Tecnologia

Maker Faire, le 7 migliori invenzioni

Dal tablet puzzle al sommelier digitale, fino alla stampante di case. Piccolo e ragionato best of della fiera europea dell'innovazione

Mettono il turbo ai passeggini, stampano case, costruiscono robot, rendono intelligente persino un costume da bagno. Provano, sbagliano, riprovano, soprattutto innovano. Sono i «maker», italiani nonostante l’etichetta inglese: gli Archimede al tempo dei chip, gli inventori di cose con l’aiuto di fantasia ed elettronica. Fieramente smanettoni, usano stanze e garage di casa come laboratori, lanciano start-up, se tutto va per il verso giusto diventano un’azienda. Da tre anni hanno un punto d’incontro e di confronto, la «Maker Faire», costola nazionale di un evento che negli Stati Uniti è già istituzione e tradizione. Vicino San Francisco, per dire, ha già spento dieci candeline.

La nuova edizione, la più importante in Europa, è appena andata in scena nella città universitaria della Sapienza di Roma, su un’area di oltre 100 mila metri quadrati con più di 600 stand. Aperta a scuole e pubblico, ha accolto settecento progetti. Abbiamo scelto i migliori sette. Tutti made in Italy. 

La tavoletta componibile per bambini

Ha le funzioni di un tablet, ma assomiglia a un puzzle. Per esempio, per poter inviare un’immagine con KidsPad, bisogna incastrare al suo interno tre tessere: quella con la fotocamera, una che contiene in memoria la mail del destinatario, un’altra per connettersi a internet tramite Wi-Fi. Percorso simile per registrare un messaggio audio, ascoltare musica o spedire una faccina: ogni modulo ha un compito specifico, se vengono abbinati in modo corretto lo portano a termine, altrimenti è necessario riprovare. L’idea è venuta a Fabio Rapanelli, che l’ha trasformata nella sua tesi di laurea in design industriale: «L’ho pensata» spiega «per nativi digitali dai 7 ai 9 anni. Ritrovano le funzioni che usano su smartphone e tavolette e imparano i meccanismi che le attivano». Così la tecnologia diventa un gioco da bambini.

Cellulare a tre anni

Un bambino di tre anni è troppo piccolo per un cellulare tradizionale, però uno strumento che gli consenta di contattare i genitori per qualsiasi necessità, di far sapere loro dove si trova in caso d’emergenza, può rivelarsi molto utile. E proprio queste sono le funzioni di bPhone U-10, telefonino colorato e corazzato, con batteria dalla durata di due settimane, adatto, grazie a un intenso lavoro di schermatura delle onde elettromagnetiche, ai piccoli dai 36 mesi in su. «Non ha la tastiera tradizionale, ma tre tasti da assegnare ai contatti preferiti e uno per chiamare subito il 112, oltre a un Gps che ne rileva la posizione» racconta Adam James Cavallari, madre inglese, padre italiano, nato a Coventry, in Inghilterra, ma in Italia da trent’anni. Nel curriculum ha una laurea in design industriale, una solida esperienza nel settore dell’elettronica di consumo e tanti viaggi in Cina, dove prodotti del genere sono vendutissimi. Cavallari ha sviluppato il bPhone assieme a due soci, Andrea Alessandri di Jesi e Pietro Paolo Rimonti di Napoli. Con successo: il baby cellulare è già in vendita a circa 60 euro. E tanti genitori ringraziano.

Il sommelier digitale

Concedersi il lusso di ordinare un’etichetta costosa al ristorante e rimanere delusi: il vino non è all’altezza delle aspettative o, peggio, è quasi imbevibile. Difficile capire l’origine del problema, almeno senza Wenda: «È un piccolo dispositivo che si applica al collo di una bottiglia e registra temperatura, inclinazione, quantità di luce a cui è stata esposta» racconta Antonio Catapano, ingegnere bolognese di origini foggiane. La sua invenzione ha una memoria interna che salva fino a sei anni di dati, li invia a telefonini o tablet e, tramite gli algoritmi di un’applicazione, anticipa che alterazioni di sapore ha subito un rosso o un bianco senza stapparlo. Oppure segnala se è stato manomesso: se qualcuno, per esempio nel trasporto dalla Toscana all’Australia, ha cercato di sostituire un brunello di Montalcino con un sottoprodotto da discount. Wenda è in fase di test e costerà anche meno di dieci euro: una cifra accessibile per pregiate eccellenze del made in Italy degustate in tutto il mondo.

Passeggino smart

Spingere un passeggino con un bimbo a bordo può essere scomodo, noioso, alla lunga anche stancante. Fabio Roveti, un elettricista che oggi lavora nel settore del ferro, ha messo a frutto le sue competenze per trovare la soluzione: nel garage di casa, novello Steve Jobs, ha costruito una pedana con ruote e motore a batteria da agganciare al passeggino, che funge un po’ da volante per questo mezzo compatto, a emissioni zero e silenzioso. Si ricarica in appena tre ore, ha un’autonomia di dieci chilometri e raggiunge i venti orari. Per modulare la velocità c’è una piccola levetta da agganciare al manubrio, così, quando la strada è libera o dentro un ambiente tranquillo come un parco, il piccolo si diverte a viaggiare più spedito del solito, mentre il papà e la mamma si risparmiano il fiatone.

