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ANSA / MATTEO BAZZI
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Bersani e le strane alleanze del Pd

L'ex segretario dem minaccia la guerra contro i voti di Verdini e trasformismi politici. Ma nella storia il centrosinistra si è alleato e ha accettato i voti di chiunque

Era stato trovato solo da poche ore l'accordo sulla riforma del Senato, che dentro il Pd già si apriva l'ennesimo fronte. “Fuori Verdini dal nostro giardino” intimava infatti il leader della minoranza dem Pier Luigi Bersani riferendosi all'appoggio che in Aula il ddl Boschi dovrebbe ricevere dalla truppa del senatore fuoriuscito da Forza Italia. Voti ininfluenti, ma comunque sgraditi alla Ditta che teme la nascita del partito della Nazione e di essere sfrattata dal Pd. Di fronte a una scenario del genere l'ex segretario aveva quindi ammonito: “Mi aspetterei che dal Nazareno venisse una parola chiara su questo delirio trasformista, perché non vorrei si sottovalutasse l'effetto che queste cose hanno sui nostri militanti”.

Come se i militanti del centrosinistra non fossero già ampiamente avvezzi a dover digerire rospi trasformisti altrettanto indigesti. Lo ha ricordato a Bersani il deputato renziano Roberto Giachetti che dal suo blog sull'Huffington Post ha rievocato i tempi in cui “nel giardino hanno 'pascolato' da Mastella a Di Pietro, da Dini a Cossiga, solo per fare degli esempi e con ruoli, questi sì, imponenti nell'Ulivo o più in generale nel centro sinistra”.

I governi D'Alema

Massimo D'Alema, allora presidente del Consiglio, mentre pone nell'urna la sua scheda elettorale per le regionali. Roma, aprile 2000 (Credits: ANSA/  Monteforte)

L'ex ministro dell'Industria, e poi dei Trasporti, dei governi di Massimo D'Alema deve in effetti aver rimosso i bei tempi in cui gli fu possibile sedere al banco del governo grazie anche all'apporto di alcuni parlamentari del centrodestra che resero possibile, era il 1998, la formazione di una nuova maggioranza che permise al centrosinistra di governare fino al 2001. Un matrimonio d'interesse a tutti gli effetti che fece dire a Silvio Berlusconi che quel governo (il primo di Massimo D'Alema) nasceva “con un milione di nostri elettori”.

Prodi con Bertinotti

Roma, 2006: Franco Marini all' altare della Patria accanto a Romano Prodi e a Fausto Bertinotti

Alessandro Di Meo /ANSA

Era infatti appena caduto l'esecutivo guidato da Romano Prodi che aveva vinto nel '96 a capo di una coalizione di cui faceva parte anche la Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti. Tanto affine al “giardino” del centro-sinistra da decidere di dargli fuoco votando contro la legge finanziaria.

Il "patto delle sardine"

Umberto Bossi 1990 Umberto Bossi ad una manifestazione della Lega Nord

Risale poi al dicembre del 1994 l'incontro nella casa romana del leader della Lega Nord Umberto Bossi tra il solito Massimo D'Alema e Rocco Buttiglione, rispettivamente segretari del Pds e del Ppi, con il quale i tre siglarono il famoso “patto delle sardine” (l'unica cosa commestibile che il Senatur si ritrovò in frigo) che diede vita a un'alleanza parlamentare che porterà all'appoggio esterno al successivo governo tecnico guidato da Lamberto Dini dal gennaio del '95 fino all'anno successivo.

L'Unione con tutti

Antonio Di Pietro

Ma torniamo al 2000. Dopo gli anni di opposizione al governo Berlusconi, che aveva vinto le elezioni nel 2001, il centrosinistra escogitò il cartello elettorale più variopinto della storia, la grande ammucchiata che fu battezzata L'Unione, estesa anche alla solita Rifondazione Comunista e alla new entry Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Ne facevano parte (oltre al Pds el Movimento per l'Ulivo) dai Popolari di Gerardo Bianco (gli ex Dc) ai socialisti di Boselli, da Mario Segni ai Verdi di Carlo Ripa di Meana, dalla Rete di Leoluca Orlando ai Repubblicani di La Malfa, ma anche Liverali, Laburisti, Comunisti e Cristiano sociali. E inseguito si aggiunsero pure Dini, Clemente Mastella, gli altri Comunisti di Cossutta e Diliberto e i Repubblicani della Sbarbati che non avevano seguito La Malfa nel passaggio al centrodestra.

