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«Per il Covid aumentata la richiesta di ossigeno del 40%»

«Per il Covid aumentata la richiesta di ossigeno del 40%»

Cosa c’è dietro l’elemento fondamentale nella lotta al virus? Lo racconta Gianluca Cremonesi, presidente di Air Liquide. E spiega perché più Covid hotel sarebbero preziosi.


È l’amico invisibile che ha salvato migliaia di vite durante l’emergenza Covid. L’ossigeno è l’elemento chimico che costituisce un quinto dell’atmosfera terrestre e l’87% degli oceani. Ha la caratteristica di legarsi ad altri elementi: in pratica si trova dappertutto, miscelandosi con l’azoto forma l’aria che respiriamo, con l’idrogeno l’acqua che beviamo, ossidando il ferro crea la ruggine. Ma in forma pura non c’è. Solo alla fine dell’Ottocento gli scienziati riuscirono a isolarlo e all’inizio del Novecento si trovò il modo per produrlo a livello industriale. Per portalo così anche nelle bombole che oggi entrano nelle case dei malati di Covid-19. Ma a che cosa serve in concreto l’ossigeno? Chi lo produce? E qual è stato l’impatto su questa industria della pandemia del nuovo coronavirus? Per rispondere a queste domande abbiamo chiesto l’aiuto dell’ingegnere Gianluca Cremonesi, presidente di Air Liquide Italia, primo produttore di ossigeno nel nostro Paese e secondo al mondo, nonché presidente di Assogastecnici.

Come si «fabbrica» l’ossigeno?
«Di solito si utilizza la liquefazione dell’aria: l’aria, che è formata principalmente da azoto e ossigeno, viene raffreddata fino a diventare liquida. Rialzando la temperatura e sottoponendola a una determinata pressione, l’aria liquefatta inizia a bollire. Il primo vapore che si crea è azoto e quindi alla fine del processo di separazione avrò ottenuto ossigeno liquido. L’ossigeno si mantiene allo stato liquido se mantenuto a temperature criogeniche, cioè attorno a meno 185 gradi».

A che cosa serve?
«L’ossigeno viene usato in grandi quantità nell’industria siderurgica per produrre acciaio: per esempio, nei forni che trasformano i rottami viene iniettato ossigeno puro che, reagendo con il gas metano, crea un calore talmente forte da fondere il ferro. In questo caso il metano è il combustibile e l’ossigeno è definito come comburente. Un altro utilizzo importantissimo è nella saldatura. La rivoluzione industriale ha fatto un salto in avanti quando si è scoperto che la fiamma ossidrica, alimentata dall’ossigeno, poteva tagliare e saldare l’acciaio: fine dei bulloni e dei rivetti, navi e ponti molto più leggeri. Inoltre, l’ossigeno viene usato nella produzione del vetro, nell’industria alimentare, chimica e petrolifera. Poi fa volare i razzi, viene stivato negli aerei civili come riserva d’aria, aiuta gli scalatori che affrontano le vette più alte. Ma soprattutto l’ossigeno è indispensabile per la vita. Nella sanità l’ossigeno viene utilizzato in particolare per curare patologie respiratorie acute o croniche. La sua somministrazione può avvenire in ospedale, dove è contenuto in serbatoi collegati ai letti tramite reti di tubazioni, oppure arriva nelle case dei pazienti con le bombole di svariate dimensioni a seconda delle necessità del paziente e delle indicazioni date dal personale medico. Per un’azienda come Air Liquide, che fornisce grandi acciaierie in Italia, l’85% dell’ossigeno prodotto è destinato all’industria e il 15 alla sanità».

Quanto vale il mercato dell’ossigeno?
«In Italia il settore dei gas medicinali vale circa 950 milioni di euro, di cui circa il 70% è relativo all’assistenza domiciliare e il restante 30 al comparto ospedaliero».

Quali sono i maggiori produttori?
«La tedesca Linde-Praxair e la francese Air Liquide sono di gran lunga i più grandi produttori di ossigeno al mondo. Poi ci sono aziende americane, giapponesi, cinesi e anche italiane. In Italia, i maggiori produttori sono: Air Liquide, Sol, Sapio, Nippon Gases, Siad».

