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Fenomenologia della camicia bianca, anatomia del capo diventato divisa e sudario

Fenomenologia della camicia bianca, anatomia del capo diventato divisa e sudario
Sigfrido Ranucci (Ansa)

Una volta la indossavano l’Avvocato e Gigi Rizzi, oggi è sfoggiata da personaggi goffi e sinistre elitarie. Fino a Sigfrido Ranucci, il quale ha reso simbolico questo capo che sa di purezza, ma che difficilmente resta candido

Fabrizio De Andrè, nel 1981, nell’elenco delle cose di cui non sentiva la mancanza, al primo posto metteva: «Quello che non ho è una camicia bianca». Simbolo di tutto ciò che detestava: l’ipocrisia borghese di un indumento adatto solo a chi non si sporcava mai le mani, (falsamente) democratica, uniforme immacolata del padrone della ferriera. Gianni Agnelli la portava un po’ morbida sui fianchi con l’Omega subacqueo ben in vista sopra il polsino (proveranno a copiarlo per anni schiere di agenti immobiliari con esiti grotteschi). Ma dai tempi dell’Avvocato di panna montata (Scalfari dixit) ne ha fatti di innumerevoli giri di centrifuga (che poi, signora mia, a ogni lavaggio ben sappiamo che esce meno candida, anzi tendente a un crema-giallino), fino ad approdare meravigliosamente su Sigfrido Ranucci.

La sua camicia bianca, tanto stretta al punto che si immaginavano i maniglioni dell’amore, alla fine sarà tutto quello che resterà di questa storiaccia. Attillata, ora e sempre slim-fit, casual e sbottonata, naturalmente stazzonata, innegabilmente soigné, subito riporta a Robert Redford e Dustin Hoffman, il Watergate e Tutti gli uomini del presidente. Insomma, le button-down no iron di Brooks Brothers, che negli anni Ottanta si trovavano solo nel negozio sulla Madison Avenue a New York. Così gli italiani in trasferta ne riempivano borsoni, insieme ai tubetti di dentifricio Crest e si tornava felici dal viaggio nella Grande Mela.

Perché, se quella azzurra fa autista Atac, la bianca resta legata all’immaginario del maschio Alfa(sud). Soprattutto quando i primi bottoni slacciati lasciano intravedere il petto villoso e abbronzato (non è però questo il caso) magari ornato dal catenone d’oro con la medaglietta della Prima Comunione. Ed è subito Califfo, Jaguar e donne, «lui che non ha mai rinnegato gli amici anche se erano criminali», come scrive il crudo biografo della Roma bruciata, Aurelio Picca. Ma quella indossata dall’ex anima e corpo di Report è assai più sobria. È stata attrice protagonista, perché Ranucci è la sua camicia.

Lo ha connotato, distinto, quel bianco in odore di santità lo schiariva come un «faro laddove c’è il buio» (cit.). Come disse Rumi, il Maestro mistico e poeta sufi: «Esisti come sei oppure sii come appari». E loro erano indissolubilmente legati, l’abito che fa il monaco, diventa la sua gloria e poi inevitabilmente anche il sudario. Dimostrando una assoluta coerenza non l’ha mai abbandonata: nella buona come nella cattiva sorte. Anche quando qualche inevitabile schizzo di unto l’ha sporcata, magari per colpa di una linguina alla vongola assassina, ha continuato a portarla.

Nel suo personale “Museo dell’Innocenza” (tutti ne abbiamo uno), come quello poetico creato da Orhan Pamuk a Istanbul, dove gli oggetti alla fine restano gli unici testimoni del nostro vissuto, quell’indumento avrà diritto a una propria vetrinetta. Perché Sigfrido con tutto quel bianco addosso, che lo illuminava d’immenso, faceva la sua porca figura. Un po’ cinghialone, afrore e sensualità alla sagra del fungo, abilmente mischiato con qualche goccia di Hemingway alle presentazioni dell’intimo memoir, La scelta. Eppure nell’ora della caduta i cattivoni hanno lesto notato che il giornalista manca del collo. E vabbè, pure Maurizio Costanzo non ne era dotatissimo, ma con la Dino Erre Collofit ebbe un successo travolgente. Il mitico spot restò nella storia della tv: «Buona camicia a tutti».

