Non sono medici. Ma non saranno nemmeno più “solo” infermieri. Potranno prescrivere, decidere e agire in (parziale) autonomia, senza il visto di un camice bianco con laurea in medicina. Un decreto del ministero dell’Università e della Ricerca che è all’esame del Senato inizia a ridisegnare la mappa del potere negli ospedali italiani, e introduce tre nuove lauree magistrali a orientamento clinico per la professione infermieristica: dando vita a una figura ibrida e controversa. Un quasi-medico? Un vice-medico? Il dibattito è rovente.
La crisi degli organici e l’urgenza delle Case di comunità
Quello che è certo è che in Italia mancano 65 mila infermieri, e dovendo “riempire” al più presto anche le Case di comunità, a questi numeri bisognerà aggiungerne almeno altri 20 mila. La professione, che oggi si può esercitare dopo una laurea triennale, non è più attrattiva: i concorsi vanno deserti e sempre più infermieri decidono di andare a lavorare in Paesi come gli Emirati Arabi, il Regno Unito o il Canada. La riforma nasce quindi da un’esigenza strutturale.
Tre nuove lauree magistrali cliniche
Il fine è quello di creare professionisti con specializzazioni cliniche avanzate, capaci di intervenire in contesti complessi con livelli di autonomia finora inediti, e l’auspicio sarebbe quello di invogliare sempre più giovani a intraprendere la carriera infermieristica. Garantendo loro, attraverso queste nuove lauree, carriere apicali più qualificate e meglio retribuite. Il decreto cita tre profili: «l’infermiere specialistico nelle cure primarie, di famiglia e comunità, l’infermiere specialistico nelle cure intensive e nell’emergenza e l’infermiere specialistico nelle cure neonatali e pediatriche».
La protesta dei medici: “faremo le barricate”
Fin qui non ci sarebbe nulla da obiettare: ma l’operazione ha un prezzo professionale molto elevato. «Noi medici faremo le barricate, perché con questa riforma si vanno a toccare, in modo non chiaro, tutta una serie di ruoli, di competenze e responsabilità», dice a Panorama Guido Quici, presidente di Cimo, Confederazione italiana medici ospedalieri. «Si afferma nel decreto che gli infermieri specialistici potranno prescrivere autonomamente solo i presidi sanitari, ma la prescrizione non è mai un atto isolato e immune da rischi: presuppone una diagnosi, che può venire fatta solo da un medico, e una responsabilità clinica piena. Chi risponde se qualcosa va storto? Chi ha davvero valutato quel paziente? Si rischia una confusione crescente di ruoli e livelli di responsabilità, in un sistema già frammentato».
Ricette sì, ma per presidi: eppure i confini non sono nitidi
In verità nel decreto di istituzione di queste lauree si legge che i “nuovi” infermieri potranno fare ricette solo di presidi sanitari come sacchetti per stomie, stick per il diabete, medicazioni avanzate, dispositivi per l’incontinenza: quindi esclusivamente materiali legati alla loro attività di assistenza. Ma nella parte dedicata alla laurea specialistica per formare infermieri nel settore dell’emergenza e delle cure intensive ci sono passaggi non chiarissimi, dove i confini non sono definiti.
Quando infatti si dice che gli infermieri specialistici potranno «pianificare interventi assistenziali in accordo alle linee guida e protocolli validati, a pazienti in condizioni di instabilità o potenziale instabilità clinica, che richiedono cure intensive di sostegno o sostituzione delle funzioni vitali» e ancora che potranno «gestire autonomamente percorsi di pazienti a bassa complessità clinica nei diversi setting di primo soccorso», ecco, questo vuol dire tutto e il contrario di tutto. Anche che potrebbero essere titolati, per esempio in un Pronto soccorso, a valutare gli esiti di questi interventi e percorsi, e procedere di conseguenza? «Non è esplicitato. Proprio per questo contestiamo fortemente il decreto», conclude Quici. «Manca di chiarezza, e spinge a un appiattimento verso il basso: diventerà sempre più difficile distinguere il ruolo del medico da quello dell’infermiere, e quando le competenze si avvicinano troppo nasce un problema di spacchettamento della gestione clinica».
