Il bagliore delle vetrine infrante in via Torino, il fumo dei lacrimogeni e un nugolo di sagome scure in fuga a mani piene verso le traverse del centro. Negli ultimi giorni, le cronache milanesi e di altre città hanno raccontato assalti fulminei a negozi di abbigliamento e supermercati, raid nati dal tam-tam sui social che i media hanno subito catalogato sotto un’unica, sbrigativa etichetta: i maranza.
Eppure, usare questa parola per descrivere la violenza e la rabbia metropolitana contemporanea è un gigantesco equivoco storico. Il maranza non nasce come minaccia per l’ordine pubblico, non ha origini violente e non appartiene alla cronaca nera. Prima di essere trasformato dagli algoritmi in sinonimo di allarme sociale, indicava una tribù urbana solare, rumorosa, sfacciata e del tutto innocua, che popolava una Milano radicalmente diversa.
La risposta cafona e fiera ai paninari di San Babila
Per capire chi fosse davvero il maranza bisogna tornare al cuore degli anni Ottanta. All’epoca l’immigrazione extracomunitaria era quasi inesistente: la metropoli lombarda era invece il punto d’approdo dell’immigrazione interna, con famiglie arrivate da Puglia, Campania, Calabria e Sicilia che avevano ormai messo radici. Nei quartieri operai, ma anche nelle vie commerciali della città e non solo ai margini estremi, cresceva una gioventù che non si riconosceva affatto nell’edonismo aristocratico dei paninari.
Se a San Babila dominavano il piumino Moncler dai colori pastello, le scarpe Timberland immacolate e l’aria snob dei ragazzi bene, dall’altra parte della carreggiata c’era il maranza. Era il maschio fiero di esserlo, l’antitesi sfacciata del “gallo”: Magari un po’ cafone rumoroso, sbruffone nei modi e nel dialetto, che cercava la provocazione estetica e verbale ma sempre all’interno di una sfida di costume. Non c’era ferocia, non c’erano coltelli né bande predatrici; al massimo c’era la voglia di farsi notare sul muretto, ridendo forte e occupando lo spazio pubblico con una fisicità travolgente.
Il rito dell’autoradio e il battesimo dell’amplificatore Marantz
Anche l’etimologia racconta quel mondo fatto di ostentazione e decibel. Se la linguistica vi rintraccia l’ibridazione con radici dialettali meridionali come maranza (la melanzana, usata scherzosamente per alludere alle origini del Sud), la memoria viva delle piazze milanesi custodisce una spiegazione squisitamente tecnologica e musicale: la gloriosa epoca dei componenti Marantz.
In quegli anni, per il giovane che voleva farsi notare non c’era biglietto da visita più potente dell’autoradio. Le utilitarie venivano trasformate in sale d’ascolto ambulanti, con finali di potenza e amplificatori spinti ben oltre la soglia di guardia. Montare un impianto Marantz e abbassare i finestrini per far tremare le lamiere al ritmo della italo dance o della dance commerciale era una dichiarazione di presenza. Da marchio audiofilo a soprannome per chiunque passasse sgommando e “sparando i bassi a manetta”, il passo nel gergo milanese fu quasi automatico.
Bombers sgargianti contro il total black degli skinny jeans
Il contrasto più netto con il presente risiede proprio nel guardaroba. Il maranza degli anni Ottanta e Novanta era un’esplosione visiva: portava il bomber voluminoso con fodera arancione o giubbotti di jeans oversize, t-shirt attillate con catenine d’oro rigorosamente in bella mostra sul petto villoso, scarpe da ginnastica massicce e una quantità industriale di gel sui capelli, tirati all’indietro o scolpiti a punta. Era kitsch, vistoso, genuinamente grossolano, ma rideva e voleva ballare la domenica pomeriggio nelle discoteche aperte ai minorenni.
Il maranza di oggi, invece, ha cancellato ogni traccia di quel calore pop per indossare un’uniforme cupa e mimetica. La divisa contemporanea è monocromatica: felpe nere con cappuccio calzato sulla testa, giacche a vento scure antivento, marsupi tecnici portati a tracolla strettissimi sul torace. Sotto, il marchio di fabbrica generazionale: jeans skinny neri e strappati, fascianti fino alla caviglia, oppure tute tecniche scure in acetato, abbinate a scarpe da running dai profili aggressivi.
È cambiata anche l’anagrafe sociale: oggi il termine viene affibbiato, spesso con disprezzo, ai ragazzi di seconda generazione, prevalentemente di origine magrebina, cresciuti all’ombra dei palazzoni satellite e uniti dai codici crudi della drill e della trap. Un universo dove la musica non è più una colonna sonora da discoteca pomeridiana, ma un racconto di rivalsa, isolamento e talvolta rabbia metropolitana.
La parola maranza è così scivolata lungo un piano inclinato: nata per prendere in giro con bonarietà il ragazzo rumoroso, casinista e pieno di catene d’oro che sfidava il perbenismo dei paninari a colpi di autoradio, è finita per battezzare i protagonisti di una cronaca urbana sempre più tesa. Due mondi lontanissimi, uniti solo da quattro sillabe che Milano ha riciclato dimenticando il sorriso e l’innocente caciara di quarant’anni fa.
