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Armi biologiche: ecco come ci stiamo preparando alla nuova guerra sporca

Armi biologiche: ecco come ci stiamo preparando alla nuova guerra sporca

La Nato rafforza la biodifesa di fronte al rischio di attacchi con agenti patogeni, programmi segreti e minacce ibride. Dall’Intelligenza artificiale alla corsa globale alle biotecnologie, cresce l’allarme sulla sicurezza internazionale.

Le minacce biologiche incombono sui Paesi della Nato. In un contesto segnato dall’erosione delle regole internazionali, l’Alleanza considera sempre più realistico l’uso di agenti patogeni – batteri, virus o tossine – in attacchi militari o terroristici. La biodifesa è ormai considerata centrale, al pari delle capacità convenzionali, cyber e spaziali, e lo stesso Mark Rutte, segretario generale della Nato, ha indicato le biotecnologie come priorità strategica. Parte insomma del «core defense spending» cui sarà dedicata una buona fetta del nuovo impegno economico dei Paesi membri, che si sono impegnati ad aumentare la spesa militare fino al 5 per cento del loro Pil entro il 2035, con una quota rilevante destinata alle spese considerate “centrali”.

Intelligenza artificiale e agenti patogeni a duplice uso

Alla base di questa rivalutazione del rischio pesano due fattori. Primo: l’Intelligenza artificiale riduce le difficoltà tecniche nella progettazione di agenti biologici più efficaci e rende più facilmente attuabili la stabilizzazione, il controllo della dispersione e il potenziamento della virulenza. Secondo: la recente modernizzazione di alcuni laboratori consente di creare agenti patogeni a duplice uso, ossia con finalità sia civili sia militari. Ciò rende più difficile distinguere tra attività legittime di ricerca e programmi condotti come copertura per fini offensivi. In questo contesto, perfino la proliferazione non intenzionale di agenti biologici pericolosi diventa una possibilità concreta.

I programmi di Russia, Cina, Iran e Corea del Nord

Per comprendere meglio la portata di queste minacce, occorre fare riferimento all’Adherence to and compliance with arms control, nonproliferation and disarmament agreements and commitments, un rapporto statunitense sul controllo degli armamenti dal quale emerge che la Russia sviluppa un programma offensivo di armi biologiche. Il documento afferma che Mosca non avrebbe rispettato gli obblighi della Convenzione sulle armi biologiche, mantenendo conoscenze e capacità ereditate dall’Unione Sovietica e proseguendo attività di modernizzazione che sollevano ulteriori preoccupazioni. A ciò si aggiungono le ambizioni programmatiche di altri Paesi, come la Corea del Nord, che dispone di un programma nazionale offensivo dedicato alle armi biologiche, o la Cina e l’Iran, che conducono ricerche biologiche suscettibili di applicazioni militari.

Il rischio di attacchi e le minacce ibride

Jessica Rogers, già consigliere del Pentagono per i trattati sul controllo degli armamenti e oggi Senior fellow presso il Janne E. Nolan Center on Strategic Weapons del Council on Strategic Risks, spiega che i pericoli sono di tre tipi: naturali, accidentali e deliberati. «Le mie preoccupazioni maggiori riguardano possibili attacchi con armi biologiche, provenienti sia da attori statali sia non statali», afferma.

Sugli scenari possibili, Rogers indica come bersagli sensibili i grandi hub logistici e le portaerei, senza escludere attacchi contro i civili. Secondo l’esperta, la Russia mostra interesse per le minacce ibride, che combinano attacchi convenzionali e non convenzionali contro infrastrutture critiche, mentre le armi biologiche potrebbero essere impiegate insieme ad attacchi informatici e campagne di disinformazione per negare responsabilità. Il loro impatto sulla prontezza operativa delle forze sarebbe enorme, rendendo essenziale la preparazione.

Task force Cbrn ed esercitazioni militari

I piani di difesa comprendono una task force specializzata per incidenti Cbrn (chimici, biologici, radiologici e nucleari), con unità di ricognizione, decontaminazione, laboratori analitici e team di esperti pronti a intervenire sia in ambito militare sia civile. La Nato organizza inoltre esercitazioni multinazionali come “Steadfast Wolf 2025”, dedicate a scenari di guerra biologica, e operazioni come “Precise Response 2025”, che ha visto la partecipazione anche delle forze italiane impegnate in Canada con protocolli avanzati di rilevamento e decontaminazione.

Una parte fondamentale della preparazione riguarda la capacità di rilevare precocemente una minaccia. Il monitoraggio dei reflui urbani, ad esempio, permette di individuare patogeni prima della comparsa dei sintomi.

La rete scientifica e i laboratori della Nato

I Paesi membri dispongono di laboratori fondamentali per rilevare e contrastare agenti patogeni e armi chimiche, come l’Istituto di ricerca medica sulle malattie infettive dell’esercito statunitense, l’Istituto di microbiologia dell’esercito tedesco e il Defence science and technology laboratory britannico. Accanto a queste strutture opera una rete di circa 5 mila ricercatori provenienti da università, centri di ricerca, industrie e istituzioni militari coordinati dalla Science and Technology Organization (Sto), il principale strumento scientifico dell’Alleanza.

La Sto sviluppa conoscenze strategiche utili alla sicurezza, dalle tecnologie per la protezione biologica all’Intelligenza artificiale e alla cyber-security, mentre il programma Science for Peace and Security sostiene progetti civili per l’individuazione rapida di agenti patogeni e la prevenzione di attacchi biologici.

Investimenti e corsa globale alle biotecnologie

La nuova minaccia richiederà investimenti ingenti. L’Alleanza ha istituito il Nato Innovation Fund, un fondo di venture capital sostenuto da 24 alleati che investirà oltre un miliardo di dollari in tecnologie per rafforzare le difese, con particolare attenzione alle startup di biotecnologia come Portal Biotech, società britannica che utilizza il sequenziamento proteico per rilevare minacce ingegnerizzate.

La linea rossa delle democrazie occidentali

Resta infine una questione cruciale: la Nato possiede programmi offensivi di armi biologiche? Jessica Rogers esclude questa ipotesi. «L’Alleanza non prende nemmeno in considerazione l’idea di rispondere alle armi biologiche con altre armi biologiche», afferma, sottolineando che il loro uso violerebbe la Convenzione sulle armi biologiche e rappresenterebbe una forma di guerra profondamente disumana.

Esiste dunque una soglia che le democrazie occidentali dichiarano di non voler superare. Una linea di confine che, nella nuova stagione delle tensioni globali, segna la distanza tra sistemi politici e modelli di sicurezza sempre più contrapposti.

Le opinioni di Jessica Rogers, intervistata in questo articolo, sono esclusivamente personali e non riflettono necessariamente la politica ufficiale del Dipartimento della difesa americano.

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