«Io figlio ha avuto un’infanzia e un’adolescenza serene, durante le quali non ha mai manifestato segnali di incongruenza di genere. A 15 anni, dopo il lockdown che ha generato in lui una profonda sofferenza, io e mio marito lo abbiamo affidato a una psicologa privata la quale, dopo soli tre incontri, ci ha comunicato che nostro figlio si sentiva trans e ci ha inviato all’ambulatorio di varianza di genere dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, dove dal primo incontro gli specialisti hanno preso per buona la sua auto-dichiarazione di genere, lo hanno chiamato col pronome femminile e ci hanno detto di fare altrettanto», racconta a Panorama la mamma di un giovane che sta cambiando sesso. «Pur non condividendo questa modalità sbrigativa, ci siamo adeguati». Diventato maggiorenne, il ragazzo, con disturbi specifici dell’apprendimento certificati, è stato seguito dal Cidigem (Centro per adulti per la disforia di genere dell’Ospedale Molinette). «Dopo soli otto incontri di un’ora ciascuno, a nostro figlio è stato fatto firmare un consenso informato molto lacunoso ed è stata somministrata la terapia ormonale cross-sex, in seguito alla quale, da una neuropsichiatra esterna al Cidigem gli è stata diagnosticata una bulimia nervosa».
Dubbi legittimi, non ideologia
Questa testimonianza è solo una delle tante che arrivano da genitori spaventati dalla facilità e rapidità con cui negli ultimi anni tanti ragazzi e ragazze sono stati indirizzati e autorizzati ad avviare l’affermazione di genere e il cambio di sesso. Non si tratta di persone omofobe o transofobiche, ma di mamme e papà che da un giorno all’altro si sono ritrovati in un vortice, divisi tra i dubbi sulla sicurezza e l’opportunità di far intraprendere pesanti terapie ai propri figli e l’evidente sofferenza di questi ultimi. I quali, in molti casi, convivono con neurodivergenze come autismo, Adhd, dislessia o condizioni psichiatriche come depressione o disturbo bipolare.
Porsi dei dubbi, cercare risposte, verificare se le procedure siano eseguite nel pieno interesse dei minori e dei giovani non è alzare un muro contro le persone transessuali, che hanno tutto il diritto di autodeterminarsi e di essere tutelate da ogni discriminazione.
Le segnalazioni alla sanità piemontese
Ma torniamo al caso del ragazzo seguito dal Cidigem di Torino. La mamma, nel novembre del 2025, ha segnalato gravi negligenze del centro ai direttori sanitari delle Molinette e di Città della Salute, e all’assessore alla Sanità del Piemonte, Federico Riboldi. In particolare, è stata portata all’attenzione «l’assenza di un neuropsichiatra dalla fine del 2024». Questa figura è raccomandata dall’Aifa (insieme a endocrinologo e psicologo) per poter confermare la diagnosi di disforia di genere e intraprendere le terapie ormonali.
Il Cidigem, contattato da Panorama, ha smentito la mancanza dello psichiatra nella propria équipe, dichiarando che al momento sono in servizio due professionisti «al fine di garantire la continuità della presa in carico psichiatrica». Tuttavia, malgrado le ripetute sollecitazioni, il Centro non ha specificato da quando le figure in questione sono state assunte e se siano al servizio del Cidigem in pianta stabile. L’assessore Riboldi, dal canto suo, ha detto di comprendere «la delicatezza della situazione» e «le perplessità della famiglia», ma ha ricordato che, trattandosi di un maggiorenne, le scelte sono delegate al soggetto titolare della terapia, per la quale il Cidigem segue i dettami previsti dalla normativa.
Effetti collaterali e terapie a vita
«Oggi, nostro figlio è un ragazzo isolato, vittima del contagio social, che vive in una bolla», spiega ancora la mamma, «e non ha ottenuto alcun beneficio dalla terapia ormonale». I primi effetti collaterali sarebbero invece già presenti. Lo scorso dicembre, a tre mesi dall’inizio della terapia, è stato eseguito l’esame della densitometria ossea che ha indicato un valore più basso del normale per quella fascia d’età, «suggerendo una possibile fragilità ossea che richiede valutazione medica».
La terapia in questione (detta di femminilizzazione) prevede estrogeni, anti-androgeni, GnRH analoghi come la triptorelina e talvolta progestinici. Al contrario, in caso di ragazze che vogliono diventare maschi, viene assunto testosterone. Il percorso, in entrambi i casi, dura tutta la vita. E può comportare rischi importanti, come spiega a Panorama Giuseppe Chiumello, ricercatore e clinico di fama mondiale nell’Endocrinologia pediatrica: «Gli ormoni usati per modificare l’aspetto esterno dell’individuo possono essere dannosi, in particolare nell’adolescenza». Per l’uso di testosterone vengono citati aumento del rischio cardiovascolare, ipertensione, tossicità epatica, aumento del colesterolo, ansia e depressione; per gli estrogeni trombosi, embolia polmonare, ritenzione idrica, astenia. Inoltre, come evidenzia la Società di andrologia e medicina della sessualità, la terapia estrogenica porta a riduzione della libido, progressiva scomparsa delle ereazioni, riduzione del volume dei testicoli e infertilità permanente.
Per quanto riguarda la triptorelina, il dottor Martino Ruggieri, direttore dell’Unità operativa complessa di Catania ed ex presidente della Società italiana di neurologia pediatrica, spiega che «rallenta la maturazione ossea e la velocità di crescita; viene anche ridotta la densità ossea e la mineralizzazione dell’osso».
Le voci dei genitori
Dai racconti di decine di genitori viene tracciato un quadro inquietante sulla facilità con cui il Servizio sanitario nazionale erogherebbe i medicinali per il cambio di sesso a neo maggiorenni, anche in presenza di comorbidità. Legalmente tutto lecito, previa autorizzazione e consenso informato del paziente. Ma c’è da chiedersi se, in caso di soggetti fragili, il Ssn non dovrebbe essere più cauto.
Basta ascoltare le storie di altri genitori membri dell’Associazione GenerAzioneD. «Mio figlio è autistico e ha l’Adhd…», racconta una mamma che si è rivolta al Saifip del San Camillo. «In sei mesi, con incontri discontinui, arriva la diagnosi. Nessun colloquio psichiatrico. Poi gli ormoni». Un’altra storia arriva dalla Puglia, da una famiglia con un figlio affetto da disturbo borderline: «Sul Web è riuscito a ottenere illegalmente gli ormoni. Ora continua col Ssn».
Anche alcuni padri raccontano percorsi simili: «Dopo un mese di colloqui e una sola visita psichiatrica ottiene un certificato di “plausibile disforia di genere”. In meno di due anni arriva al cambio di nome e alla doppia mastectomia». Un altro papà, che si è interfacciato con il Careggi, parla di mancanza di continuità e di colloqui anche online. La figlia, maggiorenne, ha deciso di non intraprendere la terapia ormonale. «Sarà quel che sarà, l’importante è che mia figlia sia felice».
Paura e senso di abbandono
Ad accumunare le storie di questi e tanti altri genitori non è l’intolleranza, ma la paura e il senso di abbandono. Che è facile immaginare pervada chiunque senta profetizzare il suicidio del proprio figlio nel caso di mancato cambio di sesso. «Preferisce un figlio trans o un figlio morto?» è la domanda che alcuni si sono sentiti porre. E loro vorrebbero, semplicemente, figli felici.
