Il crollo di Bournemouth, in una serata che si è messa male subito ed è diventata sportivamente tragica con il passare dei minuti, rimette Ruben Amorim sul banco degli imputati. Tante scelte sbagliate, quasi tutte, figlie in parte dei limiti della rosa rossonera e molto della volontà del tecnico portoghese di continuare nella sperimentazione che è cifra tecnica di questa prima parte della sua avventura rossonera. Sostenere che Amorim abbia snobbato l’impegno in Europa League, compresso tra quelli di campionato contro Atalanta e Udinese, è forse eccessivo ma il turn over imposto ad alcune figure chiave della sua formazione ha indebolito il gruppo mandato in campo nella bufera di Bournemouth contro un avversario che è forte, tra i favoriti per la conquista del trofeo, e che non aspettava altro che di celebrare la festa al titolato Milan.
Amorim torna, dunque, sotto processo. Ci era già stato dopo il pareggio di Reggio Emilia con il Sassuolo, ricevendo anche critiche pubbliche da Gerry Cardinale. Una ricaduta pericolosa, non tanto per gli effetti sulla classifica di Europa League (contro il Ferencvaros obbligatorio vincere), quando per il clima complessivo dentro e intorno il Milan. Cosa gli si imputa? Prima di tutto le scelte di formazione, aver insistito su calciatori palesemente in difficoltà come Loftus Cheek ed Estupinian e aver preferito presentarsi a Bournemouth senza un vero attaccante confidando nel momento di grazia di Cisse che, però, è sparito tra i marcantoni inglesi.
Camarda ha osservato dalla panchina ed è probabile che nemmeno la sua presenza avrebbe cambiato il corso del match, soprattutto quando i rossoneri sono rimasti in inferiorità numerica, ma il tema è più ampio e richiama alla decisione estiva di non dotare la rosa di un vice Gonçalo Ramos che non fosse il classe 2008. Amorim l’ha rivendicata (“Voglio essere costretto a farlo giocare”) per poi nei fatti smentire se stesso visto che il centravanti titolare è stato quasi sempre in campo, poi si è infortunato, e la sua riserva è stata accantonata dopo la prestazione non trascendentale di Salisburgo.
Lo stesso vale per Estupinian che Amorim ha trattenuto a Milanello imponendo al club un “no, grazie” all’offerta arrivata e che avrebbe rappresentato una via d’uscita onorevole all’investimento fatto un anno fa. Il Milan attraversa difficoltà perché solo a tratti mette in mostra una propria identità, la perde nel corso della stessa partita (come accaduto con l’Atalanta rischiando la rimonta e come era già accaduto a Torino e Roma) oppure tra un impegno e l’altro e i continui cambiamenti di impostazione non aiutano.
L’effetto immediato è nella difficoltà a tenere la porta chiusa: 3 soli clean sheet nelle prime 10 partite (Venezia, Lecce e Salisburgo) e la media di oltre un gol incassato a gara. La sensazione è che senza le guide più carismatiche in campo, Gila in difesa e Rabiot in mezzo, il Milan si perda alla prima contrarietà o non riesca a reagire mantenendo la rotta quando il vento comincia a soffiare contrario. E quando anche un leader come Maignan tradisce, come nell’assurdo rosso a Bournemouth, la notte diventa ancora più buia.
Il calendario prima della sosta è impegnativo, non impossibile, e presenta alcune trappole da cui il Milan ha l’obbligo di uscire indenne come la trasferta a Udine che arriva a tre giorni scarsi da quella in terra inglese. Amorim potrebbe spendere l’alibi degli infortuni, ma qui si entra nelle scelte del mercato estivo e di chi ha avallato la costruzione di una rosa estremamente corta in difesa e attacco e con evidenti limiti e incongruenze sugli esterni. Non sarà tutta colpa dell’allenatore, ma ora chi deve far andare le cose o rischiare di pagare pegno è lui.
