steven zhang inter trattativa fondi crisi suning marotta conte
Ansa
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Calcio

Crisi e diktat cinesi, così Suning tiene in scacco l'Inter

Il club fermo sul mercato, gli stipendi in arretrato a i debiti da saldare. Zhang tratta la cessione ma valuta il club un miliardo. E le scadenze si avvicinano...

Le parole di Antonio Conte nel dopogara con la Juventus, il suo definire "interrotto" il progetto Suning, hanno sollevato l'ultimo velo sulla situazione societaria dell'Inter. Non che ci fossero dubbi, visto il rincorrersi di notizie che da un mese almeno accompagna la quotidianità nerazzurra; però ha fatto effetto ascoltare dalla viva voce dell'allenatore, portato a Milano dalla proprietà cinese per fare l'ultimo salto di qualità, la certificazione dello stato di crisi. Che più che altro significa congelamento con tutti i rischi che ne conseguono, dal momento che la crisi pandemica sta squassando i conti delle società di calcio e l'Inter si trova esposta ai venti nel momento più difficile della sua storia. Non solo recente.

Non è un caso che anche l'ex patron Massimo Moratti sia uscito allo scoperto, chiarendo che la famiglia Zhang non ha più la possibilità di sostenere la società. Un passaggio definitivo per mettere in chiaro al mondo Inter quale sia la posta in palio. La comunicazione ufficiosa racconta che alla porta degli Zhang si è formata la fila di fondi interessati a investire. La realtà dei fatti dice che l'Inter ha bisogno in fretta di circa 150-200 milioni di euro per fare fronte agli impegni presi nei mesi scorsi tra stipendi arretrati, debiti di mercato e scadenze finanziarie ormai incombenti. Non siamo all'allarme rosso, ma tempo da perdere non ce n'è più e in questa condizione il lavoro che Marotta e Conte stanno facendo per tenere il progetto sportivo il più possibile al riparo dagli scossoni è quasi un miracolo.

LO STATO DELLA TRATTATIVA

La rottura con BcPartners annunciata da Suning tramite nota informale rischia di essere superata dai fatti. La famiglia Zhang valuta l'Inter circa un miliardo di euro e non vuole uscire in perdita da un'avventura che è costata oltre 600 milioni dall'estate del 2016 a oggi. I conti del club, però, sono in forte sofferenza e il fondo made in Usa non si è spinto oltre 750 milioni, debito compreso. Una montagna da scalare dentro cui c'è tutto, compresi i fondi immessi dal colosso cinese sotto forma di finanziamento retribuito. Ma soprattutto ci sono i bond da 350 milioni di euro la cui scadenza (2022) non è ormai così lontana e che necessitano di essere rifinanziati.

Intorno all'Inter, che è sul mercato almeno dallo scorso autunno con mandato a Goldman Sachs Asia per reperire soci e finanziamenti, si sono mosse altre entità finanziarie. Nessuna si è portata avanti come BcPartners che ha chiuso da poco la due diligence sui conti. Non gli svedesi di Eqt e nemmeno l'accoppiata Fortress-Mubadala che è stata evocata nelle ore successive allo stop con BcPartners. Altri nomi emersi portano negli Stati Uniti (Ares) e a Singapore (Temasek): questo è un momento storico in cui il calcio italiano sta interessando ambienti finanziari soprattutto statunitensi, ma immaginare una svolta a breve è difficile.

MAGGIORANZA, MINORANZA E STADIO

La sensazione è che Suning non sia disposto a cedere se non avvicinandosi alle sue condizione che, ad oggi e visti i conti dell'Inter, nessuno sembra disposto ad accogliere. L'ideale per la proprietà cinese sarebbe liberarsi del 31,05% del fondo Lion Rock sostituendolo con un altro socio e tenendo la maggioranza delle quote, anche se la difficoltà a far uscire capitali dalla Cina è un ostacolo non da poco in una fase in cui il club necessità di fondi per sostenere la propria attività. Suning si è dichiarata in ogni caso pronta a garantire la continuità aziendale, però il management (che ha contatti sempre meno frequenti con gli Zhang) è costretto agli straordinari per diluire i tempi di pagamento di stipendi e debiti di mercato, evitando così penalizzazioni sportive. Attenzione, però: entro fine marzo tutto dovrà essere in bolla, pena l'esclusione da parte della Uefa dalle competizioni europee della prossima stagione.

Sullo sfondo la questione stadio. Gli oppositori (sempre numerosi) nella politica milanese hanno preso la palla al balzo per congelare tutti i discorsi sul nuovo San Siro. La dichiarazione di "pubblico interesse" dell'opera è ora un tema non più attuale e nemmeno la scelta del progetto vincente tra Populous e Sportium. Con le elezioni comunali alle porte e l'appuntamento olimpico del 2026, il rischio è che l'impasse di questi mesi si trasformi in uno stop definitivo. Il paradosso è che ad avere fretta è adesso il fondo Elliott su cui si discuteva non più tardi del mese di dicembre 2020, con le inchieste giornalistiche che ne mettevano in dubbio la titolarità del Milan. Le parti si sono rovesciate.

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