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Aleppo: metamorfosi di una città di pace

Da centro di accoglienza di tutte le minoranze alla trasformazione in una nuova Leningrado attraversata da eseciti armati l'uno contro l'altro

Questo ci descrivono le cronache. La guerra è come certi terremoti. Colpisce e risparmia secondo le logiche militari o gli umori e i capricci dei comandanti (e della diplomazia). Tutti cercano di arraffare la maggior parte di territorio per sedersi al tavolo delle trattative da posizioni di forza. Il Grande Gioco mediorientale ancora una volta vede in Aleppo il suo campo di battaglia nel quale si scontrano bande ed eserciti, e in queste ore va in scena qualcosa di cui leggeremo nei libri di storia: la riconquista pezzo a pezzo della Siria da parte delle forze di Bashar Assad appoggiate dai russo-iraniani (aviazione di mosca e milizie hezbollah) che strada per strada strappano il maltolto ai jihadisti neri del Califfo ma anche ai manipoli dell’ex “Armata dei ribelli”.

Il corpo martoriato, il cuore indistruttibile dei siriani d’Aleppo nascondono le radici che ne hanno forgiato l’unicità. Centro di multiforme convivenza, Aleppo, di identità dalle svariate culture che hanno imparato nei secoli a vivere, lavorare, procreare, sognare gomito a gomito. Qui, un tempo in fuga dalla dominazione ottomana, le minoranze hanno trovato casa, non si sono amalgamate ma sovrapposte, aggiunte, producendo un mosaico nel quale sempre è consistita, all’ombra della pietra chiara di Aleppo, la ricchezza e bellezza, mediterranea e mediorientale, di questo crocevia di popoli: curdi, circassi, armeni, assiri, bosniaci, turkmeni, bulgari… e poi una persistente presenza ebraica, e l’insediamento di una vitale e numerosa (ora purtroppo decimata) comunità cristiana fiera della propria fede e dei propri riti come solo le comunità di frontiera possono essere.

Restare fedeli alla propria identità, ad Aleppo più che altrove, significa conservare la vita o perdere entrambe: vita e identità. I colombi che svolazzano sulle macerie della cittadella o che attraversano le strade nei quartieri nei quali si continua a vivere (e si spera nella vittoria finale dell’esercito del regime sostenuto dagli stranieri) sono il contrappunto di una quotidianità che resiste agli assalti della storia.

Nelle abitazioni scoperchiate dalle bombe, nei ruderi feriti dalle cannonate o mezzo polverizzati dalle esplosioni, vene di vita scorrono tra scene che ricordano quelle raccontate da Rebecca West dalla Germania distrutta e domata alla fine della guerra mondiale. I numeri non rendono abbastanza l’idea della tragedia epocale vissuta in ogni singola esistenza devastata ma refrattaria alla resa che ancora scorre nel labirinto di Aleppo: 6 milioni di profughi siriani, metà dei quali bambini, 350mila civili che tuttora si trovano in città e la cui vita bene o male procede, e 300mila morti in tutta la Siria dopo 5 anni di guerra. Risparmiata all’inizio del conflitto, oggi Aleppo è un’altra Leningrado, attraversata da eserciti l’un contro l’altro armati. Ma la guerra sarà finita soltanto quando nessuno potrà più percepire, nel frastuono ordinario della città, il frullare delle ali dei colombi.

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Siria. Le rovine della città di Aleppo, 5 gennaio 2016

Le cronache da Aleppo danno corpo a un nome che ha la suggestione dei millenni. Sono cronache che raccontano di surreali silenzi sui quali si libra lo svolazzare sonoro di un colombo. È proprio così. Nelle città sfasciate e sconvolte dalla guerra, l’eco dei bombardamenti e il frastuono delle sirene (se ci sono e funzionano) è come una cupa colonna sonora sulla quale si staglia il frullare dei passeri e lo stormire lieve delle fronde.

Aleppo è l’antica Halab, storicamente la più grande città siriana e uno dei primi centri abitati della storia. La cittadella, la città vecchia, polverizzata dagli scontri e minata dagli esplosivi, è un’area tra le più devastate. La Moschea Khosrofiya disegnata dal “Michelangelo ottomano”, l’architetto Sinan, nel 1537, si ergeva proprio all’ingresso ed è stata tra i capolavori fatti saltare per primi dalla furia integralista dell’Isis.

Ci sono ancora, ad Aleppo, quartieri nei quali la vita continua dietro parvenze di normalità, anche se incombono oltre le prime linee i fumi neri della centrale elettrica bruciata e sotto attacco e se il martellare dell’artiglieria e le scie degli aerei russi in cielo arredano e incornicino le oasi urbane di “pace”. Pochi metri più in là non restano che mari di detriti.


I profughi in fuga da Aleppo

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Siria. Profughi fuggiti da Aleppo al confine con la Turchia, 5 gennaio 2016
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