Il governo Monti

13 novembre 2011. (Epa/Giuseppe Lami)

Non è finita qui. Pier Luigi Bersani non può infatti non rammentare chi inizialmente faceva parte del governo di Mario Monti di cui il suo Pd (era lui il segretario all'epoca) fu il maggior azionista. Nato alla fine del 2011 nell'ambito della crisi economica internazionale (il 12 novembre Silvio Berlusconi era stato costretto a rassegnare le dimissioni dopo che solo 309 deputati avevano votato il rendiconto del bilancio sancendo di fatto la fine della maggioranza), l'esecutivo guidato dall'ex commissario europeo poté contare sull'appoggio, oltre che del Pd e del cosiddetto Terzo Polo (i centristi), anche dello stesso Pdl del Cavaliere e di Denis Verdini che all'epoca era ancora uno dei suoi uomini più fidati e ascoltati.

Il tentativo fallito con Grillo

Beppe Grillo (Credits: Matteo Rossetti/Olycom)

Arriviamo al 24 e 25 febbraio del 2013, la data della “non-vittoria” di Pier Luigi Bersani candidato premier del centrosinistra dopo le primarie vinte a dicembre contro Matteo Renzi. I risultati finali consentono di strappare per un soffio la maggioranza alla Camera al centrodesta, ma il Senato risulta ingovernabile. Al capo della Ditta non riesce infatti l'impresa di “smacchiare il giaguaro”. Silvio Berlusconi è infatti protagonista di un'eclatante rimonta e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ampiamente sottovalutato fino alla vigilia, si attesta come primo partito. Che fare dunque? Bersani – che mesi dopo smentirà di aver mai pensato di stringere un'alleanza con Grillo, “son mica matto” - decide, in realtà, di spalancargli il suo giardino sperando di ricevere l'appoggio necessario per formare un governo. L'incontro in diretta streaming con i delegati grillini Lombardi e Crimi è ormai entrata negli annali delle umiliazioni più cocenti rimediate da un leader politico.

La grande coalizione di Letta

Enrico Letta ANSA/GIUSEPPE LAMI

Vista l'impossibilità di affidare al povero Pier Luigi l'incarico di formare un nuovo governo, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano vira su Enrico Letta il cui esecutivo si configurerà come il primo di grande coalizione della storia della Repubblica italiana e nel quale siederanno, al fianco di molti ministri Pd, anche l'ex delfino di Silvio Berlusconi e all'epoca segretario politico del Popolo della Libertà, Angelino Alfano.

I voti di Verdini

Verdini Denis Verdini nella Sala Nassirya durante la conferenza stampa di presentazione del gruppo''Alleanza liberalpopolare-Autonomie (ALA)'' - Roma 29 Luglio 2015 ANSA/GIUSEPPE LAMI

Oggi, che al governo c'è l'uomo che ha strappato le chiavi del giardino a Bersani e ai suoi, il voto di Verdini puzza. Ma perché – è la provocatoria domanda che Giachetti rivolge all'ex segretario - il medesimo voto non puzzava in tante altre occasioni? Non “quando Verdini nel 2012 si riuniva negli scantinati dei partiti con Migliavacca e Cesa per far finta di cambiare il Porcellum”, né quando era parte integrante della maggioranza dei governi Monti e Letta e non si limitava solo ad appoggiare le riforme costituzionali o quando il suo voto è servito, insieme a quello dei senatori dissidenti del Pd, a mandare sotto il governo Renzi sulla riforma della Rai. Ecco perché? La risposta sta tutta nelle geometrie variabile del giardino di Bersani.

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