Per passare dal progetto a un prototipo funzionante Roveti ha impiegato due giorni appena, raccogliendo la sfida di un amico pronto a scommettere che non ci sarebbe mai riuscito. Invece, ecco fatto, e ha chiamato la sua creazione Sbigulway: una storpiatura di Smeagol, personaggio del Signore degli Anelli, magro, bruttino e un po’ gobbo («è il soprannome che mi hanno affibbiato, che posso farci» spiega ridendo l’inventore pesarese) e un omaggio al Segway, il dispositivo a cui si è ispirato e che si pilota con i movimenti del corpo. «Era perfetto per andare in giro» racconta Roveti: «Volevo comprarlo ma servivano cinquemila euro. Ho risolto da me».

Il prossimo passo è trovare un canale per produrre in serie Sbigulway: «In Italia la burocrazia fa paura. Sto pensando di raccogliere fondi in rete per pagare il brevetto, costruirne vari esemplari e metterli in vendita». Nel frattempo la più felice è Sara, la figlia di Fabio, scarrozzata per il quartiere come una piccola regina a bordo del suo passeggino motorizzato.

Nuotatori digitali

Andava in piscina e voleva capire se nuotava bene oppure stava sprecando tempo e fiato. I gadget in commercio erano imprecisi, deludenti o troppo cari per un non professionista. Perciò Paolo Perego, laurea e dottorato al Politecnico di Milano, partendo da alcuni studi per misurare la frequenza cardiaca sott’acqua («non è così facile o scontato riuscire ad avere un quadro affidabile, il liquido blocca il segnale e impedisce di trasmetterlo allo smartphone a bordo vasca» spiega), ha pensato a Swimfit: un dispositivo a forma di saponetta da inserire nel taschino posteriore di uno speciale costume pieno di sensori integrati nel tessuto. Da questa combinazione si può conoscere non solo il numero di vasche fatte durante ogni allenamento, ma anche lo sbilanciamento e le accelerazioni del corpo. «Questo sistema» dice Perego «comunica con un’applicazione sul telefonino e, oltre a registrare le proprie performance, mostra quanto si è lontani o vicini a una nuotata ottimale». Swimfit è ancora nella fase embrionale, ma una volta pronto dovrebbe costare intorno ai 150 euro, come i braccialetti che portiamo al polso per contare passi e calorie. Vuole essere alla portata, anzi, alla bracciata di tutti.

La stampante 3D più grande al mondo

In questi tre anni in tanti si saranno presi gioco di lui o lo avranno bollato come un illuso. Ma Massimo Moretti, che al suo progetto lavora con cocciuta passione dal 2012, ce l’ha fatta: pochi giorni fa ha presentato ufficialmente BigDelta, la stampante 3D più grande al mondo. È alta dodici metri ma non realizza scarpe giganti o giocattoli per figli di ciclopi: crea case. In un giorno o due, utilizzando il tradizionale cemento; da una settimana in su con materiali poveri come argilla e paglia. «Quasi il 30 per cento delle abitazioni sul pianeta» dice Moretti «sono fatte di terra. Resta il modo più economico per costruire». La sua idea è portare questa impalcatura smontabile nei Paesi poveri e usare risorse locali, senza importarle. In Nepal, dove tra i villaggi si aprono distese di nulla, hanno già espresso interesse per BigDelta, che funziona come le sorelle minori: ha un enorme estrusore, una sorta di pistola che spara fuori i materiali spinti in cima da un sistema di pompe e, muovendosi, plasma le forme desiderate. Per l’alimentazione, si possono usare pannelli fotovoltaici. Sole e terra si trovano in tutto il mondo. E sono gratis.

Il robot che aiuta gli anziani

«Ero in un parco e ho visto un badante che insultava un paraplegico» racconta Amedeo D’Angelo, studente d’ingegneria elettronica, sviluppatore di circuiti da quando aveva 12 anni. «Così» aggiunge «è nata l’intuizione di costruire un sistema autosufficiente in grado di aiutare un essere umano. Volevo fare del bene tramite la tecnologia». Quell’idea è diventata Atom II, robot di 50 centimetri dal peso di tre chili, pensato per assistere portatori di handicap o anziani nelle loro case: per esempio, se gli si chiede di prendere il telecomando accanto alla tv, lo riconosce e lo porta fino al divano. Può anche sostituire l’uomo in aree e situazioni pericolose, come quando occorre disinnescare un esplosivo. Il tutto grazie agli algoritmi che D’Angelo sta potenziando con due amici. I tre formano il team «SuperDiodo»: «Cerchiamo» spiega «finanziatori per produrre in massa il nostro progetto e sviluppare Atom 1», il fratello maggiore di Atom II, un umanoide alto 180 centimetri. Troppo ambiziosi? La risposta è nel loro motto: «L’unico limite è la nostra immaginazione».

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