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Legge 104, si può chiedere di lavorare vicino a casa del familiare con disabilità: quando l’azienda non può dirti di no

Legge 104, si può chiedere di lavorare vicino a casa del familiare con disabilità: quando l’azienda non può dirti di no
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Una sentenza ribadisce il diritto del caregiver a ottenere la sede più vicina alla persona assistita. Il datore di lavoro può rifiutare solo dimostrando con motivazioni concrete che il trasferimento è impossibile

Chi si prende cura di un familiare con disabilità grave, forse non lo sa, ma può chiedere di lavorare nella sede più vicina a casa sua. E l’azienda o l’ufficio pubblico non possono trasferirlo altrove senza il suo consenso. È una tutela della Legge 104 che in pochi conoscono davvero e che spesso, quando viene chiesta, si scontra con un muro di no. A ribadire il diritto è una sentenza del Tribunale di Napoli Nord dello scorso 1° luglio: una maestra che assiste il padre con disabilità ha ottenuto il trasferimento vicino casa, dopo che la scuola glielo aveva negato. Negli ultimi anni diverse sentenze, dalla Cassazione in giù, hanno detto la stessa cosa.

Legge 104: il diritto di lavorare vicino al parente che si assiste

La Legge 104 non dà solo diritto ai permessi mensili per assistere un familiare con disabilità. C’è un articolo specifico (il 33, comma 5) che prevede che chi assiste un familiare con disabilità grave può chiedere di essere assegnato alla sede di lavoro più vicina a casa sua, e non può essere trasferito altrove senza dare il proprio consenso. Chi ne ha diritto? Il caregiver che assiste un familiare con disabilità “grave” (non basta una disabilità qualsiasi). Non serve invece vivere sotto lo stesso tetto: si può chiedere il trasferimento anche senza convivere con la persona assistita, e anche se in famiglia ci sono altre persone che potrebbero occuparsene. Il diritto può essere richiesto al momento dell’assunzione, oppure anche dopo, in qualsiasi momento della carriera. Unica condizione “tecnica”: l’azienda o l’ente devono avere davvero più sedi, e una di queste deve essere vicina a casa del familiare. Attenzione però: la legge dice “ove possibile”, quindi non è un diritto assoluto, ma va bilanciato con le esigenze dell’azienda. Il punto è capire quanto pesi, oggi, questo “ove possibile” — ed è qui che sono intervenute le sentenze più recenti.

L’azienda non può dire “no” senza spiegare perché

Fino a poco tempo fa, molte aziende e uffici pubblici rispondevano alle richieste di trasferimento con un secco “non ci sono posti” o “per motivi organizzativi non si può”. E questo bastava a bloccare la mobilità. Due sentenze del 2025 hanno cambiato le regole del gioco. Un tecnico di RFI aveva ottenuto il trasferimento da Bologna a Napoli per assistere la madre con disabilità, ma se l’era visto poi revocare con la motivazione che non c’erano posti liberi. La Cassazione ha scoperto che, nello stesso periodo, RFI aveva assunto nuovo personale in entrambe le sedi: il posto quindi c’era, e il trasferimento è stato confermato. Un altro trucco spesso usato è nascondersi dietro le regole del contratto collettivo, come punteggi e graduatorie di mobilità. Ma la Corte d’Appello di Firenze ha chiarito che queste regole non possono bloccare un diritto che nasce dalla legge: se il posto c’è, va dato. Lo stesso principio è tornato nel caso più recente, quello della maestra di Ciampino che assiste il padre con disabilità. Aveva chiesto il trasferimento verso Napoli o Caserta, ma la scuola le aveva detto di no, citando un’ordinanza ministeriale che limitava questa precedenza ai soli trasferimenti nella stessa provincia. Il Tribunale di Napoli Nord ha stabilito che la limitazione non è valida: il diritto vale anche tra province diverse, e nessuna regola interna può restringerlo. Verificato che il posto libero c’era davvero, il giudice ha ordinato l’assegnazione della maestra alla scuola vicino a casa del padre. Il messaggio è sempre lo stesso: oggi è il datore di lavoro che deve dimostrare, con fatti concreti, perché il trasferimento non è possibile. Un rifiuto generico non basta più.

Legge 104: cosa fare se si chiede il trasferimento in una sede vicino alla persona da assistere

Come muoversi, in pratica? Se il trasferimento viene negato, conviene sempre chiedere una motivazione scritta e precisa: un “no” generico spesso non basta a giustificare il rifiuto. Vale la pena controllare se nella sede richiesta ci sono posti liberi o assunzioni recenti compatibili con il proprio ruolo: è spesso l’elemento che fa vincere la causa. Va ricordato che non è necessario vivere con il familiare con disabilità per avere diritto al trasferimento. Tutto questo vale anche nella scuola e nel pubblico impiego, con qualche differenza: nel pubblico il diritto è pieno se c’è un posto vacante, mentre in altri casi (ad esempio i trasferimenti a domanda) può prevalere l’esigenza di servizio. Se il trasferimento viene rifiutato senza motivi seri e documentati, ci si può rivolgere a un avvocato del lavoro, a un patronato o a un sindacato per far valere il diritto, anche in tribunale. La tendenza delle sentenze più recenti è chiara: chi assiste un familiare con disabilità grave ha un diritto solido, che aziende e amministrazioni possono negare solo con motivazioni vere e documentate, non con un semplice rifiuto.

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