamiste e asiatiche. Erdogan, presentandosi al pubblico nel 2002 con l’aureola del reduce dalle prigioni turche per islamismo, accompagnato a una famiglia numerosa nella quale spiccava l’immagine rivoluzionaria per la Turchia di allora della moglie velata, ha ribaltato la storia e avviato una riforma al contrario.

Per imporsi ha dovuto reprimere la stampa e attraverso purghe mirate e progressive bonificare le forze armate (i cui vertici più alti non a caso hanno disertato il tentativo di golpe) e la magistratura, in particolare i giudici costituzionali e delle Corti d’appello. Le cifre del repulisti sono impressionanti, oltre 7-8mila rimossi dagli incarichi.

Ma naturalmente, una figura di leader qual è Erdogan riscuote successo nel popolo. E il capo, nella notte del golpe, ha chiamato il popolo alla difesa della “democrazia”.

Il fallimento dei golpisti è derivato dall’incapacità di neutralizzare il leader, ritenendo sufficiente che si trovasse lontano dalle stanze dei bottoni. Erdogan invece si è affidato a un messaggio FaceTime, all’aborrita e da lui censurata Rete. E ha trionfato, presentandosi al popolo e al mondo come il campione della difesa della democrazia che attraverso il “referendum” del golpe liquida i sussulti minoritari dei militari.

Militari che non sono più “quelli di una volta”, che mettono sempre a segno i loro colpi (di Stato). E così Erdogan, ancorché indebolito da risultati elettorali non pieni dopo tanti anni alla guida del Paese, può rilanciare con forza dal suo palazzo dalle mille stanze il progetto di Repubblica presidenziale che non avrebbe i numeri per passare in Parlamento. E può completare il suo disegno di sultanato a immagine e somiglianza di se stesso, strappando le ultime radici di aderenza ai princìpi europei.

La Turchia di Erdogan ha già subito una forte restaurazione islamica nei costumi e nell’educazione. Diventa sempre più asiatica e islamica, mentre sarebbe sempre più importante per l’Europa poter contare su un pilastro affidabile della Nato ai confini con i territori dell’Isis, e sulla sintonia culturale con un paese che detiene le chiavi di accesso all’Unione per milioni di migranti.

Esattamente come in Siria e Iraq, poi in Libia e in Egitto, seppure in modo diverso, la politica estera europea è stata suicida. Da un lato ha sbarrato l’accesso della Turchia in Europa, respingendola verso l’Islam e l’Asia, dall’altro è stata una politica-kamikaze di gelide, false primavere che hanno solo scoperchiato il ribollente vaso di Pandora dell’estremismo e del radicalismo islamico.

Il tentato golpe

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Vestiti, armi e caschi dei soldati dopo la resa nel tentato golpe militare - Istanbul, 16 luglio 2016
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