Qual è stato l’effetto della pandemia sulla domanda di ossigeno?
«La sua richiesta a uso medicinale è aumentata del 40-45% rispetto al livello di consumo precedente la crisi sanitaria. Il che non ha provocato particolari criticità a livello di produzione. Ma ha creato molti problemi nella complessa catena di passaggi che parte dalla produzione e arriva negli ospedali o nella casa del paziente: riempire i serbatoi, caricare le bombole, spostare i camion e i furgoni. Per ogni paziente domiciliato bisogna muovere tre bombole: quella che sta usando, quella che nel frattempo torna al centro di riempimento dove viene controllata, pulita e riempita, e quella che sta ripartendo verso la sua casa. Immaginate che cosa è successo quando il numero di pazienti è aumentato di tre, quattro volte: boom di richieste di bombole. L’aumento dei consumi è legato in particolare a un maggiore utilizzo di ossigenoterapia ad alto flusso rispetto alla prima ondata. Per esempio, il paziente Covid più grave consuma 10 volte più ossigeno di un paziente normale e di bombole ne servono tre al giorno invece che una. Bombole che vanno ritirate da personale bardato come gli infermieri e che vanno immediatamente disinfettate».

Chi fa funzionare questo sistema?
«Le aziende come Air Liquide e le sue concorrenti. Nel nostro caso siamo presenti in Italia nell’attività Sanità con tre società controllate e 600 collaboratori sia per quanto riguarda la parte domiciliare (con VitalAire e Medicasa) sia per il settore ospedaliero (con Air Liquide sanità service). Queste società e le loro concorrenti partecipano alle gare delle aziende sanitarie territoriali e, dove vincono, si occupano di rifornire di ossigeno sia gli ospedali e le farmacie sia i pazienti a casa».

Che cos’è successo nelle aree più colpite dalla pandemia?
«Quando in marzo gli ospedali in piena emergenza hanno iniziato a mandare le persone malate a casa, le bombole non si trovavano più. A quel punto le aziende del settore, coordinate dalle autorità sanitarie, hanno deciso di collaborare, di portare tutte le bombole nelle aree più colpite come quella di Bergamo, coordinandosi con le autorità sanitarie. E alla fine siamo riusciti a superare il picco, garantendo il servizio in una situazione molto difficile. È importante sottolineare che in Italia non esiste un problema di carenza di ossigeno medicinale; l’ossigeno non manca e tutti gli ospedali che hanno fronteggiato la pandemia nel corso della prima ondata sono stati approvvigionati per far fronte agli elevati consumi richiesti dai reparti di terapia intensiva e sub-intensiva, e questo nonostante in alcuni ospedali i consumi giornalieri di ossigeno siano cresciuti oltre 10 volte rispetto ai consumi normali».

Chi produce le bombole?
«Le bombole e i serbatoi di ossigeno liquefatto sono prodotti da alcune imprese specializzate: un po’ prima dell’ondata pandemica abbiamo aumentato gli ordini di questi dispositivi e i fornitori hanno anche triplicato la produzione, ma era una goccia nel mare. Grazie all’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, e al ministero della Salute, nel pieno della crisi abbiamo ottenuto la deroga per usare in via emergenziale anche bombole e serbatoi che non erano originariamente dedicati al settore medicale. E questo ci ha permesso di far fronte all’emergenza».

Che cosa bisognerebbe fare per evitare che il paziente rischi di non ricevere l’ossigeno in tempo?
«Come associazione Assogastecnici di Federchimica abbiamo insistito affinché si diffondessero i Covid hotel, dove si possono concentrare tanti pazienti che prendono l’ossigeno con un impianto di distribuzione collegato a un unico grande serbatoio. In questo modo non si deve gestire tutto il complesso movimento delle bombole. Abbiamo insistito tutta l’estate, spingendo in particolare le regioni a creare queste strutture, per prepararsi alla seconda ondata. Purtroppo questi interventi sono stati effettuati con difficoltà: nelle città del Mezzogiorno la distribuzione dell’ossigeno richiede, ancora oggi, un forte impegno logistico».

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