Gaza: una guerra senza vie d'uscita
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Gaza: una guerra senza vie d'uscita

Tregue e cessate il fuoco non risolverebbero uno scontro privo di sbocchi. Gaza: colpita scuola Onu

Oltre 1.100 morti palestinesi e più di 50 caduti israeliani. Il bilancio di 22 giorni di guerra a Gaza non spiega la situazione in cui si trovano oggi Hamas e Israele. Impegnati con le rispettive propagande a scambiarsi accuse reciproche per la morte dei bambini e dei civili nella Striscia (che a seconda delle fonti rappresenterebbero il 75 0 il 25 per cento dei morti tra i palestinesi) i due avversari sono accomunati sul piano politico dall’impossibilità di fare un passo indietro.

Per sospendere i lanci di razzi Hamas chiede la fine delle operazioni militari israeliane e del blocco imposto dallo Stato ebraico ai confini di Gaza. Gerusalemme a sua volta pretende la fine dei lanci di razzi sul suo territorio, la distruzione dei tunnel che conducono sul suo territoro  e il disarmo della milizia palestinese. Condizioni che potranno anche venire scritte nero su bianco, qualora la comunità internazionale riuscisse a imporre un accordo che faccia cessare le ostilità, ma che non troverebbero mai una reale attuazione. Hamas non può rinunciare a essere una forza combattente per contare ancora qualcosa, per continuare a ricevere aiuti da Iran e Qatar e soprattutto per imporre col pugno di ferro il suo potere sugli abitanti di Gaza. Israele non può permetterlo e continuerà a controllare i confini della Striscia, come fa anche l’Egitto, per cercare di intercettare i carichi di armi.

Sul piano militare la situazione è in una fase di stallo. Hamas continua a lanciare razzi (oltre 2.600 dall'inizio del conflitto) il cui impatto è solo psicologico ed economico poiché i danni provocati a Israele sono risibili grazie all’efficacia del sistema di difesa Iron Dome.  Sul campo di battaglia i palestinesi hanno fatto pagare un alto tributo di sangue a Tsahal ma non sono riusciti né a fermarli né a respingerli.
Le truppe israeliane proseguono la distruzione dei tunnel (oltre una cinquantina quelli scoperti) lunghi chilometri e utilizzati dai palestinesi per compiere raids in territorio israeliano. La loro distruzione ha un alto valore tattico, superiore anche a quello rappresentato dall’annientamento delle rampe di lancio dei razzi palestinesi, ma sul piano strategico non servirà a nulla se tra una settimana o due le truppe israeliane si ritireranno dalla Striscia senza averne completato la conquista e se non avranno annientato Hamas e i suoi leader politici e militari.  ieri una fonte militare israeliana ha rivelato che "sono stati raggiunti gli obiettivi affidati" all'esercito e che ora "la leadership politica deve decidere se andare ancora avanti o ritirarsi" dalla Striscia ma si tratta di una dichiarazione politica, tesa a lasciare aperti i margini per un negoziato.

La proposta del segretario di Stato John Kerry, sostenuta da un’Europa come al solito latitante di fronte alle crisi in atto alle sue porte, di disarmare Hamas in cambio dello stop ai raids israeliani è pura fantasia. Qualcuno forse crede seriamente che il movimento islamista consegni le armi? O che marines statunitensi o caschi blu dell’Onu vadano a Gaza per disarmarli? Dopo il conflitto del 2006 tra Israele ed Hezbollah il rinnovo della missione Unifil nel sud del Libano prevedeva anche il disarmo de miliziani sciti che però nessuno si è mai sognato di attuare. A Gaza, dove non ci sono né ci saranno forze di pace internazionali il disarmo di Hamas è del tutto improponibile. Per questo senza una vittoria definitiva Israele è condannato in pochi mesi ad avere di nuovo a che fare con lanci di razzi e incursioni di commandos palestinesi effettuate grazie a nuovi tunnel che trasformerebbero in morti inutili le vittime di questo conflitto come lo sono state quelle delle altre battaglie combattute a Gaza dopo il ritiro israeliano dalla Striscia nel 2005.  

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Gianandrea Gaiani