Albertini condannato (ma Robledo non ride)
ANSA /Paolo Salmoirago
Albertini condannato (ma Robledo non ride)
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Albertini condannato (ma Robledo non ride)

Chiuso il primo grado del processo tra il magistrato e l'ex sindaco che dovrà risarcirlo. Ma per il giudice l'accusa sui "metodi da Gestapo" è vera

La sentenza, alla fine, gli dà ragione e condanna in primo grado il suo presunto diffamatore, l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, oggi senatore di Area popolare. Ma Alfredo Robledo, fino al febbraio 2015 procuratore aggiunto di Milano e poi trasferito d’ufficio alla Procura di Torino dal Consiglio superiore della magistratura, non può rallegrarsene molto.

Il 1° settembre, la giudice bresciana Angelica Castellani ha chiuso il primo round della lunga diatriba polemica tra il politico e il magistrato: Castellani ha stabilito che due interviste rilasciate da Albertini nell’ottobre 2011 e nel febbraio 2012, la prima al Sole 24 Ore e la seconda al Corriere della sera, avessero in parte natura diffamatoria, e lo ha condannato a pagare un risarcimento complessivo di 35 mila euro a Robledo, più due terzi delle spese legali. Ma l’ex procuratore aggiunto probabilmente non potrà ritenersi soddisfatto per il risultato. Perché, nella sentenza, la giudice scrive parole che in parte sembrano dare ragione ad Albertini e anche al suo difensore, l’avvocato Michelina Lamanna dello studio legale del milanese guidato da Augusto Colucci.

Nell’intervista del 2011, l’ex sindaco lamentava che Robledo avesse condotto "indagini arbitrarie" sui contratti derivati stipulati dal Comune con una serie di banche (per una presunta "truffa" che in realtà aveva fatto risparmiare 950 milioni di euro al Comune), e che lo stesso pm fosse incorso anni prima in un altro "increscioso caso di malagiustizia" nei suoi confronti, coinvolgendolo nell’inchiesta aperta sugli "emendamenti in bianco" al bilancio comunale. Albertini sosteneva che Robledo avesse invece "chiuso gli occhi per 6 anni" sulla vicenda della compravendita di una quota della società autostradale Serravalle, acquistata dalla Provincia di Milano quando era presieduta da Filippo Penati.

Quattro mesi dopo, l’ex sindaco rincarava la dose: accusava Robledo di avere "insabbiato il fascicolo Serravalle per oltre sei anni, prima che i suoi colleghi di Monza lo riaprissero", e addirittura di avere usato "metodi da Gestapo" nell’interrogatorio di un dirigente comunale, sentito da Robledo come testimone nel procedimento sui derivati. Giudizi assai duri, in effetti.

Robledo aveva reagito querelando l’ex sindaco a Brescia in sede penale (la prossima udienza del processo di primo grado si terrà venerdì 23 settembre), e citandolo anche in sede civile. In questo secondo procedimento, respingendo una proposta di transazione extragiudiziale da parte di Albertini, l’offerta di 35 mila euro da devolvere all’Ente che assiste gli orfani dei Carabinieri, Robledo aveva chiesto un risarcimento di almeno 350 mila euro.

La giudice bresciana, ritenendole "sproporzionate", ha ridotto a un decimo le pretese del magistrato: 35 mila euro. Ma probabilmente non è questo, per Robledo, il punto peggiore nel risultato che ha raggiunto. L’elemento più negativo, per lui, è quel che il Tribunale ha stabilito sulla verità di una parte delle accuse pronunciate da Albertini, e in particolare sull’espressione "metodi da Gestapo" utilizzati nell’interrogatorio di Giancarlo Penco, ex direttore generale del Comune.

Nella sentenza, la giudice Castellani dedica quasi tre delle 17 pagine alla questione. Nel processo sui derivati, il 21 marzo 2003 Penco era stato prelevato in ufficio da agenti della Guardia di finanza che lo avevano portato a palazzo di giustizia. Qui Robledo lo aveva interrogato come teste dalle 16 alle 19,30. A quel punto, Penco era stato scortato nel suo ufficio, dove alla sua presenza erano stati sequestrati alcuni documenti. Quindi era stato riportato in Procura, dove era ripreso l’interrogatorio da parte di Robledo, che era durato dalla mezzanotte alle 2 della mattina successiva. Ascoltato in aula nel processo bresciano, Penco aveva riferito di non poter "escludere che il dottor Robledo mi abbia riferito la frase: “Se non dici il vero invece che a casa te ne vai a San Vittore”".

Altri quattro testimoni, sentiti dal giudice Castellani, hanno confermato che all’indomani dell’interrogatorio subito da parte di Robledo, Penco aveva effettivamente usato l’espressione "metodi da Gestapo" per descrivere il comportamento assunto da Robledo nei suoi confronti. Riccardo De Corato, ex vicesindaco, ha specificato che "Penco ci riferì che tali metodi lo avevano mandato in confusione, inducendolo a dichiarre quanto volevano sentirsi dire i giudici": cioè Robledo, a tratti assistito dalla pm Tiziana Siciliano.

La giudice Castellani scrive testualmente: "Il riferito accompagnamento presso gli uffici della Procura da parte delle forze dell’ordine, pur trattandosi di persona semplimente informata dei fatti, le riferite pressioni e minacce di arresto in caso di dichiarazioni reticenti, la sottoposizione a nuova richiesta di informazioni in orario notturno e per la durata di ulteriori due ore (dopo le tre ore e mezza di esame già reso nel pomeriggio dello stesso giorno), conducono a ritenere dimostrata la verità, quanto meno putativa" dell’affermazione di Albertini.

Ora si vedrà se le parti faranno ricorso in appello, e come. O se la vicenda avrà altre soluzioni. Resta il fatto che la querelle tra Robledo e Albertini non finisce qui.

 

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