Home » Attualità » La setta dei maniaci è ancora tra noi

La setta dei maniaci è ancora tra noi

La setta dei maniaci è ancora tra noi
Group of happy female friends running on meadow.

Migliaia di persone assoggettate a un leader religioso che chiedeva obbedienza, sesso e denaro in cambio della salvezza spirituale. Vecchie storie da hippie americani? No, perché le derivazioni dell’organizzazione sopravvivono anche oggi.

Per molti sono ancora oggi soltanto un ricordo degli anni Settanta. Una delle tante comunità nate nel clima della controcultura americana tra chitarre, predicazioni, vita in comune e un’idea radicale di spiritualità. Per altri, invece, il nome evoca una delle organizzazioni più controverse del Novecento: un universo popolato da abusi, manipolazione psicologica, controllo totale degli adepti e sfruttamento sessuale sistematico. In altre parole, la più emblematica delle “sette religiose” contemporanee.

Ma la storia dei Bambini di Dio non appartiene soltanto agli Stati Uniti e al passato. Anzi. Le tracce lasciate dal movimento fondato dal predicatore statunitense David Berg continuano a riaffiorare in modi inattesi anche nel nostro Paese. Non solo perché la presenza della setta in Italia è stata molto più estesa di quanto si sia sempre creduto, ma anche perché alcuni ex protagonisti di quella stagione oggi si sono reinventati come predicatori, pastori e leader religiosi capaci di raccogliere decine di migliaia di seguaci.

È, questo, uno dei risultati più sorprendenti emersi dall’inchiesta che chi scrive questo articolo ha realizzato per il podcast I Bambini di Dio (OnePodcast, disponibile gratuitamente su tutte le piattaforme), nel quale sono state raccolte testimonianze inedite, documenti e racconti di chi quella realtà l’ha vissuta dall’interno.

Per comprendere la portata del fenomeno, però, bisogna tornare agli inizi. Il fondatore David Berg, che nel tempo pretenderà di farsi chiamare Mosè, costruisce la propria organizzazione attorno a una convinzione semplice e potentissima: il mondo sta andando incontro all’Apocalisse e soltanto chi seguirà i suoi insegnamenti potrà salvarsi. Da qui nasce una comunità che richiede dedizione assoluta, obbedienza totale e l’abbandono progressivo di qualsiasi legame con il mondo esterno.

L’amore per Dio diventa il principio che scandisce e giustifica ogni aspetto dell’esistenza quotidiana.

Non soltanto sul piano spirituale, ma anche su quello sessuale. All’interno delle comuni si diffonde infatti la pratica dello “sharing”, una forma di sessualità collettiva nella quale i rapporti fra i vari membri vengono incoraggiati e organizzati. L’idea di fondo è che ogni atto d’amore rappresenti, in realtà, una manifestazione dell’amore verso Dio. Le conseguenze di tale sistema emergono ancora oggi nei racconti di diversi ex membri. Ci sono donne che hanno trascorso gran parte della propria vita nelle comunità e che oggi non sono in grado di stabilire con certezza chi fosse il padre dei propri figli: «Non lo so. C’era un programma all’interno della comune che veniva appeso al muro e con quello il pastore decideva le varie coppie», ci ha detto una di loro.

Parole che restituiscono il livello di controllo totale esercitato sulle relazioni personali. Un controllo che partiva dal vertice e si irradiava fino agli aspetti più insignificanti dell’esistenza. Le direttive di Berg arrivavano attraverso le famose MO Letters, missive inviate alle comunità sparse in tutto il mondo. Testi che stabilivano norme, comportamenti e modalità di vita. «Si insegnava quello che Berg ordinava. Ci diceva tutto quello che dovevamo fare, dalle cose più serie a quelle più stupide, come ad esempio quanti strappi di carta igienica dovevamo usare in bagno», prosegue Patrizia, oggi sessantenne, che ha trascorso dieci anni all’interno dell’organizzazione. Ogni responsabile locale era inoltre tenuto a compilare report dettagliati sui membri della propria comunità.

Una sorta di monitoraggio permanente che trasformava la vita privata in un affare dell’organizzazione. Anche il denaro era sottoposto a regole rigide. Gli adepti dovevano rinunciare ai propri beni e contribuire economicamente al sostentamento del movimento. «L’invito», spiega la psicologa Cristina Caparesi, che per anni si è occupata dei Bambini di Dio, «era di abbandonare tutto, anche e soprattutto i propri averi, che venivano integralmente donati all’organizzazione».

Ma uno degli aspetti più controversi di questo culto è il cosiddetto flirty fishing (letteralmente: “pesca con il flirt”). Consisteva nell’utilizzo della seduzione e dei rapporti sessuali come strumento di proselitismo, raccolta fondi e costruzione di relazioni utili alla comunità. Le donne venivano incoraggiate a instaurare rapporti intimi con uomini esterni al gruppo per attrarre nuovi adepti potenti e benestanti, o per ottenere sostegno economico. «Salvo rarissime eccezioni», racconta Rosa, ex membro della comunità, «tutti hanno fatto flirty fishing. Anch’io. Per anni. Ed è questo che oggi mi colpisce di più: se penso alla donna che ero allora, non vedo qualcuno che si sentiva sfruttato, vedo una donna che amava la comunità. Che amava Dio. E che credeva davvero di fare la cosa giusta. Solo molto tempo dopo inizi a ragionare davvero su quello che è successo. E quando lo fai, non ci sono giri di parole: c’è poco da discutere. Era prostituzione».

