Interrogazione parlamentare urgente per il Pm Antonino Di Matteo
Interrogazione parlamentare urgente per il Pm Antonino Di Matteo
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Interrogazione parlamentare urgente per il Pm Antonino Di Matteo

Il pm dell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-Mafia sotto indagine per l'intervista rilasciata a Santoro

Interrogazione parlamentare con carattere d’urgenza per due magistrati: Antonino Di Matteo, pm di punta dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, processo che si sta celebrando in corte d’assise a Palermo; e per Piergiorgio Morosini, il giudice per le indagini preliminari che sempre a Palermo lo scorso 7 marzo ha mandato a giudizio 11 imputati tra boss e uomini delle istituzioni sempre sul medesimo processo. 

È il terzo colpo, in poche settimane, per Di Matteo: contro di lui prima c’è stato dell’indagine disciplinare da parte del Csm per aver ammesso in un'intervista rilasciata aLa Repubblica l’esistenza delle telefonate tra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, mancando «ai doveri di diligenza e riserbo» ledendo così «il diritto di riservatezza del capo dello Stato»; poi è venuta la «debacle» per l’assoluzione del prefetto Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, imputati per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, sentenza emessa il 17 luglio dal tribunale di Palermo «perché il fatto non costituisce reato», e recentemente motivata in 1.322 pagine con aspre bacchettate ai magistrati per le loro tesi troppo «enfatizzate» e per la diffusa «inclinazione a trasformare ipotesi in fatti», soprattutto in relazione all’ipotesi della «trattativa».

Ora arriva anche l’interrogazione. Il senatore Tito Di Maggio, fratello del defunto giudice Francesco Di Maggio, eletto lo scorso febbraio con Scelta civica per l’Italia e membro della commissione parlamentare antimafia, il 18 giugno l’ha rivolta al ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri. Mettendo sotto accusa un’altra intervista del pm Di Matteo, andata in onda il 6 giugno 2013 in prima serata su La7, durante la trasmissione Servizio pubblico condotta da Michele Santoro. La puntata, dal titolo «Cosa vostra», era incentrata sull’inchiesta sulla «trattativa», Stato-mafia quando il processo, quello vero, nelle aule giudiziarie, era iniziato solo da dieci giorni in corte d’assise, e in tv si ripercorreva senza l’intervento delle parti legali, solo ed esclusivamente il teorema della procura di Palermo: la storia della mancata cattura del boss Provenzano, le telefonate tra Mancino e il consigliere del Quirinale, Loris D’Ambrosio, la testimonianza di Massimo Ciancimino e del maresciallo Saverio Masi, caposcorta dello stesso sostituto procuratore antimafia e condannato in secondo grado a sei mesi per l’ipotesi di reato di falso materiale e tentata truffa, che sosteneva che in un’iniziativa del tutto solitaria, svincolata da ordini dei suoi superiori dell’Arma, era riuscito da solo a scovare il boss Provenzano e anche Matteo Messina Denaro, ma che ricevette uno stop dai suoi dirigenti per la loro cattura. 

Nello speciale di Santoro, Di Matteo rinforzava e puntellava la tesi della procura: «Provenzano divenne il garante mafioso della trattativa tra la mafia e lo Stato» e per questo «riteniamo che per un lungo periodo sia stata protetta la sua latitanza, perché bisognava garantirne la leadership in seno a Cosa nostra per porre fine alla stagione delle bombe attraverso un atteggiamento dello Stato diverso rispetto a quello della dura repressione immediatamente successiva alle stragi». 

Poi riprendendo alcune frasi della sua requisitoria pronunciate durante il processo Mori-Obinu (processo in cui lo stesso pm aveva depositato materiale probatorio sulla presunta trattativa Stato-mafia) e su cui all’epoca dell’intervista tv il tribunale di Palermo doveva ancora pronunciarsi, il pm sosteneva in tv: «Quello della trattativa è forse uno dei pochi processi in cui alla sbarra tra gli imputati nello stesso processo ci sono mafiosi, quelli brutti sporchi e cattivi, che hanno messo le bombe, che hanno ucciso un centinaio di persone ma è un processo che guarda anche dentro le istituzioni dello Stato e più si scava su quelle vicende più si aprono nuovi scenari che è giusto approfondire». 

Il senatore Di Maggio nella sua interrogazione sostiene che il pm Di Matteo nell’intervista a Santoro abbia «pubblicizzato la ricostruzione della procura di Palermo» e chiede al Guardasigilli pareri e valutazioni anche di risoluzioni  disciplinari in merito su «come lo svolgimento di un processo avvenga al di fuori delle sedi e degli organi competenti» e «se non ritenga che l’utilizzo dei mezzi di informazione da parte del dottor Di Matteo possa concretizzare il rischio di condizionare le determinazioni che saranno assunte in sede giudiziaria». 

Nello special di Servizio Pubblico era contenuta anche un’intervista a Piergiorgio Morosini, giudice per l’udienza preliminare di Palermo che il 7 marzo scorso ha rinviato a giudizio tutti gli imputati del processo Stato-mafia. Il giorno prima il giudice interveniva a dibattiti e convegni accanto a parti civili del processo da lui presieduto e il giorno dopo in aula giudiziaria era chiamato a pronunciarsi sugli imputati. Su questo punto il senatore nella interrogazione al ministro Cancellieri chiede se non risultino «ragioni di incompatibilità ambientale» per il Morosini rispetto ai profili «di terzietà ed efficienza della sezione del gup di Palermo, anche con riguardo alla trattazione di tale processo». 

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