Giulia ha 34 anni, un lavoro instabile, una relazione incerta e la sensazione di essere in ritardo: sul lavoro, sulla casa, sulla maternità. I social, intanto, rilanciano rassicurazioni confezionate: «Io l’ho fatto e ne sono felice» racconta una trentenne su Instagram in un reel sponsorizzato. «Il social freezing non è fecondazione assistita, è solo un modo per preservare la fecondità femminile, anche senza un uomo». Giulia si informa, riflette. Poi firma il consenso. Non sta curando una malattia, non ha ancora deciso se e quando diventare madre. Sta semplicemente congelando i suoi ovociti. Ma quello che davvero compra è l’illusione di poter congelare il tempo.
Di guadagnare serenità, controllo. Di tenere a bada l’ansia di non farcela, almeno per ora. Il social freezing – cioè il congelamento degli ovociti per ragioni non mediche – è cresciuto del 50 per cento tra il 2023 e il 2024, secondo i dati di Genera, il più grande gruppo italiano specializzato in medicina della riproduzione. Le procedure aumentano, i centri privati si moltiplicano, le campagne informative parlano di libertà e autodeterminazione, ma si trasformano in propaganda digitale. Dietro una narrazione patinata si nasconde la monetizzazione delle insicurezze femminili, in un contesto sociale che non offre molte alternative al rinvio della maternità. Dal punto di vista medico, la pratica nasce come estensione della preservazione della fertilità per motivi oncologici o di altre patologie.
«Abbiamo iniziato congelando ovociti solo per ragioni mediche, oggi ci occupiamo anche di social freezing», spiega a Panorama Alberto Vaiarelli, ginecologo, esperto in medicina della riproduzione e coordinatore medico-scientifico del Centro Genera di Roma. «Sempre più donne posticipano la gravidanza. Ma il sistema riproduttivo è stato realizzato per fare figli prima dei 35 anni, non a 40 o più». Vaiarelli lo conferma: la biologia ha un limite. «Un modo per gestirlo è “congelare” il tempo. Ovociti congelati a 30 anni mantengono il loro potenziale anche a 40. È una chance in più per la donna, anche per un eventuale secondo figlio».
Tuttavia, la tecnica non garantisce una futura gravidanza: il successo dipenderà anche dalla qualità del seme utilizzato per la fecondazione in vitro e dallo stato di salute della donna al momento del trasferimento degli eventuali embrioni.
Secondo Giovanna Razzano, ordinaria di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma e componente del Comitato nazionale per la bioetica, «questo tipo di congelamento si fonda sull’illusione che in futuro ci sarà più stabilità economica, lavorativa e affettiva rispetto al presente». Un’illusione che raramente si realizza. Razzano mette in guardia da una pressione sociale che spesso le donne non percepiscono: «Un mondo lavorativo strutturato secondo logiche maschili, che chiede massima efficienza proprio negli anni della massima fertilità».
Il risultato è un cortocircuito: la biologia segue un tempo ciclico, il lavoro un tempo lineare e ininterrotto. A pagare il prezzo è il corpo femminile, che possiede un orologio biologico collegato alla capacità di prendersi cura di un bambino come madre, non come nonna. Il social freezing viene presentato come scelta individuale, ma è il prodotto di fallimenti sistemici e di un welfare statale che ancora adesso fa fatica a supportare le giovani famiglie. Quanto è libera una scelta quando nasce dalla paura di perdere il lavoro, di non trovare un partner, di non essere “abbastanza avanti”?
«C’è il rischio di appiattire la specificità femminile su modelli di produttività ed efficienza», avverte Razzano. E di trasformare la medicina in uno strumento, non più orientato a curare, ma ad adattare il corpo a un sistema che non cambia. Non è un caso che sempre più multinazionali parlino di “welfare riproduttivo”. In Italia, a ottobre 2024, Meta ha proposto la crioconservazione degli ovociti come benefit aziendale, offrendolo alle dipendenti o alle compagne dei dipendenti. C’è chi l’ha interpretata come una furbizia per non rivedere orari e carichi di lavoro. «La tecnologia diventa così una scorciatoia: promette di risolvere problemi femminili, ma contribuisce a deresponsabilizzare istituzioni, imprese e un mondo del lavoro che continua a funzionare secondo logiche maschili», spiega Razzano.
