qatar 2022 mondiale intervista marco bellinazzo le nuove guerre del calcio libro
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Calcio

"Tutte le guerre dietro il Mondiale del Qatar"

Dialogo con Marco Bellinazzo che ha ricostruito la storia degli ultimi vent'anni di calcio e geopolitica: arrivando alla conclusione che non ci può sorprendere della scelta della FIFA di portare la Coppa del Mondo in mezzo al deserto

Il Mondiale nel deserto del Qatar? "Una scelta giusta dal punto di vista industriale, ma che è il simbolo delle guerre che girano intorno e dentro al pallone nel terzo millennio". Alla vigilia del debutto della Coppa del Mondo più contestata di sempre, con la FIFA sotto accusa per aver ceduto al fascino dei dollari e un dibattito aperto sull'eticità della scelta di un paese noto per le violazioni dei diritti umani, c'è chi ha provato a mettere in fila gli avvenimenti dell'ultimo ventennio. E ha scoperto che non c'è nulla di cui sorprendersi e che il Qatar rischia di essere solo la prima volta. Non l'ultima.

Marco Bellinazzo, giornalista del Sole 24 Ore e autore di 'Le nuove guerre del calcio' ha tirato un filo sottile che parte dallo sbarco di Roman Abramovich a Londra e arriva fino a quello dei sauditi al Newcastle. In mezzo le guerre scoppiate intorno alla FIFA, la fine dell'era Blatter e il nuovo asse di potere che sta marginalizzando Europa e Sud America. Con sullo sfondo il soft power dei nuovi ricchi e potenti, le battaglie per il controllo del business garantito dall'industria del pallone e l'enorme potere di condizionamento che calcio e sport hanno sviluppato sulle masse.

Il Mondiale che va iniziando in Qatar, nel mezzo dell’inverno e quindi della stagione calcistica, è il simbolo delle guerre che girano intorno al pallone?

“Non solo di quelle di oggi, ma anche di quelle passate. E' stato assegnato nel 2010 insieme a quello della Russia con seguito di scandali e inchieste giornalistiche, che non hanno appurato casi di corruzione per quanto sia palese come ci sia stato mercimonio. Non era una novità, era la prassi come hanno dimostrato le inchieste dell’FBI che hanno portato alla capitolazione di Blatter”.

Le guerre di oggi sono uguali a quelle di allora?

“Sono più sofisticate, hanno a che fare con gli interessi dei fondi di investimento, le grandi piattaforme di streaming e i fondi governativi. Quando ho iniziato a scrivere il libro ho scelto per la copertina una foto simbolica: Gianni Infantino, presidente della FIFA, insieme a Vladimir Putin e a Mohammad bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita, alla partita inaugurale di Russia 2018. Immaginavo che ci sarebbero stati sviluppi, non che i sauditi entrassero direttamente nel mondo della Premier League come hanno fatto con il Newcastle che sovvertirà le gerarchie del calcio inglese. E non immaginavo che si candidassero per il Mondiale del 2030 insieme ad Egitto e Grecia”.

Una candidatura che rischia di essere rivoluzionaria, perché lega non solo nazioni ma continenti diversi

“E che rischia di rappresentare un ulteriore salto di qualità nella guerra tutta interna al mondo del calcio tra FIFA e UEFA. L’Arabia Saudita è appoggiata da Infantino mentre Aleksandr Ceferin, numero uno della UEFA, si è subito mosso per dare il suo appoggio alla candidatura di Spagna e Portogallo che hanno incluso nel dossier anche l’Ucraina con un atto molto simbolico in questo momento”.

Marco Bellinazzo autore di 'Le nuove guerre del calcio'Imago Economica

Il pallone è uno strumento di guerra geopolitica?

“Lo è e queste guerre sono sempre più consapevoli. Il libro nasce come omaggio a Ryszard Kapuściński, giornalista polacco che nel 1969 raccontò la sfida tra El Salvador e Honduras disputata su un campo di calcio mentre i due paesi erano realmente in situazione di conflitto. Il calcio e lo sport da sempre sono pretesto dei regimi per imporre la propria ideologia e legittimarsi, la differenza è che oggi il calcio è diventato anche il contesto dentro cui si combatte perché rappresenta una piattaforma di propaganda di inestimabile valore: ci sono 4-5 miliardi di persone che nel loro umore sono influenzate dal calcio e se tu puoi condizionare l’umore della gente ne puoi condizionare anche il consenso”.

Quando è iniziata questa nuova era?

“La data è il 2003 quando Vladimir Putin utilizza Roman Abramovich, uno dei suoi più fidati oligarchi, per comprare il Chelsea e renderlo una vetrina vincente nel momento in cui stavano emergendo le atrocità commesse in Cecenia. All’epoca nessuno comprese fino in fondo la portata di quell’acquisto, che serviva per legittimare il regime zarista e a creare un modo di operare seguito poi dagli arabi, dai cinesi e in ultimo dagli americani in chiave di opposizione a questi fenomeni”.

Non senza aver inciso nella storia della FIFA dopo aver perso la corsa al Mondiale del 2018, assegnato proprio alla Russia

“Sono stati loro a defenestrare Blatter dalla guida del calcio mondiale attraverso un’inchiesta dell’FBI e sono loro che hanno ottenuto il primo Mondiale post-Blatter: si giocherà nel 2026 in Stati Uniti, Messico e Canada con 48 squadre, quindi allargato”.

I problemi del Qatar con il rispetto dei diritti umani sono noti a tutti. Sostenere, però, che il Mondiale non sarebbe dovuto andare lì non solo per questo ma anche perché il calcio non appartiene a quell’area geografica non è una grande ipocrisia. Se è un’industria, va dove ci sono opportunità?

