1000 giorni: governare non è uno spot
ANSA/ANGELO CARCONI
1000 giorni: governare non è uno spot
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1000 giorni: governare non è uno spot

Non basta un numero evocativo. Occorre accelerare, come ha dimostrato di saper fare il premier.  Sfidando i poteri forti che bloccano il Paese

 

Mille giorni? E perché non 1001?

Quando le parole non bastano, vengono in soccorso i numeri. Basta che non ci si riduca a darli, i numeri. E che non diventino, anche i numeri come le parole e le slide, semplici spot che per la natura stessa di numeri si potranno a ridosso alla scadenza sommare e moltiplicare, o dimenticare, spostando progressivamente in avanti il “giorno del giudizio”.

Mille, poi, è un numero evocativo. Importante. I Mille di Garibaldi. Il millenarismo che per la verità annunciava la fine del mondo. Le mille lire che nell’età dell’oro erano il sogno dell’italiano medio. Mille si può anche declinare alla seconda potenza (“Mille asili in mille giorni”, titolava giorni fa “Repubblica”). Tanto per sfuggire alla banalità del numero “1000”, una interessante serie editoriale è intitolata alle “1001” invenzioni che hanno cambiato il mondo, o i “1001” libri che bisogna assolutamente leggere. Ma basta quest’orizzonte ampiamente pubblicitario e mediatico a far tornare l’Italia a sognare (parallelo verbale del miraggio dei “mille giorni”?). Una divertente sequenza nei fumetti del belga Hergé, l’inventore di Tin Tin, ritrae la coppia di “investigatori con la bombetta” Dupont e Dupond in macchina nel deserto: sgommano nella sabbia verso un’oasi dopo l’altra per scoprire ogni volta, a pochi metri dal traguardo, che si tratta di miraggi. Nell’ultima tavola, corrono spavaldi verso (contro?) l’ennesimo miraggio, una palma solitaria, che invece è una palma reale. Contro la quale si schiantano. Ecco, l’importante non è fissare un numero di giorni (di per sé un’operazione impossibile, quindi velleitaria), ma cominciare a fare le cose per non schiantarsi.

Le cose da fare non aspettano le scadenze-spot. Intanto, per dire, ci sono ancora 699 decreti da adottare (a febbraio, all’arrivo di Renzi erano di più, 889, ma 171 sono quelli del’attuale esecutivo). Ci sono atti da predisporre, 164 dei quali secondo uno studio del Sole24Ore già fuori tempo massimo, alle grandi riforme economiche mancano 475 attuazioni su 914, e sono 17 le riforme che ancora devono passare sotto le forche caudine delle Camere.

I numeri che contano non sono mai tondi come il 1000. E non sono mille ma qualche decina i giorni che ci separano dalla scadenza della legge di stabilità da inviare a Bruxelles. Numeri a parte, ed evitando di prenderci in giro con le trovate mediatiche, il punto essenziale è un altro. Proprio nel momento in cui Matteo Renzi dovrebbe accelerare, scattare in avanti, e per esempio iniziare subito ad applicare i tagli di una seria e severa “revisione di spesa” pubblica, ecco uscire dal suo cilindro il programma dei “1000 giorni” e l’invito a posticipare il giudizio. A sospenderlo per mille lune: giudicatemi nel 2017. Ma, ecco, già quella data, 2017, ha un impatto meno positivo dei 1000 giorni a cui corrisponde. Mille giorni sono un numero, mentre la data del 2017 significa più di tre anni. E l’Italia, gli italiani, non possono permettersi di aspettare tre anni. Anche perché l’importante non è il giudizio che daranno del presidente del Consiglio, ma le cose che avrà realizzato. Passo dopo passo, dice Renzi. Purché i passi non siano quelli della lumaca, uno scivolare lento che è assai meno del volare basso: è uno strisciare stanco che ci condannerebbe a essere schiacciati dal passo veloce di partner europei come la Germania o perfino la Spagna.

Renzi ha dimostrato di saper sfidare i poteri forti (sindacato, giudici, alta dirigenza pubblica). Dimostri anche di saper vincere la sfida, cominciando a correre (finora non lo ha fatto). Non aspetti mille giorni. Soprattutto, se vuol essere un leader non si preoccupi di essere giudicato. 

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