Al Qaeda vs Is e il rebus delle alleanze
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Al Qaeda vs Is e il rebus delle alleanze
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Al Qaeda vs Is e il rebus delle alleanze

L’organizzazione terroristica di Al Zawahiri cerca affiliati nell’Asia popolata da musulmani, mentre lo Stato Islamico combatte una guerra di posizione. L’Islam sunnita è in guerra contro gli sciiti e contro se stesso

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Tutti abbiamo visto i recenti video della decapitazione dei giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff,  ad opera dello Stato Islamico (IS). Quelle immagini, terribili e potenti, oltre ad aver turbato l’America e l’Occidente, hanno oscurato un altro video che, per contenuto e significato, non è meno preoccupante.

Non molta attenzione è stata posta dai media sul fatto che anche Al Qaeda ha prodotto un video messaggio, destinato soprattutto alle popolazioni dell’Asia. Ormai antagonista del gruppo jihadista IS, dal quale si è pubblicamente discostata e che ormai gli contende la leadership del “terrore islamico”, l’organizzazione responsabile degli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 ha lanciato in rete un annuncio degno di nota.

In un video di ben 55 minuti postato online, Ayman Al Zawahiri, il terrorista egiziano che ha raccolto l’eredità di Osama Bin Laden direttamente dalle sue mani, teorizza un nuovo impegno di Al Qaeda in Asia meridionale, per “alzare la bandiera del jihad” nelle terre d’Oriente.

Non a caso, il nome del gruppo di nuova formazione si chiama “Al Qaeda nel subcontinente indiano” e Al Zawahiri cita direttamente il Myanmar (Birmania), il Bangladesh e gli stati indiani di Assam, Gujarat, Jammu e Kashmir, come luoghi di elezione delle nuove basi qaediste nella regione. E lo fa esortando la Umma (comunità musulmana) a lottare “contro i suoi nemici, per liberare la terra, ripristinare la sovranità e far rivivere il Califfato”. 

- Le motivazioni della svolta orientale 

Il video messaggio cade in un momento storico di estrema difficoltà per Al Qaeda, ormai oscurata dall’exploit dello Stato Islamico, che un Califfato lo ha teoricamente già costituito a cavallo tra la Siria e l’Iraq e che oggi ha scalzato la formazione qaedista dal podio del “nemico pubblico numero uno” secondo la NATO e l’Occidente in genere. Ma questo non è per forza vero in Oriente.

Si noti che l’India è il secondo Paese al mondo per presenza di musulmani (circa 177 milioni) insieme al Pakistan (circa 178 milioni) e al Bangladesh (circa 148 milioni), superati solo dall’Indonesia (oltre 200 milioni). Ciò significa che Al Qaeda ha compiuto una scelta strategica, consapevole e ragionata, dovuta tanto alla sua diminuita influenza in Medio Oriente quanto al fattore demografico.

Il bacino di potenziali jihadisti in Asia è, infatti, enorme. Soprattutto, se messo in relazione con la crescita annuale della popolazione musulmana che, secondo alcuni studi (tra cui l’americanoPew Forum on Religion and Public Life), nel 2030 crescerà del doppio rispetto al resto degli abitanti del pianeta. 

A quella data, più di 6 musulmani su 10 abiteranno nell’Asia Pacifica (Cina, Australia e Sudest Asiatico), mentre il Pakistan - attuale base operativa di Al Qaeda e quasi certamente rifugio dello stesso leader Al Zawahiri - supererà l’Indonesia come nazione musulmana più popolosa al mondo. 

Con questa mossa, dunque, Al Qaeda dimostra di essere in aperta concorrenza con lo Stato Islamico, il cui brand e la cui chiamata alle armi sono via via divenute più efficaci e attraenti per una serie di ragioni, non ultima la concretezza nell’azione: IS al momento controlla interi territori e città, mentre Al Qaeda vive nell’ombra, ha una rete impalpabile e il suo collante principale resta l’ideologia. 

- Il linguaggio di Al Qaeda e di IS

Il modo di comunicare dello Stato Islamico attrae moltissimo i giovani, sempre più drogati di tecnologia e avvicinati proprio grazie al web: il linguaggio di IS è chiaro, ammiccante, “social friendly” e “pop”, al punto che l’arruolamento cresce a livello internazionale anche in Europa. 

Anche questo va evidentemente a discapito di Al Qaeda, la cui leadership è ancora molto anziana e teologicamente conservatrice. Motivo per cui l’emorragia di affiliazioni non si arresta e Al Zawahiri si vede per così dire “scippare” giorno dopo giorno le nuove leve funzionali a risollevare l’organizzazione.

Nel video diffuso ieri, il medico-terrorista parla in arabo e in Urdu - lingua nazionale in Pakistan e lingua ufficiale amministrativa in India - per due ragioni evidenti: farsi ben comprendere dal popolo dell’Islam che abita le regioni dell’Asia centrale e fargli sentire la propria vicinanza. Nel suo discorso, inoltre, rinnova la fedeltà anche al leader afghano-talebano conosciuto come Mullah Omar: questo fatto sottolinea implicitamente una sfida diretta allo Stato Islamico per le odierne e future alleanze orientali.

