lazio lotito tamponi covid inibizione processo
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Calcio

Quanto costa al calcio l'assoluzione di Lotito sul caso tamponi

Le motivazioni della sentenza che salvano la Lazio ed il suo presidente aprono un buco normativo non indifferente

Le motivazioni con cui il Tribunale della Figc ha spiegato la conclusione della vicenda tamponi, parsa a molti un mezzo regalo alla Lazio e al suo presidente Lotito, descrivono un verdetto che crea un precedente destinato da qui in poi a modificare uno dei pilastri su cui si fonda da sempre la giustizia sportive: la responsabilità oggettiva e diretta. Un passaggio non secondario in un procedimento che stabilisce anche, per sempre, un parametro sanzionatorio per le violazioni del protocollo sportivo in materia di contenimento della pandemia da Covid. E' vero che si spera che l'emergenza sia destinata a rientrare in tempi ragionevoli, però dal caso Lazio in poi si apprende che essersi macchiati di una "gravissima violazione" non solo del protocollo Figc "ma anche della normativa nazionale", col risultato di aver mandato in campo un calciatore che doveva essere in isolamento e aver omesso la segnalazione dei tamponi positivi alle autorità competenti, porta a una multa che in un club con fatturato a nove zeri appare quasi una carezza. Niente penalizzazioni, nessun riflesso sul risultato sportivo e sulla classifica. Solo una sanzione amministrativa che di deterrente può avere certamente molto meno di quanto immaginava la stessa Federcalcio scrivendo la nota con cui cercava di blindare la riparte del calcio professionistico dopo il lockdown per Covid.

Il punto centrale delle motivazioni, però, è un altro e porta alla figura di Claudio Lotito. Il presidente della Lazio rischiava di veder compromessa per sempre la sua carriera politica all'interno del calcio italiano qualora avesse ricevuto un'inibizione superiore ai 10 mesi, facendo scattare il limite dei 12 negli ultimi dieci anni che porta alla decadenza immediata da tutte le cariche. Anche per questo Lotito aveva giocato il tutto per tutto distinguendo la sua posizione di numero uno del club da quella dei responsabili medici, arrivando a evocare la legge 231 del 2001 in materia di schemi organizzativi societari, deleghe operative e responsabilità in capo ai vertici di un'azienda. Un passaggio mai esplorato fin qui in materia di giustizia sportiva, dove il link che porta alla punizione dei massimi dirigenti e all'attivazione della responsabilità diretta che espone le squadre alle pene più dure è spesso estremizzato nel "doveva vigilare" che è anticamera del "non poteva non sapere".

Lotito e la Lazio hanno trovato soddisfazione dal tribunale federale che per inibire il presidente per 7 mesi (molti meno dei 13 chiesti dalla Procura e infinitamente meno dei 12 riservati ai suoi responsabili medici) ha messo nero su bianco che il numero uno di un club non si può occupare di tutto, tanto meno di incombenze amministrative legate a questioni mediche. Dunque è bastato spiegare che mancava la prova che Lotito si fosse mosso per "impedire l'attivazione delle procedure" sanitarie del protocollo, per tenerlo fuori dalla parte più dura del processo. Lui e di conseguenza la Lazio per la quale poi il collegio ha scelto di scrivere che "in assenza di parametri" poteva andar bene - rimodulato - quanto richiesto dalla Procura e cioè una multa e non la penalizzazione che pure era prevista per casi di comprovata gravità. Quella contestata ai due medici sociali. Una conclusione che stabilisce due precedenti da cui sarà difficile tornare indietro.

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