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40 anni fa a Palermo veniva ucciso Piersanti Mattarella

Il fratello dell'attuale Presidente della Repubblica fu ucciso il 6 gennaio 1980. Ad oggi non è ancora noto l'esecutore in un intreccio tra mafia, politica e terrorismo nero. Nel 2019 il caso è stato riaperto

In via della Libertà a Palermo era il giorno dell'Epifania del 1980. Piersanti Mattarella, Presidente democristiano della Regione Sicilia, stava andando a Messa in compagnia della moglie, dei due figli e della suocera. Il politico e giurista fratello maggiore dell'attuale Presidente della Repubblica entrò con la famiglia nella sua Fiat 132 non blindata e senza scorta, perché lo stesso Piersanti aveva deciso di rinunciare alla protezione armata almeno alla domenica. Pochi istanti ed un uomo si avvicinò rapidamente alla macchina a viso scoperto, esplodendo il caricatore della sua Colt 38 Special addosso al presidente, sotto gli occhi dei familiari.

Piersanti Mattarella moriva sul colpo straziato dalle pallottole al torace, alla tempia e alla spalla esplose da meno di un metro di distanza. Non erano neppure passati due anni dall'assassinio di Aldo Moro, suo principale riferimento politico all'interno della Democrazia Cristiana.

Pochi minuti più tardi saranno proprio le braccia di suo fratello Sergio ad estrarlo dall'abitacolo della 132 inondato dal sangue e a correre, purtroppo senza speranza, all'ospedale Santa Sofia. Contemporaneamente nelle redazioni dei quotidiani arrivavano le rivendicazioni dei "Nar" (i Nuclei Armati Rivoluzionari, organizzazione terroristica neofascista) ma anche quelle di Prima Linea e delle Brigate Rosse. Palermo e l'Italia ripiombavano di colpo nel clima dei 55 giorni di Moro, impietriti dalla rapidità e freddezza dell'esecuzione di un "cadavere eccellente".

Piersanti Mattarella, figlio di Bernardo, esponente della Dc siciliana vicina a Giorgio La Pira, era nel mirino della mafia da quando fu eletto alla guida della Regione Sicilia con un voto pressoché plebiscitario (77 voti su 100) nel 1978. La sua onestà intellettuale ed il coraggio nel portare avanti una profonda azione riformatrice delle istituzioni dell'isola ed i decisi attacchi alla criminalità organizzata furono alla base della volontà di cosa nostra di mettere a tacere per sempre la voce del nuovo presidente.

Piersanti Mattarella si era contrapposto in maniera netta anche ai compagni di partito Salvo Lima e Vito Ciancimino, esponenti della corrente andreottiana e considerati gli uomini di contatto tra interessi mafiosi e politica in Sicilia. La sua giunta di centro-sinistra, infine, si era formata con l'appoggio esterno del Pci, in evidente continuità con la politica del compromesso storico inaugurata da Aldo Moro.

Le indagini furono da subito caratterizzate dalla lentezza e dall'incertezza dovuta alla presenza di due piste, quella mafiosa e quella nera. Quest'ultima aveva preso corpo per le dichiarazioni successive di alcuni pentiti riguardo al ruolo degli esponenti dei Nar Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini quali esecutori materiali dell'omicidio, accuse supportate anche dalla testimonianza della moglie della vittima Irma Chiazzese Mattarella che avrebbe riconosciuto Fioravanti mentre scaricava la pistola contro il marito. La sua dichiarazione fu in seguito dichiarata "inattendibile".

Giovanni Falcone, in qualità di Procuratore aggiunto, espresse durante l'iter giudiziario l'oggettiva difficoltà nell'individuare e distinguere le responsabilità e i ruoli nei cosiddetti "delitti politici" che insanguinarono l'isola (oltre a Mattarella quelli di Pio La Torre e Michele Reina). Il giudice palermitano durante il maxiprocesso sembrò nel caso dell'omicidio del Presidente siciliano propendere per la "mano nera". Fu dopo la morte dello stesso Falcone che le dichiarazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo portarono i magistrati a propendere decisamente per la pista mafiosa che portava ai Corleonesi. Nel 1995 saranno condannati all'ergastolo quali mandanti dell'omicidio di Piersanti Mattarella i boss Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Nené Geraci e Francesco Madonia. L'assassinio del Presidente democristiano sarà una questione nodale nel corso dei processi a carico di Giulio Andreotti, specie dal 2004 quando furono accertati i contatti tra l'ex presidente del Consiglio e gli uomini di cosa nostra in due incontri avvenuti a Palermo ed aventi come argomento principale proprio il comportamento del nuovo presidente della Regione Sicilia, quella che Piersanti Mattarella avrebbe voluto una volta per tutte con le "carte in regola".

All'inizio del 2018 la pista nera è emersa nuovamente, evocata dal  ritrovamento di due spezzoni di targa automobilistica che, uniti, sarebbero stati utilizzati sulla Fiat 127 utilizzata dai sicari quella mattina di gennaio del 1980. Le targhe contraffatte erano state rinvenute in due covi a Palermo e Torino utilizzati all'epoca dall'organizzazione di estrema destra Terza Posizione (poi sparite nel passaggio tra i vari uffici), fatto reso noto dal magistrato Loris D'Ambrosio, esperto di casi legati all'eversione nera.

Un'altro elemento che ha indotto la Procura di Palermo a decidere la riapertura del caso è stato il confronto tra l'arma utilizzata per il delitto Mattarella e quella dell'omicidio (avvenuto pochi mesi dopo) del giudice Mario Amato. In entrambi i casi a sparare fu una Colt 38 Special e nel caso di Amato è stato condannato proprio il terrorista nero Gilberto Cavallini. A quasi un trentennio di distanza dalla stesura del memoriale di Giovanni Falcone che pose l'accento sull'ipotesi di una collaborazione e di una convergenza di interessi tra la mafia e il terrorismo nero (come nel caso della strage del rapido 904) all'apice degli anni di piombo. Il giudice palermitano aveva dichiarato nel caso dell'omicidio di Piersanti Mattarella: "È un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se, e in quale misura, la pista nera sia alternativa a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa"

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