Rubygate: l'assoluzione di Berlusconi
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Rubygate: l'assoluzione di Berlusconi
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Rubygate: l'assoluzione di Berlusconi

Una vittoria della difesa, affidata a Franco Coppi e Filippo Dinacci, e una sconfitta clamorosa dell'accusa: ribaltata la sentenza di primo grado. Le incongruenze del processo

Fino a questa mattina i bookmaker ipotizzavano quote favorevoli a una condanna con forte riduzione di pena. Invece a sorpresa, e con una sentenza che supera le più rosee aspettative della stessa difesa, i giudici della seconda Corte d'appello di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi, imputato per concussione e prostituzione minorile nel processo Ruby. E si tratta di un'assoluzione piena, perché «il fatto non costituisce reato». 

In primo grado, un anno fa, l'ex premier era stato condannato a 7 anni con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici per un reato di concussione in cui, in effetti, non esistono né vittime né utilità: Piero Ostuni e Giorgia Iafrate, i due funzionari della questura milanese che sarebbero stati «forzati, costretti a rilasciare Ruby» dopo la famosa telefonata dell'ex premier nella notte fra il 27 e il 28 maggio 2010, hanno costantemente e ostinatamente negato di aver agito sotto alcuna pressione. E anche nel reato di prostituzione minorile la stessa presunta vittima, cioè Karima el Fahroug, detta Ruby, ha sempre negato di aver mai compiuto atti sessuali con l'imputato.

La durissima condanna di primo grado aveva superato perfino la richiesta dell'accusa, guidata dal pubblico ministero Ilda Boccassini, che si era accontentata di chiederne 6 nella sua requisitoria. In Corte d'appello, per il leader di Forza Italia, il sostituto procuratore generale Piero De Petris aveva chiesto di confermare la condanna di primo grado a 7 anni  («Una pena severa, ma giusta», aveva detto) ipotizzando, esattamente come aveva fatto il tribunale, la concussione per costrizione e la prostituzione minorile.

La difesa, invece, con i professori Franco Coppi e Filippo Dinacci, aveva chiesto l'assoluzione per insussistenza dei fatti contestati, sollevando in più una serie di gravi questioni procedurali, tra cui l'inutilizzabilità delle intercettazioni, che restano utilizzabili anche in Cassazione e basterebbero da sole all'annullamento del procedimento.  

Coppi e Dinacci hanno puntato sull'assenza di prove a carico del loro cliente, ma anche sulla logica. Per esempio sulla presunta concussione, e su fatto che Berlusconi avesse raccontato agli interlocutori della questura, soprattutto al capo di gabinetto Ostuni, che Ruby gli risultava essere nipote di Hosni Mubarak, all'epoca dittatore egiziano, e che il suo fermo avrebbe potuto creare un grave incidente diplomatico. Nella sua arringa Coppi aveva ragionato con logica e buon senso, sottolineando come Berlusconi credesse davvero all'ipotesi della parentela con Mubarak. E aveva comunque argomentato che la stessa storia della nipote di Mubarak è la prova che non ci fu alcuna minaccia nei confronti dei dirigenti della questura. «Se fosse vero che Berlusconi si inventò la parentela» aveva spiegato Coppi «vuol dire che l'imputato faceva così poco affidamento sulla propria autorevolezza da dover ricorrere a una bugia. E questa sarebbe la concussione, la costrizione?».

I giudici della seconda Corte d'appello di Milano gli hanno dato ragione. «Se dovessi fare ora una lezione, porterei questo processo come esempio dell'insussistenza dei reati contestati» ha dichiarato dopo l'assoluzione Coppi.

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