Alfano, Fitto, Fini ovvero l'onorevole Alfittini
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Alfano, Fitto, Fini ovvero l'onorevole Alfittini
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Alfano, Fitto, Fini ovvero l'onorevole Alfittini

Rapida ascesa e caduta di un immaginario politico italiano che da enfant prodige è rimasto enfant senza prodige

Oggi vi raccontiamo la triste storia dell’on.Alfittini. Ovvero la rapida ascesa e la caduta ancora più rapida di una promessa della politica italiana.

Il giovane Alfittini nacque da famiglia benestante della provincia italiana. Compì dignitosi studi, e si affacciò prestissimo al palcoscenico della politica. Anche per questo, non lavorò mai in vita sua.
Sembrava predisposto al successo: dinamico, dall’eloquio sciolto (anche se alla fine dei suoi discorsi alcuni si chiedevano cosa avesse detto), aveva un certo phisique de role, un buon portamento, e vestiva bene: il suo modello di eleganza ricordava quello di un manichino nella vetrina di un outlet.

Il nostro Alfittini calò dunque a Roma convinto di essere destinato a grandi cose. E qui cominciò il suo dramma. Per ottenere un ruolo, accantonò le sue idee (non fece fatica, erano piuttosto poche), e si mise al servizio, nel senso letterale della parola, di un politico potente e più anziano di lui. Era convinto che, facendo così, prima o poi sarebbe venuto il suo turno: l’età, i guai giudiziari o il naturale esaurimento di un ciclo politico avrebbero eliminato quel leader, e lui ne avrebbe potuto prendere il posto.

Ma questa data tardava a venire, tardava sempre più, il suo leader mostrava sorprendente longevità politica, e il nostro eroe soffriva in silenzio. Soffri oggi, soffri domani, accadde l’inevitabile: Alfittini cominciò a dare ascolto ai cattivi consiglieri, ai finti amici che lo solleticavano: “il leader è vecchio, ormai non ce la va più… solo tu puoi sostituirlo… tu sei un politico vero… un professionista che conosce le regole…”. Queste blandizie erano un dolce veleno che si depositava nell’anima del giovane Alfittini, il quale in fondo pensava esattamente le stesse cose.

Per un po’ resistette alla tentazione, ma poi cominciò a dare segni di nervosismo, a criticare il capo per il quale fino a quel momento aveva manifestato devozione. E fu allora che avvenne il miracolo. Da un giorno all’altro, Alfittini divenne quello che aveva sempre sognato di essere: un leader nazionale. Più criticava, e più i giornali gli davano spazio. Più si dissociava, più gli avversari ne apprezzavano le qualità di statista. Quelli che fino al giorno prima lo avevano ridicolizzato, definito servo, fascista, ottuso, di colpo ne ammiravano il senso di responsabilità, la visione, la lungimiranza.

Capirete, il giovane Alfittini perse la testa. Si credette davvero un leader.

Un bel giorno, forse un sabato di febbraio, riunì in una grande assemblea a Roma tutti i suoi seguaci. La sala era pienissima, l’entusiasmo alle stelle. I sondaggi, eterna chimera, dolce velenosa sirena per chi non sa leggerli, davano risultati entusiasmanti.

Alfittini decise di compiere il grande passo, proclamarsi leader di un suo partito. E fu allora che cominciò la sua rovina. Le folle plaudenti del primo giorno si rivelarono fatto di colonnelli senza truppe, ambizioni frustrati e litigiosi che speravano di ottenere tramite lui quello che nessun altro gli aveva concesso. I sondaggi, finita la curiosità iniziale, cominciarono a discendere implacabili.

Arrivarono le elezioni, ed Alfittini dovette partecipare con una sua lista. Neppure lui entrò in Parlamento. Da allora, vive con il risentimento e l’amarezza di un enfant prodige che è rimasto enfant ed ha smesso di essere prodige. Qualche giornale, in vena di curiosità storiche, ogni tanto lo intervista.

Nota bene: l’on. Alfittini è personaggio di fantasia, di nostra invenzione. Ogni somiglianza, nel cognome o nelle vicende, con gli on. Alfano, Fitto e Fini è da considerare assolutamente casuale.

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