Il direttore d'orchestra Zhang Xian: sul podio divento un gigante

Prima donna a dirigere una sinfonica italiana, la Verdi di Milano. Il suo segreto è la strategia del silenzio

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Gianni Poglio

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Il suo segreto è la strategia del silenzio. Quella che mette in atto ogni volta che sale sul podio. Lo fa da quando ha 20 anni (ora ne ha 39). Per concentrarsi, ma anche per difendersi. "La mia vita è cambiata in 24 ore" racconta Zhang Xian, la prima donna direttore di un’orchestra sinfonica italiana, la Verdi di Milano (ha ricevuto il 7 dicembre l’Ambrogino d’oro). "Ero un’insegnante di pianoforte che allenava i cantanti della Central Opera House a Pechino, in Cina. La sera prima del debutto delle Nozze di Figaro, nei primi anni 90, Wu Lingfen, designata a dirigere, mi convoca nel suo ufficio e, senza spiegazioni ufficiali, mi dice: 'Domani dirigi tu'".

Un debutto da panico, verrebbe da dire.
Furono attimi di terrore. Convocai l’orchestra per una sessione straordinaria di prove: appena alzai la bacchetta da direttore, tutti i musicisti più anziani scoppiarono a ridere e a scambiarsi sguardi interrogativi. Il gelo... Ne uscii senza dire una parola, solo agitando nell’aria la bacchetta, l’unica arma che avevo a disposizione. Dopo 10 minuti, la diffidenza era svanita. Senza dire una sillaba, li avevo convinti. La forza del suono aveva avuto la meglio sul pregiudizio. Da allora, appena tocco il podio, mi cucio la bocca.

Venne derisa dai suoi colleghi senior in quanto donna o in quanto giovane musicista inesperta?
Credo fosse per un mix tra la mia inesperienza e le mie dimensioni: 1 metro e mezzo di donna che sale sul podio per la prima volta in preda all’ansia non doveva essere una visione rassicurante. Ci sono fisici molto più rispondenti del mio all’immagine statuaria del direttore d’orchestra.

Non era la prima volta che il suo fisico le giocava contro.
Il mio maestro al conservatorio di Pechino era convinto che avessi le dita troppo corte e minute per suonare professionalmente il pianoforte.

A proposito: la storia del suo primo pianoforte è uno spaccato della società cinese degli anni Settanta.
In quanto strumento della tradizione occidentale, ne era proibito il possesso. Io sono nata e cresciuta a Dandong, una cittadina al confine con la Corea del Nord. In quella zona nessuno vendeva o produceva pianoforti, perché nessun privato era autorizzato ad acquistarne. L’alternativa era comprare singoli componenti e tentare di assemblarne uno. Esattamente quel che fece mio padre, che allora lavorava in una fabbrica di strumenti musicali. Mamma è stata la prima insegnante: dolce ma severa. A 4 anni studiavo 8 ore al giorno. Non sono mai scesa sotto le 6.

Ha fama di direttore rigoroso, ma anche molto passionale.
Chi dirige non può avere come obiettivo la perfezione formale. Sapersi muovere con rigore sul pentagramma è solo una frazione del mio lavoro. Le note non basta possederle, bisogna poi interpretarle, dare loro un colore, un’emozione.

Cuore è la parola chiave del maestro Lorin Maazel, l’uomo che l’ha scelta come direttore associato dell’orchestra New York philharmonic.
Ero nel camerino di un concorso per direttori d’orchestra negli Stati Uniti. Ripassavo le parti, camminavo avanti e indietro, tesissima. Un attimo prima di andare in scena mi viene incontro il maestro Maazel. Mi guarda fisso e dice: "Cuore, cuore e ancora cuore. Non serve nient’altro".

Cuore e coraggio: lei è passata alla storia come la prima donna che ha accettato di dirigere un’orchestra incinta di 7 mesi. Sia sincera, la gratifica infrangere tabù?
Non mi sento un’eroina, non combatto battaglie di genere. L’unico inconveniente sono stati i colpetti che mi tirava mio figlio. Stavo dirigendo Sheherazade (suite composta da Rimskij Korsakov nel 1888, ndr) e, ogni volta che il violino cresceva di dinamica e volume, lui mi sferrava un calcio.

Un’inezia se paragonata a quello che le è successo lo scorso settembre...
La nascita del mio secondo figlio è stata un film: dopo una estenuante sessione di prove, torno nella mia casa sui Navigli di Milano. Capisco subito che è allarme rosso, non c’è proprio tempo per andare in ospedale: il bagno diventa la sala parto. Non so come, ma ho fatto tutto da sola, guidata da mio marito che era al telefono con la ginecologa. Uno shock: era appena iniziata la trentunesima settimana, ma si vede che Riccardo aveva fretta.

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