Tra il mito del reporter e la divisa immutabile

Anche a Ranucci, che la indossava come un guanto, anzi ha dichiarato di possederne ben dodici tutte uguali. Oddio, non è che stiamo parlando della cabina armadio di Richard Gere in American Gigolò e certamente siamo molto lontani dai tempi di Rino Giori. Il ricchissimo imprenditore italiano, produttore di macchine per stampare i soldi, che le mandava a stirare solo a Londra. Très chic. Allora erano di impalpabile seta e ovviamente con le cifre, da sfoggiare nelle notti folli dei night di Saint-Tropez, come faceva quel pezzo d’uomo di Gigi Rizzi, il playboy di cui si innamorò B.B. Oggi restano solo file di toy boy, che manco sanno abbottonarle.

Da oggetto del piacere è scivolata verso la divisa lavorativa, confortante strumento per asserire professionalità, precisione, rigore. Così, secondo il nostro, si vestivano i reporter dell’inglese The Guardian, abbinandola ai jeans e alle Clarks. Però Sandro Viola, il grande inviato speciale, all’American Colony a Gerusalemme con quaranta gradi scriveva senza mai togliersi la giacca, magari un elegante tweed comprato a Londra.

Tuttavia identificarsi con un’uniforme è la costante di chi si considera uomo di successo, troppo impegnato per perdere tempo ad abbinare i capini al mattino. Steve Jobs fu il primo e anche il più figo: non si tolse mai il dolcevita nero. O Sergio Marchionne, che nella ferriera ci lavorava giorno e notte, non azzardava di certo il bianco, abruzzese duro e pragmatico aveva solo maglioni scuri girocollo di cachemire. L’ha sempre saputo invece quella volpe di Matteo Renzi che l’ha scelta come divisa, attillatissima, in tempi non sospetti. Resta indimenticabile lo scatto (non gli portò bene tutto quel candore) dei leader riformisti della sinistra europea, a Bologna nel 2014, dove posano in total white: da Manuel Valls, allora primo ministro francese, a Pedro Sánchez.

La dittatura del candore da sinistra a destra

Anche nella foto simbolo del campo largo sono tutti camiciati, ma sarà colpa delle luci sballate, sembrano cinquanta sfumature di bianco. Oggi non si sottrae nessuno alla dittatura della divisa alla Ranucci (certo, quelle mani sui fianchi fanno un po’ Buonanima), trasversale, universale, finisce addosso anche a chi non ha, ahimè, il physique du rôle. Che sia il fumino Stefano Bandecchi o lo strabordante Claudio Lotito.

È il nero che sfina, bimbi. Si sa, omo de panza, omo de sostanza, penseranno quelli che salgono sullo yacht affittato solo per le due settimane centrali di agosto, con i bottoni che tirano, Briatore dei poveri, che non si negano la crocierina alle Eolie per postare come dannati su Instagram il mare cristallino (magari) e il totano ripieno. E pensare che ai banchi dei mercati tutti si lamentano che gli antichi camiciotti a mezze maniche «manco i contadini li vogliono più».

Quanta amarezza, erano così carini, freschi per la briscola, in popeline, spesso con dei bei rigatini sul marrone (che tiene meglio lo sporco) e il taschino per le MS. Niente da fare, abbandonati in un angolo, mentre dopo l’affaire-Report i trendsetter ci hanno già sfrantumato i gioielli di famiglia, eleggendolo capo dell’anno. La banalità che non fa male. A Sigfrido Ranucci (i social crudeli l’hanno già ribattezzato Lagnucci) auguriamo che se la vita (o Lavitola, a scelta sua) non è stata affatto gentile, almeno lo sia la candeggina e non gli arrechi ulteriori danni, quelli sì irreparabili.

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