Tra le nuove leve del cantautorato italiano e la sempre più affollata scena hip hop, si colloca idealmente Dargen D’Amico, un rapper atipico, già a partire dal look: giacca e camicia,  barba lunga, nessun tatuaggio in vista, gli immancabili occhiali specchiati.  Un artigiano della parola, lontano anni luce dagli stereotipi del rap italiano, basati sull’ego tripping, il dissing e l’ostentazione della ricchezza.

Dargen non vuole dare risposte, ma insinuare domande, spiazzarci di continuo con il suoi giochi di parole per farci fermare e guardare allo specchio attraverso una nuova angolazione.

Per il suo ottavo album Variazioni, da oggi disponibile  nei negozi fisici e digitali in tre versioni per l'etichetta Giada Mesi, l’artista milanese ha alzato ancor più l’asticella unendo il rap alla musica colta grazie al fortunato incontro con la pianista di formazione classica Isabella Turso.

Un progetto intenso ed emozionante, prodotto dal mago dei suoni  Tommaso Colliva (l’arrangiatore preferito dei Muse, solo per fare un nome), in cui gli inediti si fondono armonicamente con alcune rivisitazioni di b-side ripescati dalla storia discografica del rapper milanese.

Da Musica senza musicisti, uno dei suoi album più riusciti, Prima fila Mississipi diventa La mia testa prima di me e Zucchero luminoso si riformula ne L’altra. Da Di vizi di forma virtù, altro disco di successo, sono stati ripresi Arrivi stai scomodo e te ne vai e Tra la noia e il valzer, ora rispettivamente Ma è un sogno e L’aggettivo adatto. Si tratta di vere e proprie variazioni sul tema, dove degli originali rimane il senso più intimo, rielaborati in nuove direzioni.

Dargen, ho l’impressione che l’album sviluppi il discorso intrapreso in D’Io con Modigliani e Essere non è da me, dove hai volato alto come testi ed arrangiamenti.  Variazioni è la prosecuzione di quel tipo di lavoro?

“Sicuramente c’è un filo rosso che lega le scelte fatte per quei due brani, gli ultimi che ho inciso in D’Io, e il nuovo album, soprattutto a livello compositivo. Variazioni è legato a tutti i dischi che ho fatto in precedenza, mi sono reso conto che è un unico corpo che contiene al suo interno, come organi, tutti i dischi che ho fatto. E’ una brutta immagine, però è proprio così”.

Con quali criteri hai scelto i brani da rivisitare in Variazioni, cambiandone sia i testi che la musica?

Musica senza musicisti ha compiuto lo scorso anno 10 anni di vita, ricorrenza che ho celebrato in un tour, dove ho ripreso dopo tanto tempo alcuni testi che avevo snobbato: avevo un’idea che non corrispondeva alla realtà, legata più al periodo in cui l’avevo scritto che non alle canzoni stesse. Riprendendoli ho capito che non erano poi così male, non era necessario tutto questo mio odio nei loro confronti. Non ho seguito una regola precisa, ho semplicemente scelto le canzoni che sentivo più adatte al progetto”.

Variazioni è un disco maturo e raffinato: è più un pericolo, vista l’età mediamente bassa del pubblico italiano del rap, o più un’opportunità di allargare la cerchia dei tuoi fan?

“Sento forte l’obbligo di schiettezza nei confronti delle persone che mi ascoltano: in questo momento volevo fare questo disco, lo sentivo necessario. D’altra parte credo che un artista non debba seguire ciò che gli conviene, sei tu che hai l’obbligo di indirizzare il gusto del pubblico, non di inseguirlo. Il rischio di allargare il pubblico lo vedo come una bella opportunità”.

Ne Il ritornello c'è una critica non troppo velata alla discografia. Nella crisi delle vendite dei cd, al di là della tecnologia, quante colpe hanno i discografici?

