Gianni Poglio

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La risposta alle polemiche social degli ultimi giorni è stato il primo posto in classifica con Terza Stagione un disco duro, di vero rap. Un album di storie forti, lontanissimo dall’hip hop edulcorato e modaiolo che, per far breccia nelle radio, mescola le strofe in rima con ritornelli pop melensi. Nel mirino di blog e associazioni varie Emis Killa c’è finito per il testo di 3 messaggi in segreteria, la canzone che racconta con un linguaggio crudo e senza sconti la storia di uno stalker che perseguita la sua ex fidanzata.   

Com’è successo che un brano contro la violenza sulle donne sia stato interpretato come un’istigazione al femminicidio?
Chi non conosce il linguaggio e lo stile dei rapper ha interpretato la cosa in malo modo immaginando che fosse un testo autobiografico. Ovviamente non è così. Ma chi può pensare seriamente che uno come me scriva un pezzo pro femmincidio? Questo è il mio modo d’artista di raccontare la realtà per condannare la violenza. Si chiama storytelling: è la narrazione senza censure di un fatto per prenderne le distanze. Mi dispiace per chi non ha capito o non ha voluto capire. Sarebbe come accusare un regista che fa un film duro sul narcotraffico di istigare allo spaccio.
Di sicuro, con Terza Stagione,  ha preso in contropiede chi si aspettava un album leggero con qualche ritornello nazional popolare.
Sarebbe stato più facile, ma la mia attitudine è un’altra. Seguire la strada del pop-rap porta ad essere collocato tra i teen idol, a venire confuso con altri cinquanta cantanti bellini col ciuffo. Oggi,
le canzoni di questo disco mi rappresentano al cento per cento. Detto questo, non mi ci vedo a rappare su un palco a cinquant’anni. Ogni cosa a suo tempo.
Tra i suoi ascolti privati, che cosa c’è oltre il rap?
Chopin. Ho creato una playlist su Spotify con sessanta brani per pianoforte di Chopin. L’ascolto la sera tardi. Ogni tanto, lo suono pure Chopin. Non so leggere bene gli spartiti, ma per fortuna mi ricordo i tasti a memoria. Se parliamo di musica italiana, mi piace molto Jovanotti. Lui sa essere poetico ed accessibile al tempo stesso. La sua non è poetica contorta come quella di altri artisti che ricevono il plauso incondizionato di tutti solo perché non si capisce niente di quel che vogliono dire. Un capitolo a parte sono gli 883 che sono stati la colonna sonora della mia adolescenza.
Uno dei tratti comuni dei suoi brani è la rivendicazione delle origini, di una gavetta partita dal basso.
Sono molto legato agli anni in cui tutto questo stava iniziando, anche perché sono convinto che i viaggi siano molto più belli durante il tragitto, piuttosto che quando arrivi a destinazione. Io sono molto fiero della mia storia. A me nessuno può dire figlio di papà perché io attraverso le difficoltà materiali, quelle vere, ci sono passato. Per questo sono credibile quando le racconto nelle mie canzoni. Non è fiction, è vita vissuta. Io vengo dal basso, non solo economicamente, ma anche musicalmente. Quando io ho iniziato a fare questa musica, non si vendevano dischi rap, non c’era un pubblico di massa.
Non è difficile immaginare quale sia stato in principio l’approccio della sua famiglia.
Mia madre non faceva che ripetere: dai, trovati un lavoro. Non capiva a che cosa servisse che io passassi giorni e notti a scrivere rime con altri coetanei che avevano la mia stessa passione.
Nonostante i suoi 26 anni è molto critico nei confronti del mondo multimediale, della vita vissuta sui social con uno smartphone sempre tra le dita. Stiamo assistendo in diretta all’anestetizzazione dell’attività cerebrale. Ho letto che in alcune città hanno progettato dei semafori da posizionare ad altezza terra per quelli che non alzano mai lo sguardo dal telefono e rischiano di finire investiti dalle auto. Ecco, siamo a questo punto.
Immagino che la deriva social abbia avuto anche qualche ripercussione sul rapporto con i fan.
Succedono cose al limite della realtà. Mi arrivano richieste incredibili. Cito testualmente un ragazzo che mi ha mandato un messaggio su Instagram: ciao, domani la mia ragazza compie diciotto anni, non è che potresti passare una ventina di minuti con lei? C’è anche di meglio. Una volta, una fanciulla mi ha scritto: senti, a me le tue canzoni fanno schifo, però il mio fidanzato, che ho tradito, è un tuo fan. Potresti chiedergli di tornare con me visto che quel che dici tu per lui è importante? Follia.

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