De André e "Geordie", storia di un mistero

I retroscena di quell'incisione del 1966 e tutto quello che i fan di Faber hanno sempre sognato di sapere. Nel nuovo libro di Walter Pistarini

Walter Pistarini, "Fabrizio De André. Canzoni nascoste, storie segrete", Giunti – Credits: Ufficio stampa

Micol De Pas

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Questa volta il panorama dovrebbe essere completo. Perché dopo le storie dietro le canzoni, la raccolta delle principali interviste rilasciate dal cantautore genovese e le pubblicazioni musicali della Fondazione De André, ora è arrivato il secondo libro di Walter Pistarini, Fabrizio De André. Canzoni nascoste, storie segrete, appena uscito per Giunti. Ovvero, tutte le collaborazioni con altri artisti, le colonne sonore, le sigle per i programmi televisivi, gli inediti, le diverse case discografiche. Insomma, tutto quello che i fan di Faber si sono sempre chiesti e non sapevano dove trovare risposte...

Come per esempio un mistero che si perpetua dal 1966, circa la scelta di cantare in italiano Geordie, nel lato B del 45 giri con Amore che vieni, amore che vai. Due le stranezze: l'incisione a due voci (unico duetto in quell'anno) e l'adattamento di una canzone inglese, lingua che ignorava. Ecco cosa si legge nel volume di Pistarini:

Per molto tempo i due misteri sono rimasti senza risposta. In rete c’è stato un tentativo di ritrovare la voce femminile, Maureen Rix, per poterle chiedere lumi su questa storia. È stata cercata
perfino degli Stati Uniti, sempre senza successo. Per una fortunosa sequenza di eventi e grazie soprattutto al libro che precede questo, Il libro del mondo, chi scrive è riuscito a rintracciare Maureen Rix in Italia. E a intervistarla.

Che ricordi hai della Genova di allora?

La Genova degli anni Sessanta era vibrante di vita: c’era esuberanza nell’aria, si respirava la rivolta della gioventù contro le tradizioni e le formalità dei genitori e le restrizioni imposte dalle regole familiari. (...) C’erano due bar particolarmente popolari, frequentati dai giovani genovesi. C’era il bar Giavotto sotto i portici in piazza De Ferrari frequentato soprattutto da studenti universitari di sinistra e da artisti come Attilio Carreri e intellettuali eccentrici come “Mortimer The File”. Poi c’era il Baretto su corso Italia, frequentato in genere dalla gioventù della Genova bene incluso Fabrizio De André, Paolo Villaggio, Luigi Tenco e credo anche Gino Paoli.

Hai detto Fabrizio De André. Lo hai conosciuto al Baretto?
No, non al Baretto, ma in una scuola. Nel 1962 mi fu offerto un lavoro come insegnante d’inglese e assistente del professor B. Sinha alla scuola parastatale Pareto Ligure in Sampierdarena, a Genova. Il proprietario della scuola era il professor Giuseppe De André, industriale genovese, che impiegò come amministratore della scuola suo figlio Fabrizio, probabilmente perché doveva mantenere una famiglia. Si era infatti sposato (con Enrica “Puny” Rigon) e aveva avuto un figlio (Cristiano). (...) Ricordo bene il primo incontro con Fabrizio, perché fu piuttosto insolito e manifestò immediatamente il suo carattere anticonformista. Uscì dalla biblioteca, dove aveva il suo ufficio, mentre passavo e si presentò stringendomi la mano e dicendomi: “Mi sa che noi due abbiamo qualcosa in comune, abbiamo tutt’e due fatto matrimoni riparatori”. (...)

Come finiste a parlare di musica? Dopotutto tu eri un’insegnante, e lui un amministratore…
Condividevo con lui l’interesse per la musica tradizionale o folcloristica ed ero anche amante della poesia. (...) Ogni tanto gli davo un passaggio in macchina per andare in centro a Genova, perché lui non guidava. Mi raccontò che aveva perso la patente  perché aveva investito due carabinieri a cavallo in alta uniforme”! Certo che Fabrizio non faceva le cose a metà. (...)

Come si arriva a Geordie?
Nell’estate del 1965 tornai a Londra per un paio di mesi. Mentre ero lì Fabrizio mi scrisse chiedendomi di cercare dei pezzi di musica tradizionale inglese e portarli in Italia. Quando tornai, invitò mio marito e me a casa sua per sentire la musica che avevo portato con me. (...) Allora Fabrizio prese la sua chitarra e io cantai due o tre canzoni tradizionali inglesi a memoria, tra cui Geordie, mentre lui trovava subito le note. Giorgio e io facevamo da traduttori, perché Fabrizio non capiva l’inglese. La canzone che gli piacque subito fu proprio Geordie.

Come nacque invece l’idea di farne un duetto?
Non lo so esattamente, forse aveva avuto una buona impressione mentre gliela cantavo. Dopo qualche tempo Fabrizio mi telefonò a casa chiedendomi se ero disposta a farmi coinvolgere nell’incisione di Geordie in italiano. Gli risposi che ero felicissima (...).

E l’incisione come andò?
(...) Quanto a me, non avevo ancora sentito la canzone, né letto il testo! (...) Alcune cose erano cambiate dalla versione inglese: aveva sostituito il verso in cui la protagonista si diceva disposta a rinunciare ai suoi figli pur di salvare Geordie con salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso… non ha vent’anni ancora…, parole che cambiavano il senso della lamentela della donna ma senz’altro la ingentilivano, rendendola più consona alla sensibilità del pubblico giovanile. Dopo la prima registrazione della canzone cantata insieme da Fabrizioe me, credo piuttosto bene, i tecnici mi chiesero di correggere la pronuncia nella strofa “rubò sei cervi nel parco del re”, perché quando dicevo “parco” sembrava più che dicessi “porco”, secondo loro, suscitando anche qualche risata!

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