“Forse hanno un’unica colpa, che è la mancanza di coraggio, attribuibile alla musica italiana in toto e a chi la fa. Da quel punto di vista sarebbe interessante fare training autogeno, rinchiudersi tutti insieme in una baita in montagna per convincersi che si può dare di più, come cantavano Morandi, Ruggeri e Tozzi”.

Hai dichiarato che ‘Fare musica in Italia è un rischio gigantesco, non lo consiglio a nessuno’. Perché ti sei preso questo rischio, anche come produttore dell'etichetta Giada Mesi?

“Perché a me la musica ha fatto molto bene, soprattutto in alcuni momenti di passaggio all’età adulta, nella musica trovavo le risposte, un’educazione, delle figure solide e familiari a cui chiedere consigli. Per questo mi piacerebbe fare qualcosa per la musica italiana, producendo album che abbiano un valore artistico e che trasmettano qualcosa a chi li ascolta. Il problema è che la musica italiana appartiene solo all’Italia, non si può pensare che magicamente possa andar bene anche in un altro pianeta”.

Hai debuttato anche come autore di un libro, Mi scuso con tutti ma soprattutti con me, allegato in un’edizione speciale di Variazioni. Quali differenza hai notato nella scrittura rispetto a quella delle canzoni?

“La differenza è gigantesca, sono due emisferi opposti, anche se il mondo è lo stesso. Nonostante entrambi attingano allo stesso serbatoio di immagini e di avvenimenti, la scrittura su carta segue un flusso, un percorso di maggiore perlustrazione in ciò che può accadere. Le canzoni sono abituato a scriverle solo quando già si sono formate nella testa, quando ho un’idea chiara e sufficiente materiale, non sono un topo da studio, che si siede e si mette a scrivere a comando”.

Che effetto ti fa sentire nei concerti alcuni ragazzi che conoscono a memoria tutta Nostalgia istantanea (circa 20 minuti a lato n.d.r.)? 

“Mi fa una sensazione strana, perché io stesso non la so tutta a memoria. Quando una canzone esce dal computer, in qualche modo diventa più degli altri che tua. Anche a me piace Nostalgia istantanea, anche se non la imparo a memoria, ma è come se l’avessi fatto”.

E’ nato prima l’incontro con la pianista Isabella Turso o quella con il produttore Tommaso Colliva?

“E’ nato tutto, a strettissimo giro, grazie all’incontro con Isabella, durante un evento di beneficenza, il cui manager è lo stesso di Colliva. Abbiamo parlato del progetto con Isa, e l’idea è stata subito quella di chiedere il supporto di Tommaso, che è dotato di un’eccezionale sensibilità nella registrazione degli strumenti. Nonostante una bacheca ricca di premi e un'agenda piena di impegni, lui ha deciso di partecipare a questo progetto, il che mi riempie di gioia, di orgoglio e di un sacco di altre cose. Mi riempie, ecco”.

Come hai trovato, con lei,  un punto d’incontro tra due mondi apparentemente molto diversi?

“Avevo già toccato in passato, con molto rispetto, ambienti musicali al di fuori del genere urban, ad esempio in Briciole colorate. Forse non avevo abbastanza coraggio per abbracciare completamente questo percorso. In una prima fase è stata Isa a crederci di più, io stavo attraversando un momento di mancanza di ispirazione, poi, però, appena abbiamo iniziato a lavorare in studio ho subito capito che poteva accadere qualcosa di interessante. Il disco ha richiesto oltre un anno di lavorazione, cosa che non mi era mai accaduta negli album precedenti. In Variazioni, rispetto ai miei altri lavori, suonano persone vere, che mettono la loro vita nelle canzoni, e la differenza si sente subito”.

Le date di Variazioni di Primavera Tour di Dargen D'Amico con Isabella Turso 

20 aprile – MILANO – Santeria Social Club

21 aprile FIRENZE – Viper Theatre

10 maggio ROMA – Monk Club

12 maggio S. MARIA A VICO (CE) – Smav Factory

13 maggio BOLOGNA – Locomotiv Club

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