Il marito, le baby squillo ma attaccano la Mussolini
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Il marito, le baby squillo ma attaccano la Mussolini
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Il marito, le baby squillo ma attaccano la Mussolini

La senatrice è la prima vittima di questa vicenda privata e dolorosa; eppure ha tutti contro. Senza silenzio, senza rispetto - Gli sfottò sul web

Le colpe dei padri non ricadono sui figli. Figuriamoci se quelle dei mariti possono ricadere sulle mogli. Eppure il caso di Alessandra Mussolini sembra fare eccezione.

Si tratta della vicenda di Mauro Floriani, marito della senatrice di Forza Italia, iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul giro di baby squillo con base nel quartiere Parioli della capitale. Floriani, l’indagato su cui aleggia l’accusa di sfruttamento della prostituzione minorile, passa in secondo piano, da protagonista del caso giudiziario diventa una fugace comparsa. Su di lei, invece, si accaniscono giornalisti e commentatori, tweet e battute più o meno gentili. Della moglie non si dovrebbe parlare, se non di straforo. Invece di lei si parla eccome. Si parla principalmente di lei. Persino le rituali manifestazioni di solidarietà da parte di colleghi e amici diventano un’arma a doppio taglio, un coltello che si rigira nella ferita. 

Per quanto possa risultare difficile, le vicende giudiziarie andrebbero tenute ben distinte da quelle personali. E la stampa dovrebbe soffermarsi sulle prime più che sulle seconde. D’accordo le baby prostitute, d’accordo gli approfondimenti su Floriani e sulla clientela altolocata che si trastullava con le due ragazze romane. Di questo dobbiamo occuparci per dovere di cronaca e d’informazione. Ma i risvolti privati, familiari ed emotivi di questa storia no, non ci competono. Su questi vige un unico dovere da tutti disatteso: il dovere del silenzio. Perché soltanto il silenzio manifesta il rispetto per una storia che ha sconvolto un’intera famiglia, e tre giovani figli. 

Oggi trapelano le poche parole che la Mussolini avrebbe pronunciato tra le lacrime a un cronista de Il Messaggero. ‘Sono distrutta’, avrebbe detto prima di riagganciare il telefono. Lei ha le spalle larghe e una tempra di cui ha dato prova negli anni, anche in modi spettacolari e talvolta sguaiati. Bianco o nero, così ha condotto la sua vita pubblica e politica. Ha dovuto difendersi da una mole di attacchi, sentendo il peso – e per lei anche l’onore – di un cognome impegnativo, persino per una donna tosta come lei.

Nel gennaio 2010, all’epoca deputata del Pdl e presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, Mussolini fu paladina della ratifica della Convenzione di Lanzarote che ha portato all’inasprimento delle norme contro la prostituzione minorile. Venne da lei la proposta di introdurre il reato di ‘pedofilia culturale o ideologica’. L’anno prima la Commissione da lei presieduta convocò il cantautore Gino Paoli per la canzone ‘Il pettirosso’; il testo narra di una bambina undicenne violentata da un uomo più anziano che alla fine muore e per il quale lei prova pietà. Bisogna stare attenti a non mandare ‘messaggi fuorvianti’, disse la Mussolini, ‘Per il pedofilo non c’è perdono’. 

C’è già chi prova a intravedere la trama ordita da una qualche legge del contrappasso. E’ un gioco meschino e squalificante. La lezione che invece si può trarre, se si ha voglia, è che forse nella vita tagliare tutto con l’accetta tra il giusto e lo sbagliato, il bene e il male, è una tentazione assai diffusa e seducente, ma spesso foriera di delusioni e colossali abbagli. Il male, se di male si tratta, è ‘banale’, anche se spesso ce ne scordiamo. Ci circonda, talvolta ci assale. E anche i migliori tra noi possono cascarci. Per questo la pretesa assolutistica di un qualche primato morale, che si traduce di solito nella richiesta di manette e cappi al collo, è tanto allettante quanto fallace. Accade un giorno che quello che pensavi non sarebbe mai accaduto accada. 

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