Anche in Italia la magistratura si è occupata più volte dei Bambini di Dio. Una delle principali inchieste nasce a Roma quando la Squadra mobile effettua una serie di perquisizioni in appartamenti utilizzati dagli adepti e all’interno dell’Ok Club, una discoteca frequentata dagli appartenenti al movimento.

Gli investigatori sequestrano documenti interni, opuscoli e materiale propagandistico. Nel rapporto finale si legge che dai testi acquisiti «si rilevano elementi di reità nei confronti degli organizzatori della setta in ordine ai reati di associazione per delinquere e sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione». Gli imputati verranno assolti. Ma la sentenza del Tribunale di Roma del 15 novembre 1991 lascia comunque alcuni punti fermi. I giudici scrivono che «è risultato con certezza che il Berg era il fondatore e capo della comunità denominata “I Bambini di Dio”; che era l’autore degli opuscoli e delle “lettere” di cui alcuni degli imputati furono trovati in possesso, e che, probabilmente, era il reale destinatario del 10% di tutti gli introiti, che venivano inviati a Zurigo e in altre località non precisate».

C’è poi il capitolo più drammatico: quello dei minori. Negli anni, documenti interni e pubblicazioni attribuite a Berg hanno alimentato accuse gravissime riguardanti la sessualizzazione dei bambini e pratiche di abuso. Amoreena Winkler, nata all’interno di un gruppo proprio in Italia, racconta: «Per quanto ricordo io, ho subìto i primi abusi quando avevo quattro anni. E ho visto altri bambini nel corso degli anni subire abusi.

Era una pratica che faceva parte della quotidianità».

Poi aggiunge: «Ricordo ogni singola violenza che ho subìto e non solo dalla persona che mi faceva da padre, ma anche da altri uomini della setta. Perché funzionava così: spesso i bambini si scambiavano, tu mi dai tua figlia e io ti presto la mia».

Sembrerebbe una storia destinata a chiudersi con la morte di Berg nel 1994, e con la progressiva trasformazione dell’organizzazione. Ma è proprio qui che emerge il dato più inatteso. Alcuni ex membri non si sono limitati a lasciarsi alle spalle quel passato. Hanno costruito nuove realtà religiose, nuovi gruppi e nuove comunità. Il caso più emblematico è quello di Radio Blast, una web radio guidata dal misterioso “Fratello Giuseppe”. Un personaggio che non mostra mai il proprio volto e che continua a predicare temi molto simili a quelli dei Bambini di Dio, come la fine imminente dei tempi, la presenza costante del demonio, l’arrivo dell’Anticristo. E, proprio come nella comunità di Berg, anche qui compare la richiesta della decima. «La verità è che lui predica solo per fini economici, così si sta facendo ricco», racconta una donna che lo ha seguito per mesi fino al Cile, dove oggi il guru vive. Secondo la ricostruzione raccolta nel podcast, dietro il nome di Fratello Giuseppe si celerebbe Giuseppe Avenia, ex dirigente dei Bambini di Dio.

«Era chiamato Aronne», racconta una donna che lo ha conosciuto all’interno della comunità. Il nome non è irrilevante. In diversi materiali storici dell’organizzazione compare infatti proprio Aronne come traduttore dei testi di Berg. La stessa donna aggiunge: «Ho fatto sesso anche con lui una volta. Sono stata costretta». E quando le viene chiesto se uno dei suoi figli potrebbe essere figlio proprio di Avenia risponde: «Sì, potrebbe perché non usavamo contraccettivi, erano vietati».

Non sappiamo se tutto questo sia vero o no. Avremmo voluto chiederlo direttamente a Fratello Giuseppe ma è risultato impossibile mettersi in contatto con lui superando la rigida schermatura delle adepte che lo circondano. La vicenda, però, ha ormai oltrepassato i confini dell’inchiesta giornalistica ed è approdata anche in Parlamento. La deputata del 5 stelle Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione ai ministri della Giustizia e degli Esteri chiedendo «se sia possibile ottenere informazioni concrete e puntuali dall’Ambasciata italiana in Cile» su Giuseppe Avenia e «di quali elementi dispongano in ordine alla vicenda, che appare di estrema gravità, anche in considerazione della necessità di tutelare i cittadini italiani e anche considerando che in passato l’organizzazione dei Bambini di Dio è stata toccata da più inchieste giudiziarie che si sono poi arenate».

Nel frattempo una certezza c’è già. A distanza di oltre mezzo secolo dalla nascita dei Bambini di Dio, le idee, i linguaggi e alcune delle figure che hanno popolato quell’universo non sembrano essere scomparsi. Hanno cambiato nome, piattaforma e pubblico. E continuano a trovare ascolto.

© Riproduzione Riservata