 

- L’allarme terrorismo in Asia 

I servizi d’intelligence e di sicurezza indiani stanno studiando il video di Al Zawahiri, definito “una questione di seria preoccupazione” che tuttavia non deve destare allarmi, almeno secondo un portavoce dell’antiterrorismo.

È loro opinione che il video messaggio sia frutto anche degli ultimi accadimenti in Pakistan, dove - abbiamo detto - si ritiene che il leader qaedista sia da anni rifugiato: laBBCriporta che, in queste settimane, è emersa una frenetica attività  da parte dei militanti pakistani legati allo Stato Islamico, i quali stanno distribuendo opuscoli nelle lingue Pashto e Dari a Peshawar (una sorta di “seconda capitale” del Pakistan), nei quali s’invita la popolazione a sostenere la missione di IS per creare anche qui un Califfato Islamico.

Graffiti e adesivi di sostegno alla causa di IS, inoltre, hanno cominciato ad apparire anche in periferia e in altri luoghi, insidiando così l’influenza e il potere di Al Qaeda persino in questa zona, dove sinora la formazione di Al Zawahiri ha mantenuto un controllo capillare e incontrastato.

- La mappa delle alleanze

Per comprendere la mappa delle alleanze allo Stato Islamico e ad Al Qaeda, va tenuto conto anzitutto di tre fattori: vi è un altissimo numero di formazioni jihadiste nel mondo, le cui dimensioni spesso sono molto ridotte; vi sono differenti condizioni politiche e socio-economiche tra Medio Oriente, Asia Centrale e Sudest Asiatico; sia Al Qaeda che lo Stato Islamico appartengono all’Islam sunnita.

Ciò detto, la fragilità delle alleanze dipende in larga misura anche dalla volontà dei vari leader jihadisti, i quali sono obbligati per prassi a prestare giuramento all’organizzazione di appartenenza. Motivo per cui, morto un leader fedele ad Al Qaeda, il suo successore potrebbe anche non seguirne le orme e scegliere di affiliarsi al “concorrente” Stato Islamico, facendo una semplice dichiarazione pubblica di fedeltà. Cosa che è avvenuta in più occasioni, a cominciare proprio da ISIS, precursore dello Stato Islamico, sconfessato dallo stesso Al Zawahiri per aver “disobbedito agli ordini”.

L’attuale elenco dei principali affiliati ufficiali ad Al Qaeda, su cui Al Zawahiri stima di poter contare, si ritiene che includa: Al Qaeda nella Penisola Araba (AQAP, che opera soprattutto in Yemen), Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM, soprattutto nel Nord Africa), Al-Shabab (soprattutto in Somalia), Jabhat Al-Nusra (operativo in Siria, ma attualmente alleato di IS nella lotta contro il regime di Assad), le formazioni talebane che rispondono al Mullah Omar (in Afghanistan e Pakistan).

Gli affiliati allo Stato Islamico sarebbero, invece: Jemaah Islamiyah (Indonesia, dove l’influente leader Abu Bakar Bashir ha giurato fedeltà, tradendo la storica alleanza con Al Qaeda), gli scissionisti di Abu Sayyaf (o al-Harakat al-Islamiyya, nelle Filippine), Ansar Bayt al-Maqdis (ABM, in Egitto, anche se non vi sono dichiarazioni formali in tal senso), Boko Haram (Nigeria, dove il leader Abubakar Shekau farnetica di un Califfato indipendente). Più complessa è la rete di alleanze nel resto dell’Africa, particolarmente in Libia e Tunisia, dove Ansar al-Sharia non chiarisce la propria posizione, pur se afferma di puntare all’istituzione locale di un Califfato Islamico.

- Conclusioni

Quello che occorre sottolineare, da ultimo, è che le due realtà dell’Islam sunnita divergono nell’approccio: Al Qaeda si comporta come un’organizzazione terroristica, mentre lo Stato Islamico agisce come un vero e proprio esercito, che intende vincere la guerra nella regione.

I recenti avvenimenti in Siria e in Iraq, infatti, dimostrano che l’IS più che un brand terroristico è una vera e propria forza armata con finanziamenti, logistica e strategie molto professionali. Il che porta a ritenere che, almeno nella sua parte irachena, il Califfato sia costituito da una grossa base di ex militari ed ex membri del partito Baath iracheno. 

Gli stessi che hanno combatutto contro gli Stati Uniti durante l’occupazione (provocando oltre 5mila morti americani) e gli stessi che, dopo tre anni di governo a Baghdad a dominanza sciita, hanno approfittato della crisi siriana per uscire allo scoperto e regolare i conti con quella maggioranza sciita che, uscita vincente dalle elezioni, ha del tutto emarginato la parte sunnita della popolazione abituata ai tempi di Saddam Hussein, a incarnare il ruolo di classe dirigente del Paese. 

La guerra di reclutamento, insomma, è al suo massimo storico e ciò potrebbe preludere da un lato a nuove ondate di attentati dimostrativi, dall’altro a una saldatura e una radicalizzazione di numerose battaglie in altre parti del pianeta. Fatto assai preoccupante dal momento che, all’Islam sunnita in guerra aperta con se stesso, si sovrappone anche il massacro senza quartiere tra sciiti e sunniti. 

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