Il silenzio dei reparti e la voce di chi lavora in Pronto soccorso
Dai reparti di emergenza-urgenza nessuno ha voglia di parlare di questo scenario: i pochi primari che sarebbero disposti a farlo vengono bloccati – prima delle interviste – dalle direzioni generali. Chiaro segno di quanto sia divisivo e scottante l’argomento. Si espone solo Fabio De Iaco, già presidente di Simeu e primario del Pronto soccorso del Maria Vittoria di Torino. «Bisogna partire dalla realtà: il mondo va avanti e dobbiamo guardare in faccia i problemi. La laurea infermieristica di base spesso non è sufficiente, davanti alle nuove sfide che riguardano la salute: deve essere integrata con una formazione più o meno specialistica. Io non sono concettualmente contrario all’istituzione delle lauree magistrali: ma ovviamente senza allargare a dismisura gli ambiti di azione».
Il vero nodo: farmaci e “invasione di campo”
Il vero tema scottante è la prescrizione dei farmaci. Se la riforma sancisce il passaggio da una figura infermieristica prevalentemente “esecutiva” a un professionista clinicamente più autonomo e con competenze specialistiche, è lecito aspettarsi a breve una sorta di “invasione di campo” anche in tema di ricette di farmaci, e non solo di presidi? È verosimile che i pazienti possano uscire da un ospedale con prescrizioni fatte solo da infermieri? Proprio questo è il grande timore dei medici: che il decreto sia un primo passo verso una sorta di “deriva” nella concessione di competenze. Su questo il muro è insormontabile.
Fnomceo: diagnosi e terapie devono restare ai medici
«La medicina moderna si fonda sul lavoro in équipe. Se non si lavora insieme, medici e infermieri, la sanità non funziona: occorre però chiarire in maniera estremamente precisa ruoli e confini», dice a Panorama Toti Amato, consigliere nazionale di Fnomceo con delega agli Esteri e presidente dell’Ordine di Palermo. «La diagnosi e la prescrizione delle terapie sono ambiti che devono rimanere esclusivi dei medici: non è una difesa corporativistica, ma di competenze. Il percorso formativo di un medico non è paragonabile a quello infermieristico, per quanto quest’ultimo possa essere serio. Sono mestieri diversi, e devono rimanere tali».
La concertazione mancata e la riforma che scontenta tutti
Il nodo della questione, secondo Amato, nasce dalla mancata concertazione: «Noi medici non siamo stati interpellati, pur essendo parte in causa: quando si è deciso di portare avanti il decreto sulle lauree specialistiche, da parte del ministero sono andati avanti senza confronto. Ma come si possono ridefinire le competenze che gli infermieri potranno avere nei reparti o negli ambulatori, senza interlocuzione con i medici? Confidiamo ci sia ancora spazio per il dialogo».
Insomma, al momento pare che questa riforma sia riuscita nel compito di scontentare quasi tutti. I corsi universitari non sono ancora partiti (se l’iter procederà spedito potrebbero prendere il via nel 2027) e già emergono criticità: al centro, come spesso accade, ci sono i soldi.
NurSind: riconoscimento sì, ma servono fondi e incarichi
«Non c’è dubbio che le lauree specialistiche siano un primo passo verso un maggiore riconoscimento del nostro lavoro», dice Andrea Bottega, segretario nazionale del sindacato degli infermieri NurSind. «Ma poi occorrerà fare i concorsi e le selezioni per questi nuovi specialisti: occorrono quindi fondi adeguati per garantire loro gli incarichi per cui hanno studiato. E in futuro, si potrebbe prendere a esempio l’esperienza di altri Paesi come il Regno Unito, o gli Stati Uniti, dove esistono figure infermieristiche chiamate advanced practice nurse, formate anche per la prescrizione di farmaci».
Quasi autonomi, quasi medici: riscrivere il cuore della sanità
Del resto, nella seguitissima serie The Pitt, ambientata in un Pronto soccorso americano, il primario definisce l’infermiera caposala Dana «il vero regista del nostro circo», intimando ai giovani medici di «fare quello che dice lei, quando lo dice lei». Ma fiction a parte, c’è poco da scherzare, perché andando a “toccare” l’argomento sulle prescrizioni dei farmaci siamo già al nodo cruciale: la posta in gioco è altissima e la battaglia tra medici e infermieri si preannuncia lunga e non indolore. Non solo per le categorie coinvolte, ma per l’idea stessa di sanità pubblica. Quasi medici, quasi autonomi? Ridefinire chi decide, chi prescrive e chi si assume la responsabilità delle cure significa riscrivere il cuore del sistema sanitario. E probabilmente non basterà cambiare i nomi, per farlo funzionare.