“In un mondo ideale - ragioniamo ovviamente prendendo come punto di partenza che si deve lottare per una crescita nel rispetto dei diritti umani – un Mondiale al Qatar lo avrei assegnato, magari non nel 2022 ma più avanti. Lo avrei assegnato a un paese di quell’area che identifichiamo come MENA e ingloba anche il Nord Africa dove vivono oltre 400 milioni di persone con un’età molto giovane e una grande propensione all’utilizzo degli strumenti digitali con un’enorme passione per il calcio. Dal punto di vista industriale non c’è dubbio che sia un successo”.

E’ giusto che si vada lì se si vuole sviluppare tutto il sistema?

“Non c’è dubbio e proprio perché si deve uscire dall’ipocrisia che calcio e sport non siano politica mentre lo sono certamente, essendo il fenomeno sociale più vasto al mondo, bisogna fare un ulteriore passaggio. Si può assegnare le grandi competizioni senza obbligare a garantire un adeguamento ai livelli nostri di rispetto dei diritti umani?”.

La risposta?

“E’ arrivato il momento, anzi è già tardi. Lo abbiamo scoperto con il Qatar ma potrebbe ripetersi a breve con l’Arabia Saudita. E’ un ragionamento complesso: nel 2032 l’Italia concorrerà per l’Europeo con la Turchia che è molto avanti rispetto a noi per stadi e strutture, avendo Erdogan investito due miliardi di euro sull’impiantistica in questi anni. I turchi hanno stadi molto più belli, continuano a presentarsi e ad essere respinti; la UEFA dovrebbe valutare questo o porsi domande anche sul confronto complessivo tra due paesi come Italia e Turchia? Non si può pretendere che si modifichino leggi e stili culturali di chi ospita, ma da portatori di valori democratici universali, chi assegna le grandi manifestazioni dovrebbe porsi il problema di chiedere standard minimi anche per lasciare un’eredità successiva. Il dibattito sulle condizioni dei lavoratori in Qatar o sulla presenza delle donne in Iran è stato impreziosito dal faro acceso dal Mondiale”.

Bisogna essere pragmatici

“Soprattutto, se vogliamo ritagliarci il ruolo di portatori di stili sani non possiamo fermarci alla sola dichiarazione di intenti, ma dimostrarlo nella pratica”.

L’Europa del calcio è destinata a diventare sempre più marginale?

“Quella continentale di certo, la Premier League britannica no. Se questa rimane la situazione, entro un paio di cicli di vendita dei diritti tv i club inglesi arriveranno a sfondare i 7 miliardi di euro che già toccheranno adesso andando ben oltre il raddoppio dei ricavi di chi segue come Bundesliga tedesca e Liga spagnola. La Serie A è ancora più dietro. Il tema vero è come uscire dalla marginalità costruendo un sistema che sia sostenibile perché tutte le guerre che ci sono dentro e intorno al pallone si fondano su montagne di denaro che i nuovi padroni hanno facilità a riversare su un’industria debole e in difficoltà. La crisi del Covid è stata un acceleratore”.

La guerra tra UEFA e Superlega finirà per deciderla un Tribunale

“Se non li affronti questi temi, finirai per farlo quando sarà tardi”.

Il merito sportivo può rimanere il parametro fondamentale di giudizio? In fondo anche nell’allargamento a 48 del Mondiale che arriverà c’è più spartizione politica che riconoscimento della competitività…

“L’Europa avrà solo tre posti in più che in percentuale la renderanno ancora meno forte. L’asse del potere è stato spostato all’Assemblea della FIFA dove Africa, Asia e Nord America gestiscono due terzi dei voti e hanno messo in minoranza Europa e Sud America che rappresentano l’asse storico del calcio. Le battaglie intorno alla Superlega e al Mondiale con cadenza biennale nascono proprio da questo: uno scontro tra chi ha il potere politico (FIFA) e chi detiene quello economico (UEFA)”.

In mezzo ci sono i tifosi, destinati a diventare clienti?

“Ho dedicato l’ultimo capitolo del libro al concetto di calcio e democrazia, indagando tutti i modelli partecipativi esistenti che non sono solo la Bundesliga, dove in realtà a reggere il calcio tedesco sono le industrie tedesche più che gli azionariati popolari. In giro per il mondo ci tante vie, non esiste una ricetta unica di partecipazione dei tifosi alla governance ma è un passaggio ineludibile se non si vuole perdere il valore identitario del calcio. Ci sono due eventi che lo dimostrano”.

Quali?

“La morte di Diego Armando Maradona e quella di Paolo Rossi. Ancor più delle rivolte di strada contro la Superlega o di quelle che si moltiplicano contro le multiproprietà che sono un fenomeno cresciuto fino a coinvolgere oltre 200 club in tutto il mondo. C’è una reazione contro il tentativo di staccare il calcio dalle sue radici identitarie perché si toglie alla passione del tifoso la benzina che muove tutto e cioè il sogno che Davide possa battere Golia. Avviene raramente, ma non si può cancellare come ideale”.

Quale la via?

“Redistribuire le risorse per salvaguardare l’imprevedibilità del calcio. Se la togli, il calcio finirà per essere omologato a un elemento di entertainment come sta già avvenendo. Il rischio, però, è che lo si privi della sua caratteristica fondamentale e a quel punto mi spiegate che differenza ci sarà tra appassionarsi a una squadra di pallone o passare le ore davanti a un videogame? Annullata questa differenza, il calcio è morto”.

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