C’è poi un altro aspetto, il punto di vista di chi nascerà. «Si sottolinea il desiderio della donna ma si dimentica il miglior interesse del bambino», osserva ancora la professoressa. Il congelamento degli ovociti prescinde da un progetto di coppia e riduce la genitorialità a una questione individuale. Non è un dettaglio giuridico. La legge 40/2004 e la giurisprudenza costituzionale valorizzano l’idea che anche la procreazione medicalmente assistita (Pma) debba muoversi nell’ottica dell’imitatio naturae, a tutela del bambino, come accade per l’adozione. Anche l’articolo 37 della Costituzione parla chiaro: «Le condizioni di lavoro devono consentire alla donna l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione». Proporre il social freezing come risposta pubblica rischia di essere, secondo Razzano, «una scappatoia per evitare politiche di conciliazione tra lavoro e genitorialità».
C’è anche il tema economico. Solo il congelamento degli ovociti ha un costo a partire da 3 mila euro, cui si aggiungono le spese per la valutazione della fertilità, gli esami pretrattamento, i farmaci, e il mantenimento annuale, una sorta di affitto di una porzione di freezer della clinica. «Ad oggi il sistema sanitario non supporta le donne che fanno questa scelta. Pertanto, l’accesso è riservato solo a chi può permetterselo; e questo è ingiusto e poco lungimirante, soprattutto in un Paese dove la denatalità è ai massimi storici», spiega Vaiarelli.
Eppure la domanda resta: quanto vale tutelare la salute riproduttiva di una donna? Secondo il ginecologo, «la preservazione della fertilità ha un ruolo nel family planning, specialmente per chi desidera più di un figlio». Ma trasformarla in un servizio conferito al mercato significa creare nuove disuguaglianze e nuovi clienti. Razzano è diretta: «Il social freezing rappresenta anche un’espansione della domanda per le cliniche della fertilità, che si assicurano così nuove potenziali clienti».
Attorno a questo mercato ruotano startup e società di consulenza che offrono «informazione e consapevolezza», guidando le donne lungo tutto il percorso e incassando provvigioni da cliniche e aziende partner. Un business che attira social manager, content creator e giovani testimonial che, forti della sola esperienza personale, collezionano “clienti” attraverso post, video e dirette camuffate da eventi di sensibilizzazione.
Vaiarelli ribatte: «Consigliamo alle donne di pianificare una gravidanza in un’età anagrafica corretta. È vero, per legge si possono usare gli ovociti congelati fino ai 49 anni, ma è importante informare che, superati i 45, aumentano le problematiche ostetriche e neonatali». E lancia una proposta: «Gli ovociti non utilizzati potrebbero alimentare banche italiane di gameti, utili per le coppie che devono ricorrere alla donazione eterologa e che hanno difficoltà a causa della scarsità di donatori in Italia». Una possibilità non ancora regolamentata, «su cui stiamo lavorando con società scientifiche per fare proposte basate su dati validati».
Ma la medicina non è mai neutrale. Come ricorda Razzano, «l’incoraggiamento a usare questa tecnica produce, a sua volta, comportamenti sociali e condizionamenti psicologici. E quando intercetta le paure – del tempo che passa, della solitudine, del fallimento – diventa anche una forma di biopotere».
Il rischio finale è che la soluzione tecnologica, invece di risolvere il problema, lo anestetizzi. Congelando il tempo biologico, si congela anche il conflitto sociale. Le donne si adattano. Il sistema resta immobile. E il mercato prospera. Il social freezing non è il male in sé. Ma è il sintomo di una società che preferisce vendere certezze artificiali piuttosto che costruire condizioni reali per diventare madri e padri. Finché sarà così, nel freezer non finiranno solo gli ovociti. Ma anche il coraggio di cambiare.
